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Immagini dal mondo fluttuante

Pubblicato da Simona Maggiorelli su Dicembre 11, 2009

La stampa di Hiroshige e a destra il quadro di Van Gogh

La stampa di Hiroshige e a destra il quadro di Van Gogh

L’arte stilizzata del  giapponese Hiroshige, che piaceva a Van Gogh

di Simona Maggiorelli

Chi abbia avuto la fortuna di vederle accanto, da vicino- come ci è capitato al Museo Van Gogh di Amsterdam – il paragone fra le due opere risulta piuttosto imbarazzante. Tanto la potenza del colore e l’invenzione d’immagine del Susino in fiore (1887) di Vincent Van Gogh sovrasta l’originale xilografia realizzata dal maestro giapponese Utagawa Hiroshige nel 1857 e su cui l’opera del pittore olandese era esemplata: omaggio di un allievo che non aveva piena consapevolezza del proprio genio a un maestro che, tuttavia, ne restava irrimediabilmente aduggiato.

Ma ora, incontrando di nuovo questa xilografia originale de L’albero di susino nella casa del tè a Keimedo nell’ambito della coerente ricostruzione dell’arte di Hiroshige curata da Gian Carlo Calza nelle sale del Museo Fondazione Roma in via del Corso (fino al 7 giugno, catalogo Skira) si riesce a vederla in un’altra ottica, riuscendo a ricollocarla nel suo contesto storico originario e apprezzandone i valori di immediatezza, di precisione, in un ventaglio di colori, a un tempo vastissimo e calibrato. Al centro della scena  un ramo fiorito su uno sfondo albeggiante, virato al rosso. Una composizione apparentemente semplice, ma che si staglia potente come una pittura di arte astratta.

Di stampe giapponesi ci eravamo già occupati su left a proposito della ristampa del libro Stampe giapponesi. Un’interpretazione di Frank Lloyd Wright, ma vale la pena di fare ancora una scappata nel Sol levante con questa ampia mostra organizzata nell’ex Museo del Corso a Roma da Calza, docente dell’università Ca’ Foscari di Venezia e curatore di una recente mostra sull’arte del Giappone alla Fondazione Cini di Venezia. Con il suo libro e con questa mostra il professore invita a un viaggio in un Giappone antico: quello della cultura Ukiyo-e, fra immagini dal “mondo fluttuante”, secondo l’impetuosa cultura giovane che fiorì fin dal XVII secolo nelle città di Edo (oggi Tokyo) e di Osaka e Kyoto. Prima documentata in opere in inchiostro cinese, poi in stampe colorate a mano e successivamente in stampa policrome, di fatto  un’arte raffinatissima che si sviluppò come un percorso parallelo di pittura e poesia ( Hiroshige stesso fu anche poeta).  Era l’impronta culturale di una nascente borghesia giapponese, che avrebbe avuto un’influenza fortissima sugli artisti d’Occidente: dagli impressionisti a van Gogh, come dicevamo, e successivamente dall’architettura organica al beat.

Così in un percorso espositivo allestito come  un viaggio di fantasia nel Giappone antico sfilano immagini di una natura indomita e potente, onde vertiginose di tsunami, ma anche – intercalati di versi poetici- schizzi delicati di giardini,  uccelli, vedute fiorite. Ma che incredibilmente non hanno nulla di decorativo. L’assenza di chiaroscuro, l’uso di colori piatti, lo studio della composizione fanno di queste stampe un esempio di arte originalissima. “Hiroshige visse in un’epoca del Giappone socialmente e artisticamente molto ricca di fermeneti”, spiega Gian Carlo Calza.Il paese era uscito tardivamente dal medioevo ma fra la fine del Settecento e nella prima metà dell’Ottocento l’arte delle stampe divenne un’arte insieme raffinata e popolare, non più esclusivo appannaggio di una elite. Il rapporto con la natura – prosegue Calza- fu uno degli aspetti centrali di una cultura che aveva radici antichissime: secondo i miti delle origini in cui uomini e dei, piante e animali, rocce e oceani erano sorti da un’unica fonte che li rendeva parimenti degni di rispetto”.

Ma-facendo un passo indietro nel tempo – a Calza si deve anche una bella introduzione alla antica letteratura giapponese, pubblicata per i tipi di Electa, nella collana Pesci rossi. Diversamente da quando accadeva nelle regioni dell’Europa cavalleresca, l’antica letteratura giapponese era in gran parte scritta da donne come si evince da Genji il principe splendente, il libro in cui Gian Carlo Calza ricostruisce la genesi del celebre romanzo Genji scritto nel 1008 a Heian (Kyoto) dalla dama di corte Murakasi Shikibu e che rappresenta “la massima espressione del filone letterario femminile in lingua volgare”. Al centro della vicenda, l’immagine ideale di un principe, Genji, che in un’epoca medievale assai misogina quale quella in cui era ambientato il romanzo, aveva una profonda lealtà verso tutte le donne della sua vita. Considerato il primo “romanzo psicologico” della letteratura non solo giapponese, il romanzo ha avuto una circolazione anche al di là delle barriere linguistiche grazie alla più antica illustrazione rimasta del racconto: rotoli dipinti di circa un secolo posteriori alla stesura del romanzo e che avrebbero impresso un’immagine potente nella storia della pittura giapponese. Tanto da influenzare profondamente anche l’arte ottocentesca di Hiroshige come si può ben vedere in questa retrospettiva romana.

da Left-Avvenimenti del 13 febbraio 2009

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Un enigmatico Leonardo

Pubblicato da Simona Maggiorelli su Novembre 26, 2009

A Milano è in mostra il San Giovanni del Louvre. Con nuove ipotesi sulla sua genesi e storia

di Simona Maggiorelli

Leonardo, San Giovanni Battista Louvre

Lo sguardo magnetico che richiama quello della Sant’Anna nel celebre cartone di Londra. E il sorriso enigmatico che contrasta visibilmente con il gesto della mano, tradizionalmente utilizzato nella pittura sacra per indicare l’Altissimo. Ma che nella concezione umanistica di Leonardo potrebbe anche alludere a una nuova umanità futura.

Gli studiosi per secoli si sono rotti la testa per interpretare questa criptica rappresentazione che Leonardo fece del Battista. E lungamente incerta è rimasta anche la genesi di questa opera conservata al Louvre insieme alla Gioconda, alla Belle ferronnière e a una delle due versioni della Madonna delle rocce, dove un San Giovanni ancora bambino richiama il gesto di questo San Giovanni Battista che, invece, ha l’aria di un giovane Ganimede o di un Bacco pagano (per la pelle di pantera che ha addosso).

Dal 27 novembre al 27 dicembre, eccezionalmente, l’opera sarà esposta in Palazzo Marino a Milano. Le storiche dell’arte Valeria Merlini e Daniela Storti le hanno dedicato una mostra dal titolo Leonardo a Milano.Esposizione straordinaria del San Giovanni Battista di Leonardo da Vinci, che offe l’occasione per fare il punto sugli ultimi trent’anni di studi leonardeschi.

Ne emerge che il quadro probabilmente fu iniziato a Firenze, come ha sostenuto fin dal 1977 Jean Rudel, il quale, studiando le prime radiografie del quadro, rilevava: «L’effetto generale di monocromo scuro, reso più ampio dal fondo unito, rafforza l’impressione di un avvolgimento d’ombra, ancora accresciuto dall’invecchiamento delle vernici superficiali: ciò aumenta il senso di mistero, velando alcune indiscutibili imperfezioni, rese meno percepibili, a prima vista, da una superficie spesso riflettente». Uno strato di pittura retrostante, con effetti di morbido e avvolgente chiaroscuro, contribuiva, secondo l’autrice di Leonardo. La pittura (Giunti), a rendere chiara l’autografia dell’opera. Che lungo la sua tribolata storia, fra sparizioni e riapparizioni in collezioni private, più volte era stata messa in discussione. Così, mentre avanzava fin dalla fine degli anni Settanta l’ipotesi di un’anticipazione della datazione del dipinto ai primi anni del Cinquecento – come ricostruisce Pietro Marani nel saggio pubblicato nel catalogo Skira che accompagna la mostra milanese – Rudel aveva aperto la strada al lavoro fondamentale di Martin Kemp.

In Leonardo da Vinci e mirabili operazioni della natura e dell’uomo (Phaidon e ora Mondadori) lo studioso inglese ha suggerito un’ipotesi affascinante, ovvero che il vero tema del dipinto fosse la luce. Servendosi del chiaroscuro Leonardo cercava «di inserire il rilievo nella superficie dipinta» e al tempo stesso di dare movimento alla figura, con una rotazione dai «mutamenti, potenzialmente infiniti».

Oltre a distinguere i danni reali che maldestri tentativi di restauro nei secoli hanno causato al quadro (che si era andato progressivamente scurendo), Kemp ha avuto anche il merito di fissare definitivamente la datazione del dipinto attorno al 1510, cogliendo il nesso con le ricerche sulle velature atmosferiche che Leonardo fece proprio in quegli anni.

Riguardo alle rocambolesche vicissitudini del quadro – che dopo la morte dell’artista in Francia “sparì” per tornare alla ribalta solo nel 1630 – nuovi studi ipotizzano che la tela sia rimasta sempre a Firenze. Leonardo non l’avrebbe portata con sé a Milano come si pensava. E neanche nella residenza francese Clos Lucé a Cloux nella quale visse gli ultimi due anni della sua vita.

da Left-Avvenimenti del  27 novembre 2009

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Un’estate da leggere

Pubblicato da Simona Maggiorelli su Luglio 14, 2009

di Simona Maggiorelli
Picasso

Picasso

Estate tempo di riposo. E, finalmente, tempo di letture. Si direbbe con il signor Lapalisse. Quelle agognate durante tutto l’inverno affogato di impegni e di lavoro. Ma a dare retta a un certo vecchio e usurato costume dei giornali nostrani, che sotto il solleone vanno a caccia di gossip e delitti, gli italiani con l’arrivo delle ferie manderebbero anche il cervello in vacanza. Stanchi di questo vecchio adagio, curiosando fra le novità in libreria, ci siamo immaginati un piccolo vademecum per chi sia già con un piede sull’aereo, sul treno, sulla bicicletta… cercando di fare incetta di enzimi per la mente…

Sotto l’ombrellone

«Tempo!», chiedono con le mani gli allenatori di Pallavolo. E di questi tempi vacazieri, quelli del Beach Volley sulle spiagge. E allora diamoci tempo per un tuffo nelle pagine per cercare di capire qualcosa di più di questo strano Paese in cui viviamo. Un Paese in cui i giornali dei grandi gruppi editoriali “non sempre” fanno il proprio lavoro, mentre singolarmente, e con coraggio, giornalisti e scrittori, passandosi il timone, scrivono la vera storia degli ultimi anni. Parliamo, per esempio, di giornalisti come Lirio Abbate, al lavoro quotidiano in Sicilia contro la mafia, ma anche autore di libri come I complici, tutti gli uomini di Provenzano da Corleone al parlamento (Fazi) scritto due anni fa con Peter Gomez; un libro, pensiamo, che ognuno di noi dovrebbe avere in casa.

Ma pensando a Napoli, alle stragi di camorra e non solo, parliamo anche dei libri di Roberto Saviano che, recentemente per Mondadori ha raccolto i suoi reportage scritti fra il 2004 e il 2009, nel libro La bellezza e l’inferno. Abbate e Saviano, due giornalisti diversissimi, ma che in questo Paese strano vivono entrambi sotto scorta. Una stranezza che la statunitense Freedom house ha passato al vaglio classificando l’Italia all’ultimo posto in Europa per la libertà di stampa.

In campagna

Dedicato a chi va in campagna. In senso letterale. E metaforico, pensando a ciò che si muove o non si muove, ahinoi, a sinistra sulla scena politica italiana. Pensando al teatrino delle candidature alle primarie del Pd a cui già in questi giorni stiamo assistendo e, a chi non rassegnandosi a morire democristiano, berlusconiano o finiano, già si sente in campagna elettorale per le elezioni regionali dell’anno prossimo. Così, fra i molti titoli nuovi che ci si propongono ci viene, in primis, da suggerire come lettura per l’estate il libro, anche se non nuovissimo, di Beppino Englaro Eluana, la libertà e la vita (Rizzoli) accanto a Storia di una morte opportuna, il diario del medico di Welby, Mario Riccio, pubblicato da Sironi.

Poi venendo ai libri freschi di stampa, un titolo importante come Religione e politica (Meltemi) in cui si ricostruisce tutto il percorso che va da Del Noce a Habermas allo statuto del Pd, che in molti ricorderanno, stabiliva che la religione non fosse un fatto al limite privato, ma dovesse rientrare a pieno titolo nel dibattito pubblico; persino, in quello parlamentare. Ma guardando ancora in casa propria pur sforzandoci di pensare Antonio Di Pietro di sinistra, memori delle sue sacrosante battaglie da magistrato, vale la pena approfondire la deriva populista dell’Antonio nazionale, analizzata da Alberico Giostra in Il Tribuno. Vita politica di Antonio Di Pietro (Castelvecchi).

Per chi va in montagna

Pensieri in vetta, dopo lunghe camminate. Un libro, un rifugio. Recita il titolo di una rassegna di incontri con l’autore in Alta Badia, che il 5 agosto, a La Villa-Corvara, invita il direttore del domenicale de Il Sole 24 ore, Riccardo Chiaberge, a presentare il suo ultimo libro La variabile Dio (Longanesi) che indaga le radici dell’insanabile conflitto fra religione e scienza. Ma di scienza e di scoperte mentalmente “ad alta quota” si occupa, fra romanzo e storia, anche il libro del fisico Gino Segré, Faust a Copenaghen (Il Saggiatore) che ricostruisce la vita, le relazioni (nonché la passione per l’alpinismo) e l’impegno assoluto nella ricerca del gruppo di scienziati, sei uomini e una donna, che nel 1932 lavoravano per Istituto di fisica teorica di Copenaghen.
Erano il gruppo di Niels Bohr e di Werner Heisenberg, i “rivoluzionari” della fisica quantistica. Per i più contemplativi, invece, c’è il bel libro curato da Chiara Dall’Olio La Montagna rivelata Fotografie di grandi viaggiatori e alpinisti tra ’800 e ’900 (Skira) e per gli scalatori del limite, invece, il libro testimonianza di uno dei più grandi scalatori al mondo, Alexander Huber La montagna ed io (Corbaccio). E ancora sul versante più “domestico”, riecheggiando il titolo del celebre viaggio in Italia di Dürer, ecco In viaggio sulle Alpi (Einaudi) di Marco Albino Ferrari, che l’autore presenta il 24 luglio a Courmayeur.

Per chi va al lago

Maurizio Pallante, il teorico italiano della decrescita, presenta il 23 luglio nel Parco Laghi Margonara a Gonzaga, in provincia di Mantova il suo ultimo libro La felicità sostenibile (Rizzoli) che parte da alcuni assunti semplici ed essenziali: tra processo di trasformazione e uso finale, una lampadina a incandescenza disperde il 95 per cento dell’energia; per ricavare una bistecca di manzo da un etto, occorrono tremila litri di acqua. Invitando a una battaglia, in teoria elementare ed evidente a tutti, contro gli sprechi. Ma un pesante sasso nel lago stagnante della politica italiana, che sotto Berlusconi (e purtroppo, anche sotto l’ultimo governo di centrosinistra) si è dimostrata quanto mai genuflessa ai diktat vaticani lo getta in primo luogo Gianluigi Nuzzi, con il libro Vaticano Spa (Chiarelettere).
In un Paese cattolico come il nostro da alcune settimane, curiosamente, in cima alle classifiche di vendita dei libri troviamo proprio questo titolo che documenta come lo Ior, la Banca vaticana, abbia negli anni prestato il fianco al riciclaggio di denaro sporco. E non solo. Una storia che si riesce a mettere ancor più a fuoco leggendo il libro di Nuzzi in parallelo con il libro Qualunque cosa succeda del giovane avvocato Umberto Ambrosoli, figlio dell’assassinato Giorgio (appena uscito per Sironi con la prefazione di del presidente Carlo Azeglio Ciampi). E per chi voglia andare ancora più a fondo in questa storia cruciale d’Italia, utilissima è anche la lettura comparata del libro Il Caffé Sindona (Garzanti) che gli autori Gianni Simoni e Giuliano Turone presentano il primo agosto a Courmayeur proprio con Umberto Ambrosoli.

Per chi viaggia

«Per viaggiare basta vivere», scriveva giustamente il portoghese Fernando Pessoa. E proprio per chi sceglie di vivere intensamente attraverso un viaggio ci sentiremmo di suggerire alcuni titoli che ci liberano dalla maschera della felliniana Gelsomina: di chi nulla sa, ma peggio ancora, nulla vuole sapere. Pensiamo a libri come l’autobiografia di Rebya Kader, ex imprenditrice dello Xinjiang, acclamata ai massimi gradi del parlamento cinese perché «arricchirsi è glorioso» e poi subitaneamente cacciata per la sua strenua difesa dei diritti umani nel Turkmenistan orientale. Qualche mese fa Kadeer, leader degli uiguri, esule negli Usa dopo anni di prigione in Cina, è venuta in Italia per presentare il suo libro, La guerriera gentile (Corbaccio), preconizzando un drammatico giro di vite nella sua terra.
Alla luce degli oltre 800 morti denunciati da fonti uigure, uccisi dalla repressione cinese, questo appassionante libro è essenziale per tentare di capire cosa sta succedendo. Dall’Estremo al Medio Oriente, altri focolai di rivolta e repressioni che si consumano sanguinosamente sotto il nostro sguardo distratto. Pensiamo all’Iran e alla rivolta di tanti giovani contro le elezioni truccate dal presidente Ahmadinejad. Anche in Italia sono usciti alcuni titoli che interrogano radicalmente il regime, a cominciare dalla Storia dell’Iran 1890-2008 (Bruno Mondadori) dell’italo-iraniana Farian Sabahi e dalla Storia dell’Iran dai primi del ’900 a oggi di Ervand Abrahamian (Donzelli).

Ma non solo. Con fantasia, raccontando per metafore, spinte da esigenze espressive ma anche dalla necessità di sviare la censura, giovani scrittrici iraniane raccontano tra le righe il cambiamento sotterraneo che la società di Teheran sta vivendo, anche grazie all’impegno delle donne. La studiosa Anna Vanzan ha raccolto le loro voci nel libro Figlie di Shahrazad. Scrittrici iraniane dal XIX secolo a oggi (Bruno Mondadori). E ancora. Dal Medio Oriente all’emergenze dell’Africa, Benito Li Vigni, esperto di geopolitica nel libro I predatori dell’oro nero e della finanza globale (Baldini Castoldi Dalai), indaga a tutto campo sui legami tra «mondo del petrolio» e potere politico-finanziario, inquadrando le verità nascoste che riguardano il futuro dei giacimenti, le guerre, le tensioni geopolitiche e l’uso dell’«arma petrolifera» da parte dei maggiori produttori, primo fra tutti la Russia. «Lungo una sorta di cintura che lega il Sud del mondo, passando dall’Iraq al Sudan e alla Nigeria, per arrivare in Venezuela e Colombia scrive Li Vigni – gli “imperi del profitto” si scontrano e si alleano. La fame di petrolio spinge a mutamenti epocali negli assetti politici internazionali, basti pensare alla silenziosa colonizzazione cinese dell’Africa e a un evento impensabile come l’affacciarsi della flotta militare di Pechino nel Mediterraneo». Uno scenario instabile nel quale si affaccia la «svolta verde» di Barack Obama e la sua politica estera fin qui moderata.

E ancora a chi voglia viaggiare con cognizione in terra d’Africa suggeriamo I signori della sete (Piemme) di Sergio Grea che offre – in chiave di romanzo ma sostanziata da una fitta messe di documenti – un drammatico spaccato delle conseguenze delle guerre per una risorsa primaria come l’acqua. Il libro sarà presentato il 19 luglio a San Marzano Oliveto in provincia di Asti. Last but not least, un libro essenziale per chi quest’estate prendesse le rotte dell’India: parliamo di Quando arrivano le cavallette (Guanda) della scrittrice e coraggiosa reporter Arundhati Roy. Nonostante i passi avanti che ha fatto la più grande democrazia mondiale, sono molte ancora le pagine di ingiustizia. La straordinaria romanziera de Il dio delle piccole cose qui fa cronaca di denuncia documentando azioni di apparati dello Stato deviati e la corruzione di una magistratura prona agli interessi delle multinazionali.

Per chi sta a casa

«L’amore è un viaggio. Ed è meglio viaggiare che arrivare, come diceva qualcuno». Quel qualcuno era il maestro del romanzo d’avventura Stevenson, quello dell’Isola del tesoro. Ma chi siglava questa nota nel 1918 era uno scrittore di lingua anglosassone, forse ancor più grande: D.H. Lawrence, l’autore scandaloso per quegli anni del romanzo L’amante di Lady Chatterly. Di Lawrence in questi giorni Adelphi fa uscire una interessante raccolta di saggi intitolata Classici americani. Di fatto una serie di folgoranti ritratti, di grande penetrazione psicologica di maestri come Edgar Allan Poe, Nathaniel Hawthorne (l’autore de La lettera scarlatta) e di Herman Melville. Il libro, scritto in prima persona, ha come voce narrante quella di un ragazzino di 11 anni che vede suo padre morire improvvisamente.

Ma volendo continuare a viaggiare con la mente nella grande e contraddittoria terra americana, Adelphi offre anche un altro titolo da non perdere di vista: l’affascinante Zia Mame di Patrick Dennis in cui si racconta la grande mela degli anni Venti ricca di jazz e nuove culture con lo sguardo ancora una volta di un ragazzino rimasto orfano, ma in questo caso affidato a una affascinate zia che non aveva mai voluto sposarsi. E ancora per restare in terra a stelle e strisce, mentre il giovanissimo Todd HasakLowy in Prigionieri (Minimum Fax) traccia un corrosivo ritratto dell’America dei nostri giorni in cui – ipse dixit «tutto è andato completamente a puttane, il governo, le grandi aziende, tutto», esce in rinnovata edizione italiana Uomo invisibile (Einaudi), il romanzo dello scrittore afroamericano Ralph Ellison, che per primo nel 1947 seppe fondere la tradizione orale del Sud con il registro poetico di Dostoevsky per raccontare la storia di un meticcio che ha più di qualche assonanza con quella del presidente Obama, il quale in passato, se non proprio citando Uomo invisibile, ha fatto riferimento ai libri di Ellison.

Un tempo, parlando di superpotenze culturali e non solo politiche, sbirciando da casa il mappamondo e avendo a portata di mano una degna biblioteca, a questo punto, si sarebbe andati a scovare qualche perla di novità letteraria nei territori della ex Urss. Ma letterariamente parlando oggi la temperatura culturale di Mosca sembra essere “non pervenuta”. Come se di dittatura in dittatura, da quella staliniana a quella putiniana, la voce dell’arte fosse stata più che mai tacitata. Mentre le voci critiche dei giornalisti, drammaticamente, vengono azzerate a colpi di pistola. Come la cecena Natalya Estemirova, come Anna Politkovskaya. Alle quali Voland dedica Ragazze della guerra di Susanne Scholl, in uscita nei prossimi mesi.

Nello scacchiere mondiale dell’arte, accanto a nuovi voci emergenti da vaste aree e continenti fin qui ingiustamente considerati periferia del canone occidentale come India, Africa, Caraibi, America Latina, svetta ancora, nonostante la censura, il colosso cinese, che uno scrittore di tradizione alta come Mo Yan ne Le sei rincarnazioni di Ximen Nao (Einaudi) racconta con accenti epici e sottile ironia nel passaggio lungo mezzo secolo che va dalla riforma agraria, alla rivoluzione culturale di Mao, fino agli esiti più recenti, di un’economia liberista e macchiata di sangue. Più giovane, caustico e disposto a raccontare gli ultimi anni della storia cinese al grado zero, Ma Jan, l’autore di folgoranti storie dal Tibet, raccolte in Tira fuori la lingua (Feltrinelli), nel nuovo romanzo Pechino è in coma (Feltrinelli) traccia un poderoso e agghiacciante ritratto di quel che è accaduto nel Paese di Mao a partire dal quel fatidico 4 giugno 1989 in cui la migliore gioventù cinese morì n piazza Tienanmen.

Dovunque andiate

«Nonostante l’epoca sia così nera, così difficile, piena di teologi, di ladroni, la poesia non ha perduto il suo valore, la sua efficacia, l’unica cosa che rimane ancora che possa trasformare il mondo, almeno allusivamente – un ultimo miracolo che ci resta – è forse la poesia; anche per questo suo dono di avere gli occhi divaricati, di poter abbracciare diverse cose insieme… ». Così, ricordando queste parole forti che Angelo Maria Ripellino affidò al suo Splendido violino verde (Einaudi), dovunque andiate o non andiate, ci sono dei libri che non deludono mai: sono le raccolte di versi.E fra i tanti classici a cui si può ricorrere per trovare buona linfa, ne segnaliamo anche uno uscito in questi mesi. è Ecco il mio nome (Donzelli) del poeta siriano Adonis. Un libro di versi dedicato al Medio Oriente dove l’autore è nato, ma anche ai sentieri incrociati di New York e di Parigi, dove ha scelto di vivere. A far da filo rosso della raccolta i temi che Adonis esplora poeticamente da cinquant’anni, il desiderio, il rapporto con la donna, il rifiuto della violenza, a cominciare da quella della religione. «Sono nato anti-ideologo e areligioso, perché temo molto tutti coloro che hanno la risposta a ogni domanda», spiega Adonis in una recente intervista.«Il monoteismo è la fonte dei nostri problemi e delle guerre che hanno sempre insanguinato il Mediterraneo; questo posso dirlo certamente come conoscitore dell’islam. Ma lascio a voi la critica del giudaismo e del cristianesimo, gli altri due grandi monoteismi». Nei suoi versi Adonis configura una sua laica antropologia. Con parole risonanti, sfaccettate, dense di significati. Lontane da ogni astrattezza filosofica. «Io vedo l’uomo come essere capace di amore e come creatura anti violenta. Credo davvero che l’uomo possa essere al sommo della creazione, intesa non in senso religioso, ma naturalistico».

dal quotidiano Terra, 18 luglio 2009

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Il saccheggio dell’archeologia

Pubblicato da Simona Maggiorelli su Maggio 23, 2009

Complici le case d’aste e certa politica. 25mila opere ritrovate , un milione di pezzi ricettati, ladri e mercanti che agiscono indisturbati. Le pagine più nere del patrimonio archeologico italiano raccontate da Fabio Isman ne I predatori dell’arte perduta (Skira)


di Simona Maggiorelli


maschera di avorio II sec a.C.

maschera di avorio II sec a.C.

«Quale obbligo avevamo di restituire il torso di Mitra di Bassano romano mai dichiarato rubato?» domanda seraficamente la ex curatrice delle collezioni del Getty museum di Los Angeles, Marion True, durante l’udienza dello scorso marzo del processo che a Roma la vede imputata, insieme al mercante d’arte Robert Hecht, per 35 reperti d’arte che l’accusa sostiene essere stati trafugati in Italia e acquistati dal Getty. Fra questi anche il marmo dipinto, detto Trapezophoros del IV secolo a.C.  restituito dal Getty nell’agosto 2007.
Il processo True  ha avuto un’ennesima udienza in questo mese di maggio ma di fatto, a causa della solita lungaggine dei procedimenti giudiziari in Italia, va avanti da anni e non si sa quando  su questa brutta storia si potrà mettere la parola fine. Nel frattempo la domanda della signora True (mentre la dice lunga sulla sua attività di direttrice di museo) riporta in primo piano le gravi falle del sistema di tutela del patrimonio archeologico italiano, di cui si avvantaggiano da sempre tombaroli, mercanti di frodo, collezionisti, case d’aste e perfino importanti musei come hanno rivelato di recente l’affaire Getty e le ammissioni di colpa di musei come il Fine Arts di Boston. Falle, va detto subito, non certo ascrivibili a cattiva volontà e a scarso impegno da parte dei nostri archeologi e storici dell’arte, che ogni giorno fanno salti mortali in soprintendenze territoriali sempre più depauperate di ogni mezzo da parte del governo.

«Il primo strumento di prevenzione dei furti è la catalogazione dei reperti» ricorda utilmente l’ex presidente del Consiglio superiore dei beni culturali Salvatore Settis (mesi fa frettolosamente sostituito dal ministro Bondi). Un rilievo, quello del professore, che in ogni altro Paese europeo suonerebbe ovvio. Non così in Italia, dove – come ricostruisce puntualmente Fabio Isman nel suo I predatori dell’arte perduta (Skira) – dal dopoguerra a oggi hanno agito e agiscono quasi indisturbati ladri, ricettatori e mercanti d’arte “anfibi”, capaci di muoversi altrettanto bene nel mercato nero come nelle alte sfere del mondo ufficiale dell’arte. Grazie a porti franchi di stoccaggio dei reperti in Svizzera e in alcuni altri Paesi compiacenti.

Ma anche e soprattutto grazie alla complicità di grandi case di aste che, così come la mafia fa con i soldi sporchi, danno una nuova identità ai pezzi d’arte di dubbia provenienza, “battendoli” pubblicamente. Di fatto un sistema di riciclaggio, per un giro di soldi da capogiro. Per queste vie, scrive Isman, è avvenuto «un sistematico saccheggio del sottosuolo della penisola», una razzia che «dal 1970 alla metà degli anni 2000 ha coinvolto forse 10mila persone, e milioni di reperti». Un fenomeno che non ha eguali in nessuno Stato occidentale: una depredazione capillare, “di massa” che ha arricchito vari grandi musei al mondo, dagli Usa al Giappone, nonché facoltosi collezionisti italiani, “incoraggiati”, dal 1994 in poi, dalla incultura dell’illegalità sostenuta dai governi Berlusconi con condoni e disegni di legge su archeocondoni e su proposte di vendita o di noleggio di opere conservate nei depositi dei musei. E le cose potrebbero peggiorare ancora se dovesse passare il divieto delle intercettazioni a scopi investigativi proposto dal ministro Alfano. Senza uno strumento di indagine così importante il lavoro dei carabinieri del nucleo di Tutela del patrimonio risulterebbe pressoché impossibile. Senza intercettazioni, per esempio, non si sarebbero potute sventare le frodi di un insospettabile “Mozart”, un anziano signore austriaco che faceva la guida per comitive straniere fra Roma antica e l’Etruria, e nel frattempo radunava «a Linz, dove Hitler voleva fare il suo museo, una collezione di 600 reperti trafugati in Italia». L’operazione Mozart è una delle tante storie di cronaca nera del patrimonio d’arte che attraversano il libro inchiesta di Isman, costruito dal cronista de Il messaggero collazionando una folta messe di documenti e di riscontri. «Ho seguito 15 processi e ho sentito 306 persone coinvolte in processi sul saccheggio del patrimonio culturale degli ultimi decenni», racconta Isman stesso. In alcuni casi si tratta di vicende sottratte allo stillicidio di notizie quotidiane di furti e ritrovamenti per essere ricomposte in quadri organici. In altri casi, come quello clamoroso che riguarda il Getty e i furti di un mercante d’arte come Giacomo Medici, Isman prosegue e completa con piglio da giallista il lavoro di due colleghi, Peter Watson e Cecilia Todeschini, autori di The medici Conspiracy un libro uscito nel 2006 per Public affairs press e stranamente non ancora tradotto in italiano.

da Terra del 26 maggio 2009

Il libro

Il sacco del Belpaese

Pubblicato sul settimanale left: E’ la cronaca di un impressionante saccheggio di siti di primaria importanza. E non parliamo dell’Iraq invaso dalle truppe anglo-americane, né dell’Afghanistan dove i talebani hanno distrutto antiche statue di budda. Parliamo dell’Italia e dei furti di tombaroli che, da generazioni, “lavorano” nel centro sud. Sotto l’occhio indulgente dei clienti del mercato nero dell’arte: da politici firmatari di archeo condoni a direttori di musei come il Getty che, per anni, ha acquistato pezzi di arte trafugati in Italia e “ripuliti” nel giro delle aste. Fabio Isman ne I predatori dell’arte perduta (Skira) scrive che si tratta di un milione gli oggetti trafugati e ricettati. Fra l’inchiesta e il reportage la sua è una ricostruzione appassionata di molte pagine nere della tutela dell’arte. Accanto alle vicende, ai personaggi inquisiti, un utile apparato di rassegne stampa e di documenti dei nuclei di carabinieri specializzati.

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Il fascino indiscreto di Alma

Pubblicato da Simona Maggiorelli su Aprile 30, 2009

Anteprima. Andrea Camilleri sulle tracce di Renoir e della sua bionda modella. Nel suo nuovo romanzo Il cielo rubato  lo scrittore siciliano si prende una licenza da Montalbano e dalla scrittura di genere . Dal 6 maggio in libreria

di Simona Maggiorelli

Renoir

Renoir

«Gentile signora, mi permetta di dirle che considero la sua lettera pervenutami ieri come il più bel regalo…Non solo per il contenuto, ma direi soprattutto per il suo giungermi inaspettata…». Parole quasi affettate, dal sapore vagamente d’antan. Con cui quel grande “contraffattore” di stili che è Andrea Camilleri nel suo nuovo romanzo Il cielo rubato (edito da Skira, in libreria dal 6 maggio) si cala nei panni dell’agrigentino, Mario Riotta: un maturo e colto notaio, che l’incipit del romanzo ci presenta sorpreso e forse già un po’ segretamente sedotto dalla lettera di una sconosciuta di nome Alma Corradi che gli ricorda un suo scritto giovanile, un libello su alcuni aspetti poco noti del viaggio in Italia del pittore Pierre Auguste Renoir.  Da giovane appassionato di arte, Riotta aveva scoperto molti anni prima che nella Chiesa di Capistrano, un paesino sui monti di Vibo Valentia, una serie di affreschi rivelava la mano del pittore francese, padre dell’impressionismo. In questo insolito romanzo epistolare – del tutto fuori registro rispetto alla letteratura di genere che ha reso popolare Camilleri – il protagonista racconta così la sua scoperta alla signora Alma: «La mia nonna materna era nata proprio a Capistrano nel 1874, figlia di un muratore. Quindi aveva sette anni quando vi arrivò il Maestro. Nella sua memoria di bambina era rimasta impressa la figura di un pittore francese, che lei chiamava il signor Renuà il quale, visto che gli affreschi della chiesa locale si stavano distruggendo a causa dell’umidità, decise in qualche modo d’arrestarne la rovina definitiva operando una sorta non di restauro ma di rifacimento».
Finzione narrativa o ricostruzione storica? Camilleri nel libro coltiva sapientemente questa ambiguità. E se, fra gli altri, Mario Guarna, attento studioso di storia locale, in un saggio del 2008 edito da Ibiskos ha offerto molte prove a dimostrazione che il rifacimento fu veramente di mano di Renoir, Camilleri, forse intuendo una risultanza dell’opera non proprio alla altezza del maestro, si schermisce: «No, non sono andato a vedere gli affreschi in Calabria, del resto nel romanzo sono un fatto abbastanza marginale. Lo spunto narrativo piuttosto mi è venuto da un racconto del figlio di Pierre-Auguste Renoir: Il regista Jean Renoir scrisse di un viaggio di suo padre ad Agrigento e di un furto che avrebbe subito documentato da una lettera di suo pugno, lettera che per quanto ho studiato non ha riscontri storici. Già tutto questo era di per sé  un enigma assai intrigante». Ma al gusto della sciarada che connota la produzione più squisitamente giallistica di Camilleri qui si aggiunge una costruzione letteraria  colta, fin dalla forma scelta, quella del romanzo epistolare. «Mi ero un po’ annoiato a correre sempre lungo le due autostrade del romanzo poliziesco e del romanzo storico» accenna, sornione, Andrea Camilleri. E tocca scomodare più di un modello letterario, a partire da Lolita di Nabokov, per riferire qui adeguatamente di questa divertita rilettura da parte di Camilleri del topos della passione – vera o fantasticata – da parte da un uomo  di una certa età per una giovane donna.  In questo caso la bionda Alma – come scopriremo nel corso della lettura  che- ha la bellezza luminosa e carnale della celebre Baigneuse blonde (1881) di Reinor e, fin dal nome, intriga il lettore in un gioco di specchi con Aline Chavirot la modella, amante e compagna di Renoir che il pittore ritrasse quasi ossessivamente. Nelle sue lettere Alma farà di tutto per evocare l’immagine di Aline nella mente del maturo notaio.  E il climax del rapporto fra i due, in una ridda di riferimenti iconografici veri e falsi (compreso un finto ritratto di Guttuso che Alma spedisce in foto al già arreso Riotta) presenterà non poche sorprese. Come del resto spiazzante è lo stile e il linguaggio che qui Camilleri squaderna, senza il ricorso all’icastico siciliano dei suoi lavori più noti. Lo scrittore che in passato si è divertito a imitare lo stile barocco spagnolesco alla Manzoni e perfino la prosa di Boccaccio qui opta per una lingua apparentemente normalizzata, ridotta al grado zero, lasciando che la luminosità gioiosa, la pennellata morbida e la sensualità delle figure femminili di Renoir diventino l’impasto stesso dell’intera narrazione. «Le immagini pittoriche sono state un elemento fondante della mia formazione e sono sempre state per me una fonte importante di ispirazione» ci ricorda lo stesso Camilleri, in una pausa del suo  lavoro di scrittura, che lo vede impegnato nel suo studio romano ogni giorno, invariabilmente, allo scoccare delle sette e mezzo del mattino. Così tornano in mente certe suggestioni caravaggesche de La storia del colore, ma anche tanti suoi romanzi storici ricchi di riferimenti alla pittura coeva. Ma ne Il cielo rubato Camilleri arriva a fare della pittura la protagonista stessa del romanzo. Puntando per giunta su un pittore più odiato che amato dalla critica moderna. «Mi intriga indagare il lavoro di scrittori e pittori che suscitano passioni forti – confessa Camilleri – ,cerco di scoprire le ragioni dell’amore ma anche quelle dell’odio. E questo in pittura avviene molto di più  che non in letteratura. Basta pensare a quanta gente dice di odiare Raffaello».
E riguardo a Renoir, alla fine, a quali conclusioni è giunto? «Che indubbiamente è stato un grandissimo maestro. E non per un quadro in sé. Per capire la pittura occorre fare il possibile per cercare di vedere la mano che sta dietro al quadro. E’ il tipo di pennellata a fare la personalità di un artista. Così come è la scrittura a fare lo scrittore».  Ma da questo nuovo romanzo di Camilleri non filtra soltanto il suo intenso rapporto con la storia dell’arte, ma anche quello con il cinema, qui chiamato in causa attraverso Jean Renoir, figlio d’arte e cineasta amatissimo da François Truffaut. «Un film come La grande illusione è un vero manifesto contro la guerra. Molto più di altri film venuti dopo – chiosa Camilleri-. Se fosse proiettato oggi risulterebbe di una modernità strepitosa».  Truffaut scriveva che Jean Renoir non filma situazioni, non filma idee ma uomini e donne che hanno idee. «Come regista è stato una figura di artista enorme Camilleri.  Nel suo cinema c’è l’impressionismo ma c’è anche e soprattutto il dono del vedere. E lo sguardo – conclude Camilleri – è la cosa più importante per un regista».

dal quotidiano Terra

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L’Angelico e l’avanguardia di Rothko

Pubblicato da Simona Maggiorelli su Aprile 9, 2009

A più di cinquanta anni anni dall’ultima retrospettiva dedicata a Beato Angelico, una mostra e nuovi studi riaprono la discussione sulla sua operae sul suo colore intriso di luce

di Simona Maggiorelli

untitled-1950Colpito da quella speciale luce che hanno gli affreschi di Beato Angelico in San Marco a Firenze, Rothko si mise a studiare una preparazione in gesso per dare al pigmento una qualità simile all’affresco e quella consistenza diradata che facesse sembrare le sue forme di puro colore come percorse da un movimento. Nasceva così l’osmosi di giallo radioso, bianco e azzurro di Untitled del 1950. Ma dalla nuova monografia, edita da Phaidon che Diane Cole Ahl ha dedicato all’opera dell’Angelico si apprende anche che il colore intriso di luce che faceva risplendere gli affreschi e i dipinti del pittore toscano affascinò anche molti altri pittori di avanguardia.


Studiando la luce e il colore, Rothko voleva davvero realizzare “i colori trascendenti e la spiritualità dell’arte” del maestro di Fiesole come è stato scritto? O piuttosto – come ci piacerebbe pensare – cercava quel valore prismatico, mobile, del colore che regala una straordinaria gamma di timbri alla pittura sacra del Quattrocento?

Domande che qui non possiamo che tenere aperte per ricerche future. Ma che, intanto, devono fare i conti con la risposta filologica di Maurizio Calvesi che, annota: “Quella luce che diverrà nella storia della pittura agente fondamentale di animazione, nell’Angelico è soprattutto un fissativo che scende su uno spettacolo ne varietur” .

Consulente scientifico della mostra Beato Angelico l’alba del Rinascimento aperta dall’8 aprile al 5 luglio nei musei Capitolini di Roma, nel suo saggio pubblicato nel denso catalogo Skira, Calvesi ricostruisce la biografia di Beato Angelico (al secolo Pietro di Guido) e la koinè culturale in cui visse e fu attivo fra il 1417 e il 1455. D’accordo con Cole Ahl, nel dire che se Vasari creò una leggenda agiografica intorno a Beato Angelico, Calvesi però ci ricorda che il pittore aveva fatto studi tomistici e che la sua arte intesa come predicazione dipinta era densa di sfumature teologiche.

foto-10-annunciazione-e-storie-della-vergine-nella-predellaLa scelta di fra’ Angelico indubbiamente fu diversa da quella di un altro artista suo contemporaneo, fra’ Filippo Lippi che, invece, fuggì con una giovane suora e smise il saio. Peraltro senza che questo pregiudicasse la sua carriera di pittore di immagini sacre. Papi, cardinali e principi, a quell’epoca, non vedevano affatto sconveniente che a dei “libertini” fossero commissionate le più importanti immagini sacre. Gli ordini minori, come insegna la storia di molti letterati e artisti fra Medioevo e Rinascimento, si prendevano perlopiù per avere di che vivere. Ma l’angelicus pictor, come fu subito nominato, si tramanda che avesse fede fervente e quella aureola che gli fu da subito assegnata è stata un ingombro non di poco conto alla lettura della sua opera.

Il primo a tentare di liberare la sua multiforme produzione di affreschi, quadri, disegni e opere miniate dal cliché di arte mistica e fatta di atmosfere celestiali fu Roberto Longhi rintracciando nella pittura dell’Angelico degli anni 20 e 30 del Quattrocento gli incunaboli del Rinascimento. Poi sarebbero venuti le importanti retrospettive di Roma e Firenze per il cinquecentenario della nascita dell’artista, il saggio di Giulio Carlo Argan e una gran messe di studi e acquisizioni recenti che (confermate dalle indagini riflettografiche di alcune opere realizzate dalla Normale di Pisa) oggi ci permettono di mettere a fuoco la figura di Beato Angelico come pittore di grande respiro pienamente inserito nel dibattito sulla prospettiva e sull’evoluzione dell’immagine del Quattrocento, capace di cimentarsi con le più diverse tecniche e aperto alla rivoluzione espressiva di un artista più giovane di lui di 15 anni, come Masaccio. Di un artista inserito nel suo tempo e in transito fra tradizione e innovazione oggi parla autorevolmente la storica dell’arte inglese Diane Cole Ahl, raccontando come nella luminosa pala di Cortona (ora in mostra a Roma) Beato Angelico avesse innovato la tradizione iconografica dell’annunciazione,mentre Calvesi nel catalogo Skira racconta come l’artista fosse passato da una concezione di una “natura naturata”, cioè immobile come dio l’ha creata, a una rappresentazione della natura come, physis, come divenire e come energia vitale aprendo la strada alla dinamica veduta del Valdarno che un giovane Leonardo avrebbe tracciato nel 1473.

E se una maggiore espressività delle figure, Beato Angelico la realizzò in rapporto con la pittura di Masaccio, dal Brunelleschi ricavò l’idea della profondità dello spazio architettonico, abbandonando a poco a poco gli sfondi oro, ma anche tralasciando la struttura a più ante del polittico a favore della più sintetica pala che gli consentiva di mettere in rapporto le figure umane.

Percorrendo le sale capitoline che ospitano questa nuova retrospettiva dell’ Angelico si può leggere questa evoluzione: dalle finezze tardo gotiche della prima Madonna di Cedri (proveniente dal Museo San Matteo di Pisa) alla scrittura ancora paratattica della Tebaide fino all’approdo a un Umanesimo tosco-emiliano, monumentale e classicheggiante che, alla fine dei suoi anni, lo porterà a affrescare la cappella Nicolina.

Ffoto-12-beati-e-dannati1In mezzo a questo articolato percorso, capolavori come la luminosa Annunciazione di San Giovanni Valdarno (1434) e il grande trittico di Cortona completo di predella. Ma anche opere da poco restaurate come il Trittico della Galleria Corsini di Roma e la predella della Pala di Bosco dei frati. Da Desdra arriva l’Annunciazione riassemblata nel XVI secolo e da Lipsia il frammento con San Giovanni Battista. Ma ad attrarre lo sguardo è anche una potente raffigurazione di Beati e Dannati (1430c.), oggi appartenente a una collezione privata americana. Una pittura di cremisi, neri, bianchi e blu radiosi che fa risplendere la tavola come pietre preziose.

da left-avvenimenti del 10 aprile 2009


FRA’ANGELICO , IL GRANDE INNOVATORE

Beato Angelico pittore devozionale, ma anche grande innovatore. Ripercorrendo tutte le più importanti acquisizioni che gli studiosi hanno messo a punto dal 1955 (l’anno delle grandi mostre per il cinquecentenario) a oggi, la storica dell’arte inglese Diane Cole Ahl, nel volume Fra’ Angelico pubblicato da Phaidon, ricolloca finalmente l’opera del pittore toscano nel suo giusto contesto storico, offrendone una lettura aggiornata. «Innovatore che seppe trasmettere le tradizioni iconografiche e spirituali del proprio ordine domenicano, egli concepì la propria arte come predicazione reinterpretando i temi sacri e conferendogli una nuova risonanza», scrive Cole Ahl. Dunque non più pittore del tutto chiuso in mondo di smalti medievali e sordo al tumultuoso rinnovamento culturale che la Firenze medicea stava vivendo grazie a una folta schiera di studiosi umanisti e artisti. Con questa sua importante monografia Cole Ahl invita a prestare maggiore attenzione ai segni di innovazione che le opere dell’Angelico mostrano, sia che si tratti di affreschi monumentali, sia di pale d’altare o di codici miniati. L’orchestrazione prospettica e la tridimensionalità architettonica delle scene sacre degli anni Trenta del Quattrocento, in effetti, ci dicono quanto il pittore fiesolano fosse lontano dagli appiattiti sfondi medievali, e interessato alle novità introdotte da Brunelleschi e Ghiberti. Mentre l’uso sapiente della luce e dei colori, in quella gamma vastissima di bianchi brillanti, cremisi e blu radiosi che fa risplendere le sue pitture come pietre preziose, appare in un certo modo in sintonia con nuova visione umanistica e rischiarata. E non si può dire nemmeno che Beato Angelico, con Masaccio, non avesse compreso la novità di una rappresentazione pittorica che dava nuova centralità e dignità all’umano. Basta guardare, nota Cole Ahl, il volto della Vergine nella Grande crocefissione e più ancora il gesto della Maddalena, bella e sensuale ai piedi della croce. «L’Angelico creò opere di profonda espressività», scrive la studiosa inglese e la mostra Beato Angelico, l’alba del Rinascimento che si apre oggi ai Musei Capitolini a Roma sembra, fin dal titolo, volerne raccogliere il messaggio. ( Simona Maggiorelli)

Da  Europa 8  aprile 2009

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Il respiro del colore

Pubblicato da Simona Maggiorelli su Aprile 9, 2009

Rappresentare l’invisibile, era l’obiettivo di Mark Rohtko. Cercava una pittura fatta di solo colore. Un’intuizione geniale che, però, si scontrava con la sua “fede” nel Surrealismo e il contro il credo razionale della psiconalisi.

rothko

di Simona Maggiorelli

«Quando attorno al 1950 mi trovai per la prima volta dinanzi alle immense tele-pareti di Rothko che l’artista – nello stanzone che gli serviva allora da studio – mi faceva passare davanti agli occhi servendosi di un gioco di carrucole rimasi molto più scosso da queste vaste e amorfe superfici di colore che dalle arruffate matasse di Pollock».

Così raccontava Gillo Dorfles in un suo noto saggio degli anni Settanta e ora rielaborato per la grande retrospettiva di Mark Rothko che si apre il 6 ottobre 2007 al Palaexpo di Roma. A colpire il critico Dorfles fu «la folgorazione dei colori che coprivano la vasta superficie con dei bagliori luminescenti che sfumavano dal giallo all’arancione al rosso e dove la stesura delle tinte all’olio creava una continuità senza confini». La scommessa di Rothko era grande: tentare di rappresentare l’invisibile, scegliendo il colore e la grande dimensione delle tele per l’ impatto emotivo inequivocabile, optando per forme piatte «perché distruggono l’illusione e rivelano la verità». Forme piatte che però, come accade per le opere più interessanti di Rothko, quelle della

fine degli anni Quaranta e che formano il nucleo centrale e forte della mostra romana, riescono ad avere una straordinaria profondità, sembrando come percorse da un movimento interno. Assimilata la ricerca del cubismo ma, soprattutto, colpito dal genio rivoluzionario di Picasso e di Matisse, Rothko esprimeva un rifiuto netto della mimesis. «l’artista moderno – scriveva – si è in varia misura distaccato dalle apparenze del mondo naturale… le nature morte di Braque stanno alla tradizione della natura morta e del paesaggio quanto le doppie immagini di Picasso stanno a quelle del ritratto. Nuovi tempi! Nuove idee! Nuovi metodi!». E lungo questa strada l’americano di origini russe Mark Rothko (il vero nome era Marcus Rothkowitz) si ribella alla tradizione accademica quanto alla freddezza geometrica dell’arte astratta. Artista ribelle, anticonformista, ma anche artista intellettuale che costruisce le sue opere con gesto pittorico meditato, attento, Rothko torna a mettere al centro dell’arte la dimensione umana – racconta Oliver Wick, curatore della antologica  Mark Rothko (al Palazzo delle Esposizion idi Roma fino al 6 gennaio, catalogo Skira) proponendo una nuova immagine dell’uomo del Rinascimento «inteso come totalità».


Ma Rothko, che sostituisce la nozione di spazio pittorico con quella di “Breathingness” (respirabilità) propone anche un nuovo rapporto con lo spettatore, improntato all’“emozione”, all’“intimità”, a una “visione dinamica”, sottolinea Wick. E quando qualcuno gli parlava della calma armonia che avrebbero emanato le sue grandi opere colorate, rimaneva stupito, perché spiega Wick, lui cercava «il potenziale cinetico», cercava di portare allo zenit la forza racchiusa nel quadro, di rendere l’equilibrio precario che c’è nell’imminenza di un cambiamento dirompente.


8363-lot-33-rothko-untitled-black2«È la violenza l’humus dei miei quadri», rivendicava Rothko. La violenza «che precede il dramma». E il magico e potente equilibrio in divenire che si realizza in quella rapida serie di opere tra la fine degli anni Quaranta e l’inizio degli anni Cinquanta presto si spezza. Lo dicono opere comeNero su marrone e le altre otto tele di grandi dimensioni e molto simili fra loro che compongono il ciclo Quattro stagioni, concepite per un ristorante di New York e poi donate alla Tate Gallery di Londra. Hanno bande verticali, come finestre cieche, violacee e scure. La tonalità luminosa sul fondo di colore uniforme comunica il senso di una visione evanescente che si va sfaldando. Le tele circondano da tutti e quattro i lati lo spettatore come chiudendolo in una scatola dall’aria ferma, stagnante. Qui e ancora di più nella serialità ripetitiva e cupa degli acrilici degli ultimi anni Rothko non riusciva più a realizzare quel «laboratorio di alchimista» del colore, per dirla con Butor, con cui riusciva a far comparire sulla tela “un’oasi” di luce viva. Adesso è l’elemento del tragico a prevalere e la pittura di Rothko perde di leggerezza, si fa opaca, pesantemente materica.


Come nel suo primo periodo surrealista, formalmente abbandonato nel’47 (ma di fatto mai del tutto superato e che la mostra al Palaexpo ha il merito di documentare) sembra emergere in Rothko un pensiero di matrice esistenzialista e l’idea (sono parole sue) di una «tragica inconciliabilità», di «una violenza di base che sta al fondo dell’esistenza umana». Un’idea di conflitto interiore, di scissione insanabile che aveva evocato già nel ’43, all’epoca di quadri e disegni che riprendevano fantasmagorie surrealiste o paesaggi mitologici «in cui uomo, uccello, bestia e albero si fondono convergendo in un’unica idea tragica». E viene da chiedersi quanto questa matrice surrealista che condiziona il rapporto con la dimensione non cosciente possa aver influito nella perdita di vitalità che segnò la ricerca artistica di Rothko negli ultimi trent’anni della sua vita. Come suggerisce anche questa ampia retrospettiva romana che raccoglie una settantina di opere, Rothko non si separò mai da quella matrice di pensiero: «Il surrealista- annotava nel ’45- ha svelato il vocabolario del mito e ha stabilito una corrispondenza tra le fantasmagorie dell’inconscio e gli oggetti della vita quotidiana. Questa corrispondenza costituisce l’esperienza euforicamente tragica da cui l’artista attinge il proprio materiale». Ma con un guizzo di intuizione aggiungeva: «Ho troppo a cuore sia l’oggetto che il sogno per vederli dissolversi nell’inconsistenza vaporosa del ricordo e dell’allucinazione». Poi, però, l’annuncio del proprio suicidio artistico:«Litigo con l’arte surrealista e astratta come si litiga con il padre e la madre: riconosco l’ineluttabilità e la funzione delle mie radici». Trenta anni dopo si uccise davvero. 

Da left-Avvenimenti novembre 2007

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La caduta dei giganti

Pubblicato da Simona Maggiorelli su Marzo 22, 2009

Dall’antica Grecia ai regimi totalitari del Novecento. Le metamorfosi di queste possenti figure del mito nell’analisi di un grande critico d’arte come Jean Clair

di Simona Maggiorelli

Max Ernst, L'angelo del focolare, 1937

Max Ernst, L'angelo del focolare, 1937

Il suo ultimo libro, La crisi dei musei (Skira), è diventato un caso internazionale, denunciando gli effetti della globalizzazione sulla cultura e, in particolare, sul mondo dell’arte, con la costruzione di spazi espositivi decontestualizzati dal territorio e con la riduzione di musei come il Louvre a un mero marchio da esportare. Ma se sul versante del pamphlet lo storico dell’arte ed ex direttore del museo Picasso di Parigi Jean Clair sfoggia una penna brillante e incisiva, non meno interessanti, anche se più complessi, sono i risultati di alcune sue ricerche più colte. Ospite del direttore Salvatore Settis, alla Normale di Pisa, Clair ha offerto un’anticipazione del suo nuovo lavoro: con il titolo “Da Satana a Stalin, la figura del gigante dall’illuminismo ai nostri giorni” una ricca disamina dell’iconografia e dell’iconologia del gigante nell’arte occidentale lungo i secoli. Di fatto dall’antica Grecia fino agli anni Trenta e Quaranta del ’900 quando l’immagine del gigante trova una massiccia riproposizione, in varianti sempre più inquietanti, per rappresentare la potenza cieca e distruttiva dei regimi totalitari. Il quadro Hitler agli inferi (1944) che Georg Grosz dipinse poco prima di essere ostracizzato come artista degenerato ne è un chiaro esempio. Ma prima di arrivare a questi drammatici esiti novecenteschi, Jean Clair ci invita a ripercorre la storia, di fatto, millenaria di rappresentazione del gigante come figura dell’irrazionale. A cominciare da quella lotta di Zeus con i giganti dove queste possenti creature sembrano assumere un significato ambivalente, da un lato di forza creativa, dall’altro di potenza distruttiva. «I giganti – ricorda Clair – sono nati dalla terra, è questo che indica l’etimologia del loro nome greco, Gegeneis, generati da Gea, Gaia. Sono entità primordiali, potenti, che delle loro origini conservano talvolta dei tratti animaleschi primitivi, un solo occhio, braccia multiple, arti inferiori a forma di serpente. Tra di loro ci sono i Titani, i Ciclopi e i Cento Braccia. Ciò che li riunisce è un comune odio verso gli dei, che affrontano in Gigantomachie. Zeus  imprigionerà i Titani nel Tartaro, nel profondo degli Inferi. Mentre gli dei dell’Olimpo, simili all’uomo – spiega Clair – incarnano più spesso la misura e la ragione, i Giganti incarnano la dismisura e la violenza, e sono una rappresentazione del deinos e della hybris. Sono figure originarie, terribili, della potenza primigenia, sempre pronta a risorgere». Nel segno di quella razionalità scissa che sarà tipica della riflessione filosofica di Socrate, Platone e Aristotele, il dio Zeus appare come il padre razionale che domina un irrazionale la cui forza viene rappresentata come enorme altezza, ma al tempo stesso stigmatizzata come animale.

Jean Clair

Jean Clair

Sarà poi con il Rinascimento che la figura del gigante verrà a coincidere tout court con quella del folle. Durante il XV secolo, per esempio, la figura del folle dei popolari tarocchi è un gigante con il cappello a punta e le orecchie d’asino. Una figura poi resa celebre da La nave dei folli di Sebastian Brant, ci ricorda lo studioso francese. Così mentre il Rinascimento sceglie la strada di una razionalità assoluta, la figura del gigante in pittura perde ogni aspetto di benevolenza per diventare «potenza di un demone cannibale». Una figura malvagia e diabolica, che attraverso l’immagine ancora ambivalente dell’orco delle favole di Perrault (riedizione dell’Urvater, il capo dell’orda, secondo Clair) arriva fino all’Ottocento, per giungere poi al moderno Batman e al joker hollywoodiano.

Il Saturno di Goya

Il Saturno di Goya

Goya ha rappresentato  in modo magistrale questa figura di Urvater che ingrassa i figli per poi meglio divorarli. Basta pensare al suo potente Colosso  o al Saturno antropofago dipinto nel 1821. «Orco e mostro, solitario e accidioso, come lo era il suo prototipo medievale, Satana, questa figura – spiega Clair – conoscerà nel XX secolo una sorprendente fortuna. Carica di ambiguità essa pretende di incarnare, come i giganti swiftiani dell’illuminismo, potenza e ragione, ma in realtà incarna la follia omicida; pretende di segnare il superamento dell’uomo da parte dell’uomo ma ne annuncia l’annientamento. E i più piccoli tra gli uomini – sottolinea lo studioso francese – ovvero dittatori, leader, duce, führer prenderanno volentieri l’apparenza di giganti». Sfila così una inquietante galleria di mostri, fantasticherie di umanoidi e di creature primitive che si ergono sul deserto, come nell’Angelo del focolare che Marx Ernst dipinse nel 1937, tre anni dopo l’ascesa al potere di Hitler. Mentre nei ritratti di pittori come Grosz, Kubin, Klinger, Schlichter, Sironi si riconoscono i volti di Mussolini, Hitler e Stalin.

Hobbes, Il Leviatano (1651)

Hobbes, Leviathan (1651)

Nelle opere pittoriche e nei primi fotomontaggi novecenteschi colpisce il ritorno quasi ossessivo di una medesima rappresentazione: la figura gigantesca del leader, come in un celebre frontespizio del Leviatano (1651) di Hobbes, è composta dai tanti piccoli uomini della massa. «Secondo il filosofo – chiosa Clair – nello stato di natura gli uomini sono naturalmente aggressivi e questo giustifica la necessità dello Stato assoluto. Il bellum omnium contra omnes descritto da Hobbes – aggiunge -  non è molto lontano dalla “orda primitiva” che descriverà Freud in Totem e tabù». Lo stato totalitario del Leviatano, in cui tutti debbono obbedire per non finire sbranati è una figura del libro di Giobbe. E questa stessa antropologia religiosa improntata al controllo e alla sottomissione, mutatis mutandis, la si ritrova in Freud, ma anche nel nazismo. Hitler, come l’autore de La psicologia delle masse e L’analisi dell’io (1921), era un attento lettore di Le Bon, il quale considerava la folla come un elemento irrazionale e violento dominato dalle leggi dell’imitazione. Una concezione che trova addentellati nella scuola positivistica italiana che faceva capo a Lombroso. (Gli studi sulla folla prodotti dai suoi “allievi” Ferri e Paoli offrirono materia diretta alla propaganda di Mussolini).

Bosch La nave dei folli 1490

Bosch La nave dei folli 1490

«Una caratteristica del totalitarismo moderno è proprio la diluizione dell’individuo nella massa organica dello Stato -  nota Jean Clair -. Come un mostro marino sorto dalle profondità del mare il Leviatano rappresenta un organismo primitivo, simile a un polipo e a forme di vita fatte di aggregati indifferenziati». Questa immagine sarà regolarmente ripresa nell’immaginario dei regimi totalitari. Le rappresentazioni pittoriche della Volksgemeinschaft nazionalsocialista mostrano l’unità del corpo dei Genossen tedeschi,  in gigantografia. Mentre i manifesti propagandistici per il referendum popolare del ’34, che secondo Mussolini doveva sancire un nuovo rapporto tra il capo e il corpo del popolo, ci ricorda Clair, «mostrano un duce gigante il cui corpo è fatto dalla moltiplicazione delle teste dei suoi sudditi». Da parte sua, Freud paragonò la massa a una lacrima di batavia, un cristallo a forma di goccia che se colpito nella parte più stretta va in miriadi di frantumi. Come a dire che se la massa perde il leader, si disgrega. Secondo il padre della psicoanalisi, insomma,  la massa non avrebbe intelligenza propria e possibilità di un pensiero rivolto al nuovo. Un’immagine e un pensiero che, alla luce della ricerca di Clair, rivelano aspetti ancor più inquietanti.

da left-avvenimenti del 21 marzo 2009

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Il flop di Marinetti

Pubblicato da Simona Maggiorelli su Gennaio 16, 2009

boccioni-01-composizione-spiralica15cmNel 1914 il teorico della «guerra igiene del mondo» andò in Russia. E Majakovsky gli organizzò un’accoglienza ostile. Al Mart un “illuminante” confronto fra avanguardia nostrana ed europea di Simona Maggiorelli

Dopo il clamore che tre anni fa suscitò la sua Italia nova. Une aventure de l’art italien 1900-1950 al Grand Palais, mostra parigina che fu accusata dalla stampa d’oltralpe di revisionismo storico e di occultare i rapporti fra futurismo e fascismo, la direttrice del Mart di Rovereto Gabriella Belli torna a esplorare il primo ’900 italiano ma, questa volta, con uno sguardo allargato all’Europa e ai rapporti che i futuristi ebbero con “Der Sturm” e con gli artisti che parteciparono all’avanguardia tedesca: da Chagall a Kandinskij, da Klee a Macke a Marc, fino allo stesso Grosz e altri espressionisti. Ma soprattutto con la mostra Illuminazioni-Avanguardie a confronto. Italia, Germania, Russia (dal 17 gennaio al Mart, catalogo Electa) insieme alla curatrice Ester Coen, la Belli ora approfondisce i contatti che il futurismo ebbe con l’avanguardia russa. Argomentando così in maniera più ampia la tesi della osteggiata mostra francese, ovvero che il futurismo italiano fu un movimento complesso e magmatico in cui, specie nei primi anni, si trovarono a convivere una tradizione intellettual-sovversiva di stampo anarcoide, un certo ribellismo borghese e un montante spirito nazional-fascista. Nell’underground romano di Bragaglia e negli ambienti intellettuali di una Milano che agli inizi del secolo sorso si faceva teatro di un primo sviluppo capitalistico e di lotte operaie avvenne questo bizzarro incontro culturale. Una ossimorica koinè che Umberto Carpi ha puntualmente ricostruito già anni fa ne L’estrema avanguardia del Novecento (Editori riuniti) e in Bolscevico immaginista (Liguori). Quasi, verrebbe da dire, anticipando alcune contraddizioni del ’68: nel futurismo istanze diversissime, quando non del tutto opposte, si incontravano nell’idea di un avanguardismo «come metodo» e in una vitalistica «febbre di ricerca». popova_01E in un primo momento anche Antonio Gramsci guardò con simpatia a questo svecchiamento della cultura italiana promesso dal futurismo con un’apertura internazionale. Ma di lì a poco l’inconciliabilità delle diverse posizioni esplose in modo deflagrante. E se gli interessanti tentativi di creare una arte progressista che si saldasse a una sinistra politica del costruttivista Pannaggi e dell’immaginista Paladini (artisti che ebbero qualche risonanza internazionale e rapporti costanti con l’avanguardia russa) finirono per arenarsi e rimanere isolati, con l’accordo fra Mussolini e i futuristi ogni velleità di sperimentazione, anche di Marinetti, dovette cedere il passo alla trinità “ordine, gerarchia, tradizione” imposta da Prezzolini e dal gruppo dei vociani. Ma già molti anni prima della definitiva normalizzazione del movimento futurista che avvenne negli anni 30 (con il suo leader assurto ad accademico d’Italia e gli ultimi futuristi mutati in  picchiatori) durante il “leggendario” viaggio in Russia di Marinetti del 1914 si sarebbero potuti leggere segni di una fredda presa di distanza da parte di quella avanguardia russa che poi Lenin ingaggiò per dipingere i treni della rivoluzione del ’17. Pagine di storia che ora, in occasione della mostra al Mart, si possono leggere nel resoconto di uno storico dell’arte russo Vladimir Lapšin, pubblicato in catalogo. Di fatto i pittori cubo-futuristi russi snobbarono il tour marinettiano mentre artisti come Mikhail Larionov, Natalia Goncharova a Olga Rozanova guardarono alla Francia non all’Italia. Senza dimenticare che fu soprattutto il poeta Majakovsky a organizzare un’accoglienza apertamente ostile alle conferenze di chi, come Marinetti, teorizzava la necessità della violenza e parlava della guerra come «sola igiene del mondo». Left 02/09

Quei semi di Futurismo

Dal 20 ottobre alle Scuderie del Quirinale di Roma la mostra proveniente da Parigi.

carraCon il manifesto del Futurismo di Filippo Tommaso Marinetti apparso il 20 febbraio del 1909 sul quotidiano parigino Le Figaro “l’Italia assume un ruolo di porta bandiera nel panorama delle avanguardie europee”. Così scrive Antonio Paolucci nel catalogo della mostra Futurismo avanguardia-avanguardie, dal 20 febbraio alle Scuderie del Quirinale di Roma, dopo l’anteprima al Centre Pompidou di Parigi ( vedi left del 16 gennaio 2009 e del 30 dicembre 2008). Ma il presidente della commissione scientifica delle Scuderie poi aggiunge: “Il movimento futurista è velocità, movimento, dissoluzione della forma tradizionale, contaminazione, simultaneità, rimescolamento e sovrapposizione dei codici. I suoi ideali sono il vitalismo, il modernismo, la rivoluzione radicale e permanente; valori guida delle grandi ideologie totalitarie del ‘900, dalla Russia dei Soviet all’Europa dei fascismi”. Affermazioni inaccettabili in così rozze equiparazioni che “dimenticano” che il comunismo, benché andato incontro a esiti disastrosi, aveva obiettivi del tutto opposti a quelli del fascismo. Ma se per un momento ci accontentassimo della disanima del Futurismo dovremmo dire che si tratta di affermazioni utilissime per valutare la complessa koinè di anarchismo ( nella foto I funerali dell’anarchico Galli di Carrà, 1911), interventismo, ribellismo borghese che dette vita al movimento marinettiano di inizi ‘900 a Milano. La straordinaria messe di documenti contenuti nel catalogo Futurismo 1909-2009 edito da Skira, che accompagna la mostra in corso in Palazzo Reale a Milano, offre argomentazioni ampie su quanto da un po’ di tempo cerchiamo di dire a proposito di un certo mix, di un micidiale corto circuito, fra istanze libertarie e violente, che poi avrebbe allungato un’ ombra ( con tutti i distinguo storici del caso) fino al Surrealismo e al ‘68. Se ne rintracciano alcuni segni , per usare parole dello stesso Marinetti, nella “ travolgente e incendiaria” rivendicazione di un movimento aggressivo…insonne e febbrile”, che auspicava un “ salto mortale, lo schiaffo ed il pugno”. Pur mettendone fra parentisi molti altri aspetti, non è difficile intravedere in queste parole i prodromi di gesti surrealisti che prendevano ad esempio gli assurdi di Lautrémont incitando a spari a caso nella folla, come massimo gesto surrealista. Certo Breton e compagni non arrivavano con Marinetti a celebrare la” guerra igiene del mondo”.

Nei primi video e fotografie Man Ray , Max Ernst e altri facevano delle belle donne un’icona. Ma il”disprezzo della donna” invocato da Marinetti che è alla base del mascolino Manifesto delle donne futuriste del 1912 sembra sinistramente riverberarsi, in forma più nascosta e inconscia, negli scritti e affermazioni di Breton e sodali , mentre la bella Kiki de Montparnasse che aveva creduto alle loro fredde lusinghe, si suicidava fra alcol e droghe.

Da Left-Avvenimenti 20 febbraio 2009


Amazzoni futuriste

di Simona Maggiorelli

Per Marinetti e co. la guerra era “l’igiene del mondo”. E l’enfasi sulla violenza, così come l’adorazione della macchina (“Un automobile da corsa è più bella della Venere di Samatrocia”) lasciava intendere un universo tutto al maschile. Del resto il Manifesto del Futurismo pubblicato nel 1909 su Le Figaro è esplicito: “il disprezzo della donna” era uno dei punti cardine dei futuristi – pittori, scultori, teatranti, paroliberisti e aeropittori- che ben presto sarebbero finiti sotto lo stivale di Mussolini. L’avversione al femminismo delle prime suffragette, ree di trascurare le faccende di casa, come il disprezzo per la femme fatale decadentista, sensuale sciupa-famiglie, ne sono una traccia concretissima. E se nel 1912 Boccioni e Marinetti sfilano a Londra “sottobraccio alle pochissime suffragette carine”, in quello stesso anno, nel Manifesto Tecnico Marinetti scrive: “il calore di un pezzo di ferro o di legno è ormai più appassionante per noi del sorriso e delle lagrime di una donna”. Come documenta Giancarlo Carpi nel suo Futuriste, letteratura, arte e vita (Castelvecchi) “Linferiorità assoluta della donna” è teorizzata da Marinetti in più occasioni. Tanto che una voce di donna gli risponderà in Francia, quella di Valentine de Saint-Point, autrice del Manifesto della donna futurista, in cui – ahinoi- rivendica un ruolo di donna amazzone e guerriera. Nel centenario futurista, con il suo documentatissimo lavoro Carpi ci invita a leggere libri futuristi come L’uomo senza sesso di Fillìa accanto a quelli di Bruno Corra e del prode Marinetti. Testi che presentano una costante: “l’eroe- scrive Carpi- è avversato da donne sentimentali e portatrici di eros debilitante…”, che ostacolerebbero l’uomo proteso verso il futuro tecnologico. Ovvia conseguenza di tutto ciò, una ridda di rappresentazioni deformanti, grottesche della donna, nella pittura futurista come negli scritti. Ma il fatto tragico che Carpi racconta è l’adesione cieca che artiste oggi sconosciute ai più – come la pittrice Regina, come la danzatrice Giannina Censi e molte altre – manifestarono, facendo propria la violenza di queste immagini, assumendole come modelli.

dal quotidiano Terra

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Nel segno di Caravaggio

Pubblicato da Simona Maggiorelli su Dicembre 29, 2008

Due mostre dedicate al genio del Seicento e la Biennale firmata da Birnbaum fra gli eventi più attesi del 2009 di Simona Maggiorelli

Se il 2009 sarà l’anno dell’attesa Biennale di Venezia firmata dallo svedese Birnbaum, quello alle porte, dal punto di vista dell’arte, tocca rassegnarsi, sarà anche l’anno del Futurismo e del suo inventore, quel Filippo Tommaso Marinetti che, annusato lo spirito dell’avanguardia parigina, ne fece una traduzione casereccia e fascistoide inneggiando alla nuova era «dell’uomo dalle parti intercambiabili» e al mito di una modernità fatta di sole macchine. Accanto alla ridda di mostre e pubblicazioni – perlopiù a uso romano e milanese e delle rispettive giunte – spiccano, però, oltre alla monografia edita da Skira, alcune iniziative come l’uscita del libro dello studioso di letteratura russa Guido Carpi, Futuriste. L’altra metà dell’avanguardia (Castelvecchi) e la mostra al Mart di Rovereto dedicata alle invenzioni creative del cubofuturismo russo, ben lontano dalla retorica retriva del futurismo nostrano. Ma intanto, in attesa dei cosiddetti grandi eventi, già da gennaio, fioriscono qua e là in Italia esposizioni, apparentemente “in minore” ma che hanno il pregio di invitare il pubblico a tornare a godersi grandi classici. A cominciare dalla mostra che Brera dedica dal 19 gennaio, nell’occasione del bicentenario della sua Pinacoteca, all’opera geniale di Caravaggio e incentrata su alcune opere come La cena di Emmaus del 1606, qui a confronto con un’altra edizione autografa dell’opera conservata alla National Gallery di Londra. Una mostra, quella di Brera che sarà accompagnata da catalogo Electa a cura dell’allieva di Longhi, Mina Gregori e che, idealmente, avrà un seguito a settembre, a Roma, con la rassegna Caravaggio e Bacon alla Galleria Borghese, incentrata su un confronto per molti versi ossimorico, fra il maestro del Seicento italiano e il pittore irlandese ora celebrato in una mostra alla Tate Gallery di Londra; un confronto fra antico e moderno pensato da Claudio Strinati e Michel Peppiatt, in accordo con quella ipervalutazione che le angosciate visioni di Bacon continuano ad avere da alcuni anni in Europa e negli Usa. Ancora fra i “grandi eventi” una proposta Electa nata in collaborazione con il Comune di Urbino, che in primavera ospiterà una mostra dedicata ai lavori giovanili di Raffaello raccogliendo in Palazzo Ducale una ventina di dipinti e altrettanti disegni del pittore urbinate. A Forlì invece, dal 25 gennaio, si ripercorre L’ideale classico tra scultura e pittura di Antonio Canova, con alcuni inediti confronti con opere di Raffaello e Tiziano. Dalla instancabile fucina di Linea d’ombra libri, coprotagonista di tutte le mostre di Marco Goldin, poi, una doppia proposta per la friulana Villa Manin: una mostra dal 26 settembre dedicata all’età di Corot e Monet e, quasi in contemporanea, una rassegna dedicata al simbolismo e alla secessione viennese, raccontata attraverso le opere di Boecklin, Klimt e Schiele. E poi, per approdare al Novecento, al Palaexpo di Roma (ora sotto la guida di Ida Gianelli) una mostra dedicata ad Alexander Calder, e alle sue architetture aeree in lamine colorate che cambiano forma a ogni soffio d’aria e, sempre a Roma, alla Gnam, dal 4 marzo, una retrospettiva dedicata a uno degli artisti americani contemporanei più noti: Cy Twombly. Infine, da non perdere di vista, la grande retrospettiva che la Galleria nazionale dell’Umbria dedica dal 4 aprile ad Alberto Burri, la più importante nella sua terra natale, dopo la grande mostra che gli ha appena dedicato la Triennale di Milano.

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