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Pubblicato da Simona Maggiorelli su Novembre 13, 2009
La magia di una città trasfigurata dallo sguardo di un bambino. Un racconto intenso e poetico come raramente capita di leggerne in pagine di autobiografia. Il cuore della Berlino fra fine Ottocento e inizi Novecento è ancora vivo oggi grazie all’Infanzia berlinese (Einaudi) di Walter Benjamin. E a questo straordinario classico, così come alla flânerie a cui il filosofo tedesco si affidò per raccontare la Parigi dei Passages, si è ispirato lo scrittore Eraldo Affinati per il suo Berlin (Rizzoli), viaggio letterario nel passato e nel presente della città e non solo banale pellegrinaggio ai varchi del muro. Cercando nelle molte metamorfosi anche urbanistiche di Berlino ciò che le fonti scritte non raccontano.
Due giornalisti, partiti dalle opposte “sponde” dell’Inghilterra e dell’Italia, invece, si sono dati a raccontare la trasformazione di Berlino Est e i cambiamenti che in vent’anni hanno rimesso in moto i Paesi dell’Europa ex comunista; è diventato anche una fortunata serie tv il viaggio inchiesta del giornalista della Bbc Peter Molloy, edito in Italia da Bruno Mondadori con il titolo La vita ai tempi del comunismo: una serie di interviste che, insieme, affrescano una straordinaria galleria di ritratti di persone per le quali andare oltre cortina ha rappresentato una vera propria cesura nella propria vita, dividendola in un prima e un dopo, nel bene o nel male. Berlino, Lipsia, Varsavia. Ma anche Praga, Bratislava, Budapest. Sono le tappe del reportage che il giornalista Matteo Tacconi ha scritto per Castelvecchi. Nel suo C’era una volta il muro si ritrovano la passione e la voglia di capire di un cronista di razza che nel 1989 aveva solo 11 anni. Niente ideologie e appartenenze di allora a ingombrargli il passo e, nella scrittura rapida, suggestiva, per immagini, di questo libro, le speranze realizzate e quelle naufragate di intellettuali e operai ungheresi costretti a emigrare per lavorare. La Praga di Charta77 e di Vaclav Havel ma anche quella del processo a Milan Kundera. E ancora la Danzica e le istanze di libertà di Solidarnosc, presto deluse.
Riavvolgendo il filo della storia, torna a prima del muro Gianluca Falanga con il libro Non si può dividere il cielo (Carocci) che ricostruisce le vicende di persone che quando il muro (e la guerra fredda) esercitava tutta la sua oppressiva presenza osarono sfidarlo. Testimone diretto dell’89, lo scrittore ungherese György Dalos ricostruisce gli eventi che portarono alla caduta del muro nel libro Giù la cortina (Donzelli) dando voce ai protagonisti di allora, a uomini politici come Dubcek e Havel ma anche a gente comune. Con pagine inedite sulla fuga in massa dei cittadini della Ddr oltre il confine ungherese. Delle vicende degli intellettuali e degli attivisti politici che nel Novecento hanno fatto di Berlino una fucina di idee e un laboratorio di nuove culture si occupa in modo particolare Gian Enrico Rusconi in Berlino, la reinvenzione della Germania (Laterza), mentre fra i molti nuovi titoli che affrontano il ventennale con strumenti di analisi politica, da segnalare il lavoro di Angelo d’Orsi, 1989,(Ponte alle Grazie). Un libro fuori dal coro delle grandi celebrazioni, che esplora zone d’ombra e promesse rimaste lettera morta. A cominciare dalla speranza di un futuro senza ideologiche contrapposizioni in blocchi e senza guerre. Infine, fresco di stampa, L’anno che cambiò il mondo (Il Saggiatore) di Michael Meyer, che dal 1988 al 1992 diresse la redazione di Newsweek per l’Europa dell’Est. Un documentatissimo libro che sfata l’idea che sia stata la fermezza Usa a dar la spinta decisiva allo smantellamento del muro.
BERLINO EST CAPITALE DELL’ARTE CONTEMPORANEA
Nel 1989 probabilmente nessuno ci avrebbe creduto che dai grigi e seriali palazzi dell’Est sarebbero sbocciati i più innovativi laboratori d’arte e di tendenza degli anni Duemila. E che le fabbriche dismesse sarebbero presto diventate cantieri giovanili dove si mettono in scena opere totali che mescolano i linguaggi delle arti visive e quelli della danza, del teatro, della musica e della videoarte. Anticipando la tendenza al recupero di suggestivi spazi di archeologia industriale che negli anni 90, in Europa, ha permesso finalmente di rottamare gli spazi museali algidi e minimalisti di un decennio prima. Ma tant’è, a vent’anni dalla caduta del muro – complice un mercato immobiliare più abbordabile – possiamo ben dire che la parte Est non è diventata soltanto quella più bella della città ma anche la più creativamente viva d’Europa. Da qualche anno, infatti, artisti da tutto il mondo fanno tappa a Berlino (e non più a Londra e Parigi) o decidono di viverci. La street art, i graffiti, i murales che tappezzano l’Est ne sono l’effetto più macroscopico, a cominciare dall’esplosione di colori della famosa Est side gallery all’aperto. Nel frattempo tutta la rete delle gallerie si è molto allargata verso Est. Tanto che dalle circa 250 gallerie che si contavano 15 anni fa oggi si è passati a più di 500. Frutto d’iniziativa privata ma anche merito delle intelligenti politiche culturali tedesche, locali e non, che investono molto su mostre, biennali, premi e offrono agevolazioni agli artisti. s.m.
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Pubblicato da Simona Maggiorelli su Ottobre 24, 2009
di Simona Maggiorelli
In Italia c’è un nuovo pubblico di lettori forti, che vuole sapere. Se i grandi media non informano, piccole case editrici pubblicano libri di denuncia. E scalano le classifiche

Roberto Saviano
In un Paese come l’Italia in cui, a destra e a sinistra, si fa a gara per genuflettersi ai diktat del Vaticano colpisce che libri come La questua (Feltrinelli) di Curzio Maltese, o come Chiesa padrona (Garzanti) di Michele Ainis, siano stati in cima alle classifiche di vendita per mesi. E il fenomeno dei “best seller anticlericali”, aperto nel 2006 da Contro Ratzinger (Isbn), non accenna ad attenuarsi.
Anzi. Lo dimostra un saggio-inchiesta come Vaticano spa (Chiarelettere) in cui Gianfranco Nuzzi, carte alla mano, dimostra come la banca vaticana faccia da lavanderia per il denaro sporco, a tutto vantaggio della mafia di certa politica e imprenditoria italiana. Un libro serrato e documentatissimo che, in meno di sei mesi dall’uscita, ha venduto centosettantamila copie.
Settantamila copie ha fatto il libro di Claudio Rendina La santa casta della Chiesa (Newton Compton). E si sale a più di centomila copie per Il libro che la tua Chiesa non ti farebbe mai leggere di Leedom e Murdy, che Newton Compton vende anche negli autogrill e nei centri commerciali, raggiungendo così anche quel pubblico che di solito non va in libreria.
Poi, a curiosare fra le righe delle più recenti analisi del mercato librario pubblicate sul sito del ministero dei Beni culturali, scopriamo anche che quello stesso zoccolo duro di lettori forti che compra titoli così corrosivi ama anche una certa coraggiosa saggistica firmata soprattutto da giornalisti che, nonostante le minacce di mafia e camorra, hanno raccontato gli intrecci fra criminalità organizzata e potere politico. Il caso di Roberto Saviano e del suo Gomorra è la punta di un iceberg. Ma potremmo parlare anche dei libri di Lirio Abbate e di molti altri colleghi.
E se le inchieste di Marco Travaglio e Peter Gomez (insieme a quelle di Saviano) sono fra le più “gettonate” dal pubblico giovane, sempre fra quei forti lettori che da soli tengono in piedi il 41 per cento delle vendite librarie scopriamo la fisionomia di un pubblico colto, esigente, che per dirla con Lorenzo Fazio di Chiarelettere «non si accontenta del tg delle venti, ma vuole un’informazione più approfondita e completa».
Una domanda culturale alta che oggi trova risposta in primis nel lavoro di alcune piccole e medie case editrici di lunga tradizione, o più giovani, ma che sfidando l’ottusità dell’oligopolio italiano, libro dopo libro stanno riscrivendo la storia recente portando alla luce quanto in quella ufficiale era sempre rimasto occultato e nascosto. «In questa Italia che sembra anestetizzata, però quando esce un’inchiesta che si interroga sui tabù che consolidano religioni e Chiese, o regimi – dice Fiammetta Biancatelli, portavoce di Raffaello Avanzini di Newton Compton – notiamo un interesse crescente e questo ci stimola a tirare fuori libri che scuotano le coscienze».
Dall’Italia dei colpi di Stato di Gianni Flamini all’Italia dei poteri occulti di Willan, alle inchieste sulla destra di Semprini e Caprara – solo per citare alcuni titoli – grazie al lavoro di questa casa editrice indipendente si è formata, così, nel corso di pochi anni, un’innovativa collana di “controstoria”. «La piccola editoria è sempre stata la più critica verso il potere, anche perché avendone poco critica chi ce l’ha», commenta Giuseppe Laterza, ospite del Festival storia (che si svolge a Torino e a Saluzzo fino al 25 ottobre) per parlare di editoria e potere. Economista, laureato con Federico Caffé, da quando ha preso le redini dello storico marchio di famiglia, Giuseppe Laterza, pur continuando a coltivare un solido catalogo, ha fortemente aperto all’innovazione, anche stringendo rapporti con rassegne come il Festival della mente di Sarzana per «contribuire a costruire un ponte fra cultura scientifica e divulgazione». «Per sua natura – spiega – una piccola casa editrice si regge sulla sperimentazione, sulla capacità di innovare. Una casa editrice molto grande è più vincolata nel suo modo di agire. Anche se – precisa Laterza – non possiamo dimenticare che il libro più dirompente degli ultimi anni, Gomorra di Saviano, è uscito con Mondadori». Una bella eccezione che, tuttavia, non cambia la realtà del colosso berlusconiano che copre il 29 per cento del mercato librario italiano e il 38 per cento del mercato dei periodici, ma che è ingessato in una produzione commerciale e standardizzata. Anche per resistere alla “politica” del patron di Mondadori è nata la collana di saggistica “anticorpi” che si avvale del lavoro di studiosi come Luciano Canfora. «Una collana nata come strumento di lettura della realtà quotidiana. Il titolo – ricorda Laterza – mi fu suggerito da Sylos Labini: «Di tycoon che vogliono mettersi in politica – diceva – è pieno il globo ma in Italia non ci sono gli anticorpi, i fattori di resistenza. Non è un caso che qui governi un personaggio come questo premier che nessun’altra democrazia accetterebbe. E non è un caso che il nostro sia il Paese con i più bassi consumi culturali al mondo». E la responsabilità è anche di chi dovrebbe fare opposizione. «Una sinistra che continua a trascurare la scuola, l’università, le biblioteche – chiosa Laterza – produce, come effetto, anche la possibilità da parte di un personaggio come Berlusconi di dominare attraverso le tv, nell’ignoranza generale». Ma la responsabilità della sinistra è anche aver tralasciato la battaglia per la laicità secondo l’editore di Biblioteca laica di Ciliberto e di altri importanti testi su questo tema.
«La laicità – dice – è un tratto che connota la nostra casa editrice da sempre. Una battaglia per la separazione rigorosa fra lo Stato e Chiesa è un fatto essenziale. Ma devo dire che anche qui, purtroppo, vedo con tristezza che non è in cima ai pensieri del Pd. Dei tre candidati alle primarie solo Marino pone questo tema. Gli altri due lo mettono in sordina. C’è, purtroppo una lunga tradizione, un tentativo continuo in Italia di cercare di carpire la benevolenza della Chiesa catttolica, immaginando che porti dei voti. Il tentativo viene reiterato costantemenete dalla destra come dalla sinistra. Io credo che questo per il nostro paese non sia un fatto positivo e che la battaglia culturale per la laicità oggi sia prioritaria in Italia». Anche perché «una minoranza molto corposa di persone interessate a questo tema ci sono in Italia. Noi, per esempio – conclude Laterza -.i abbiamo avuto ilgrande successo del libro di Stefano Rodotà Perché laico, che abbiamo ristampato per tutto ll corso dell’anno e continuiamo a farlo. Ma anche titoli come Un’etica senza dio di Eugenio Lecaldano e Laici in ginocchio di Viano sono stati libri fortunati.
In questo quadro, fa notare l’editore Alessandro Dalai, la tv ma anche i grandi giornali stanno del tutto venendo meno al proprio compito di informare. «Lo noto una volta di più – spiega l’editore di Baldini Castoldi Dalai – in questi giorni, con l’uscita di un libro come Troppi Farabutti. Nonostante l’autore, l’avvocato Oreste Flamminii Minuto, sia stato uno storico difensore del gruppo l’Espresso e benché il “partito Repubblica” oggi sia più che mai in trincea contro il Cavaliere, registro una certa ritrosia a parlare di questo libro che denuncia l’assenza di libertà di stampa oggi in Italia». Ma il pubblico nel nostro Paese non è del tutto assopito, rilancia Dalai: «Lo dimostra un giornale come Il Fatto che supera le 100mila copie vendute. Un evento che non mi sarei mai aspettato. Un successo dovuto a quello stesso pubblico che compra i libri di Chiarelettere, che segue una certa saggistica che facciamo noi con Garzanti e alcuni altri piccoli editori puri. Quel pubblico c’è e vuole capire. Nelle trasmissioni tv c’è troppo rumore e poca quiete, per andare al fondo delle cose – conclude Dalai – non restano che i libri».
Dal left-avvenimenti
L’intervista:PICCOLI MA DIROMPENTI
Libri d’inchiesta e di forte denuncia, le scelte di Lorenzo Fazio e della sua casa editrice Chiarelettere
di Simona Maggiorelli

Lorenzo Fazio, Chiarelettere
il caso editoriale degli ultimi anni. In pochissimo tempo, dal 2007 a oggi, Chiarelettere, fondata e diretta da Lorenzo Fazio (genovese, con alle spalle esperienze di lavoro in Einaudi e Bur), si è imposta sul mercato con titoli incisivi, controcorrente, di forte denuncia. Con libri come Vaticano spa o il recente Il regalo di Berlusconi, riuscendo a intercettare un pubblico laico, attento ai valori della democrazia, che sembrava fin qui assopito. «Di fatto – commenta Fazio – oggi c’è una forte divaricazione fra ciò che viene proposto da grandi giornali e tv e ciò che accade nel mondo dei libri che affrontano certi temi di attualità. Testi come quello di Gianfranco Nuzzi, per esempio, non hanno avuto un’accoglienza sui media tale da giustificare una tiratura e una vendita così eccezionale pari a 170mila copie. Il Corsera l’ha recensito nelle pagine di cultura ( anche se, fa notare Nuzzi, si tratta un libro di cronaca e che si occupa di economia.Mentre La Repubblica e La Stampa hanno pubblicato solo una nota nelle pagine dell’economia. Di fatto quasi nascosta. Un atteggiamento strano visto che Vaticano spa tratta di verità incontestabili, dati alla mano. Doveva esplodere un caso. Ma sui giornali non è stato registrato. Salvo eccezioni come left.
Occorrono editori puri per poter pubblicare libri d’inchiesta così corrosivi?
E’ un vantaggio che abbiamo con Chiarelettere. Anche Fazi, che ora è stato acquisito per il 35 per cento dal gruppo Mauri Spagnol, è un editore puro. Così come lo è Newton Compton. Non è un caso che ci troviamo in loro compagnia nel fare questo tipo di saggistica che implica non avere timore di attaccare l’uno o l’altro. Di fatto anche Bompiani o talora Mondadori fanno degli ottimi libri di saggistica. Perché ci lavorano seri professionisti. Ma in alcuni casi devono lasciare il passo a chi, come noi, può affrontare qualsiasi argomento.
Una rivincita dei piccoli editori ?
Da qualche anno i piccoli editori riescono a imporre libri ad alta tiratura: prima non avveniva. E vale sia per la saggistica che per la narrativa. è un segnale di vitalità. I grandi non possono più dormire sugli allori, devono stare al passo con la concorrenza.
Libri di Chiarelettere come I cinesi non muoiono mai o Non chiamatemi zingaro, per esempio, parlano del nuovo volto dell’Italia, dei nuovi cittadini immigrati.Come intercettate i vostri temi?
Ci orientiamo come se fossimo una rivista. Vediamo quali sono i temi che fanno da sfondo alla società e al dibattito pubblico. Individuiamo le onde lunghe di un problema. Dietro la cronaca, sotto la spuma, la cresta in superficie. Cerchiamo di approfondire. Usando la forma dell’inchiesta, a volte la testimonianza oppure la ricostruzione storica. Ma sempre andando a sviscerare i problemi con andamento narrativo. Si può fare della divulgazione in modo molto serio usando i documenti, le testimonianze, gli archivi. In modo assolutamente inoppugnabile, ma cercando di fare venir fuori delle storie.
Inchieste sulla mafia, sulla nascita “ambigua” del potere di Berlusconi, ma anche su crimini come la pedofilia in Vaticano. Su questi temi volete accendere dei dibattiti pubblici?
Quello che ci preoccupa è che non abbiamo interlocutori che, a livello politico, raccolgano queste denunce e le facciano proprie.
Che idea si è fatto del vostro pubblico?
Fra i nostri lettori ci sono molti giovani e poi persone più mature, preparate, che vogliono un’informazione più completa. Lo deduco dal fatto che se facciamo degli errori ci “beccano” subito. Il nostro lavoro è pensato per queste persone, attente, che oggi rappresentano lo zoccolo duro di lettori in Italia.
Nel futuro di Chiarelettere?
Ho sempre cercato di farne uno strumento di approfondimento culturale: casa editrice libera ma con più facce. Penso che il libro oggi sia uno dei tanti strumenti per accedere a un’informazione che non c’è. Per questo siamo entrati nell’impresa del quotidiano Il Fatto, anche se solo per il 16 per cento. è un segnale che abbiamo voluto dare. E probabilmente faremo altri passi nel multimediale, pensando a più piattaforme con cui veicolare dei contenuti di alto livello. La scommessa si gioca in primis su internet. Già il nostro blog conta su 60mila persone. E 180mila presenze sono sull’Artefatto, nato per il quotidiano. E importante è riuscire a costruire una rete che si tenga e che sia affidabile.E forse quella stessa rete vorrà vedere un tv oppure sentire una radio fatta con i nostri contenuti. con i nostri autori.
da left-avvenimenti
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Pubblicato da Simona Maggiorelli su Settembre 5, 2009
Due saggi indagano il non finito in Michelangelo e la potenza del suo “occhio interiore”
di Simona Maggiorelli

Michelangelo, Centauromachia
La potenza dei Prigioni di Michelangelo che sembrano emergere dalla pietra grezza con uno sforzo sovrumano è al centro del nuovo lavoro Isabelle Miller Capolavori incompiuti, da poco uscito in Italia per l’editore Angelo Colla. Un saggio in cui si analizza il fascino dell’imperfetto e quel certo modo di fare arte che lascia trasparire la tensione creativa piuttosto che il dettaglio analitico e le rifiniture.
Nei bozzetti di Canova, nelle sculture incompiute di Rodin oppure nei bassorilievi in creta di Lucio Fontana si percepisce il divenire dell’opera, quasi potesse restare aperta a ulteriori significati e assorbire col tempo nuove sfumature attraversando temperie culturali diverse. Una qualità del “non finito” di durare e “ricrearsi” nella storia che Michelangelo intuì giovanissimo. Facendone la chiave della sua Centauromachia, conservata in Casa Buonarroti a Firenze. Un bassorilievo che gli studiosi hanno spesso considerato immaturo per certi “difetti”, che farebbero sospettare una non perfetta padronanza delle proporzioni nell’anatomia dei corpi e della prospettiva geometrica. Del resto, come ricorda Forcellino in Michelangelo. Una vita inquieta (Laterza), quando riprese il tema della lotta dei centauri da fonti dantesche e, su suggerimento del Poliziano, dalle Metamorfosi di Ovidio era un diciassettenne che si era appena affrancato dalla bottega del Ghirlandaio grazie a Lorenzo de’ Medici che, intuendone il talento, l’aveva voluto fra gli intellettuali umanisti che frequentavano il suo giardino di corte. Sta di fatto, però, come notano Sergio Risaliti e Francesco Vossilla in Michelangelo. La zuffa dei centauri (Electa), «un lunare e nascosto Michelangelo intervenne più volte con gli scalpelli a perfezionare quell’immagine di tumulto», senza che il rilievo ricevesse mai l’ultima mano. Secondo la tesi dei due autori, l’artista era ben consapevole del valore di quel lavoro e con gli scalpelli, e poi, settantenne con l’aiuto del biografo ufficiale, Ascanio Condivi, «riuscì in un’altra impresa: far credere che la Zuffa dei centauri fosse perfetta prima del 1492». Come opera di un talento precoce e geniale. Ma a ben vedere Michelangelo non aveva bisogno di apologia.
La genialità dell’opera stava già nel fatto che avesse ripreso il tema caro all’Umanesimo liberamente, senza lasciarsi imbrigliare dal valore allegorico di vittoria della ragione sugli istinti. Al «bulicame» dei centauri di dantesca memoria sostituì figure dalla bellezza quasi greca (aspetto che accentuerà dopo il ritrovamento del Laocoonte). E non ebbe timore di usare quelle deformazioni che, in una visione di insieme, gli permisero di rendere il senso di un corpo umano in movimento nello spazio. Con la Centauromachia era già fuori dalla perfezione bidimensionale di Botticelli. Inoltre, come suggeriscono Risaliti e Vossilla in questo loro breve e affascinante saggio, Michelangelo rilegge la lezione leonardiana dello sfumato in chiave plastica, riuscendo a dare profondità e ombre al bassorilievo. Al tempo stesso, abbandonando lo schema di piani parelleli tipico dello stiacciato di Donatello, riesce a costruire una molteplicità di punti di vista che nel non finito lasciano aperta la porta della fantasia. Per dare una spazialità interna all’opera, poi, non usa la cauta raspa, ma la grandina e lo scalpello fino alla pelle del marmo, sapendosi fermare prima della rottura. «La capacità molto precoce di Michelangelo – scrive Forcellino – era quella di vedere il marmo nella sua tridimensionalità, indipendentemente dal disegno che si può tracciare sulla sua superficie». Il marchigiano Condivi già scriveva nel 1553 della «potentissima vis imaginativa» del maestro. La forza espressiva della Centauromachia era già tutta nell’immagine interiore dell’artista. La rappresentazione così emergeva dalla pietra viva e reale, nelle sue linee essenziali. E non c’era alcun bisogno di completare le parti scabre.
da left-avvenimenti 4 settembre 2009
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Pubblicato da Simona Maggiorelli su Luglio 22, 2009
Dal pensiero per immagini dell’epos di Omero all’astrazione filosofica. Alle origini di un complesso passaggio della storia occidentale. Quando, scrive la filosofa Maria Michela Sassi ” Allo studio della natura fisica si intrecciò l’interesse per ciò che diciamo anima e che i Greci chiamavano psyché»
di Simona Maggiorelli

Quattro elementi, stampa XV secolo
Pitagora “sciamano” di Bukert e l’Empedocle magico di Kingsley. Ma forse, anche qualche suggestione dal nietzschiano Giorgio Colli accanto alla crescente importanza di studi sui contesti storici in cui i presocratici concepirono le loro opere (di cui ci restano solo dei frammenti), hanno spinto una attenta studiosa di filosofia antica come Maria Michela Sassi dell’università di Pisa a un’impresa intellettuale affascinante: provare a ripercorrere le origini della filosofia occidentale fra il VI e il V secolo a.C., uscendo dall’immagine ipostatizzata di una cultura greca tutta razionale e iscritta in un aureo equilibro, secondo i dettami del classicismo. Nel suo nuovo libro Gli inizi della filosofia: in Grecia (Bollati Boringhieri) – testo dottissimo ma dalla chiarezza appassionante – emerge così un mondo presocratico “contaminato” dal mito, aperto alle culture della Mesopotamia, in cui il passaggio dal mythos al logos appare molto più graduale, articolato e complesso di quanto si sia scritto fino a oggi.
Professoressa Sassi, se per filosofia si intende un’attività teoretica sistematica, i presocratici sfuggono? In che modo logos e mythos connotano il loro pensiero?
In realtà il progetto di una filosofia come sistema, con delimitazioni di ambiti (logica, fisica, etica etc.) e scrittura “saggistica” non nasce prima di Aristotele. Lo stesso Platone affida alla mobilità dei dialoghi un pensiero in cui i piani si intersecano in un gioco spiazzante che fa pensare, per così dire, alle prospettive di Escher. Nella Repubblica, per dire, l’intreccio di ontologia e politica è inestricabile. è nell’età di Platone, d’altronde, che si definisce l’idea che l’“amore di sapere” (questo il senso del conio philosophia) sia un’attività specifica praticabile da una categoria di persone a essa dedicate. I primi pensatori greci non fanno “filosofia” consapevolmente e il nome filosofia non esiste ancora. La sophia arcaica era nozione fluida che si applicava ai poeti ma anche agli studiosi di matematica. Si trattava certo di una sapienza con nuovi oggetti (il mondo della natura, ad esempio) e un piglio critico peculiare ma non aveva una forma di scrittura standard: la prosa giuridica di Anassimandro, gli aforismi di Eraclito, gli esametri di Parmenide e di Empedocle sono altrettanti tentativi di trovare il più adatto registro espressivo per contenuti sentiti, questo sì, come inauditi.
La dossografia che va da Platone a Diogene Laerzio agli autori cristiani ci ha fatto da tramite per i presocratici. Ma ne ha alterato la comprensione? In un passo del libro lei scrive che agirono da normalizzatori.
Trascurando i problemi di una storiografia di genere come quella di Diogene Laerzio, estrarre quello che “un filosofo ha veramente detto” dai riferimenti di Platone, Aristotele o Clemente Alessandrino richiede molta acribia. Pensiamo che Eraclito è per noi il filosofo del “tutto scorre” perché Platone, con l’efficacia di cui era capace, ha circoscritto nel pensiero di questo suo predecessore il tema del continuo fluire del sensibile, che tanto gli interessava. Ma in Eraclito è altrettanto importante il motivo della stabilità di fondo che regge il cosmo in un’armonia tesa di opposti. Grazie alla filologia, comunque, siamo sufficientemente attrezzati per distinguere elementi di pensiero originale dalle concrezioni dell’interpretazione filosofica successiva.
Talete, Anassimandro, Anassimene erano avulsi dalle scissioni e compartimentazioni che il sapere filosofico poi avrebbe prodotto. Quando nasce, ad esempio, la dicotomia mente-corpo?
è importante rilevare che la dicotomia mente-corpo è ignota a tutto il pensiero antico, per lo meno nei termini in cui l’ha tematizzata Cartesio per l’età moderna. Per esempio il termine psyché indica l’anima sia come principio vivificatore del corpo sia come principio di conoscenza. Le funzioni mentali sono normalmente poste in continuità con quelle vitali, dunque con il corpo. Anche Platone, cui viene attribuita una concezione dualistica del rapporto anima-corpo, insiste su questa contrapposizione nella discussione sull’immortalità dell’anima contenuta nel Fedone ma altrove si mostra ben consapevole della matrice corporea dei processi cognitivi. La filosofia presocratica, in ogni caso, sviluppa un pensiero sull’anima attento da un lato ai processi fisiologici della conoscenza, dall’altro (nel movimento filosofico-religioso in cui si contano i Pitagorici, gli Orfici e Empedocle) alla natura divina e immortale dell’anima: non senza contraddizioni e tensioni.
Cosa si guadagnò e cosa si perse nel passaggio da un pensare per immagini a un pensare per concetti?
In realtà questo passaggio (che coincide più o meno con il passaggio dal mythos al logos) è tutt’altro che lineare. Il pensiero cosmologico dei presocratici è intriso di immagini. Pensiamo ad Amore e Contesa, le forze divine che muovono gli elementi di Empedocle. (Lui le chiamava «radici» pensando il cosmo organismo vivente come è tipico delle cosmologie arcaiche). Anche qui c’è stata una normalizzazione, da parte dei soliti Platone e Aristotele. Al primo dobbiamo la distinzione netta fra il carattere persuasivo dell’immagine mitica e il carattere dimostrativo del discorso razionale, al secondo l’espunzione della metafora dal discorso scientifico. In proposito consiglio di leggere uno dei libri di Geoffrey Lloyd, il più grande storico contemporaneo della scienza antica, dal titolo significativo Smascherare le mentalità (Laterza). Sono operazioni forti, quelle di Platone e Aristotele, di cui si deve tenere conto per risalire, a monte, alle modalità concrete dell’operare dei presocratici.
Talete «primo filosofo», dice Warren ne I Presocratici. E con lui molta tradizione. Perché lei aggiunge un punto interrogativo?
Esaminando le intuizioni di studiosi come Walter Burkert e Francis Cornford nel libro ricordo che l’aprirsi delle scienze dell’antichità alla comparazione antropologica nonché la costante crescita della nostra documentazione sulle culture del Vicino Oriente ha rivelato paralleli incredibili fra le cosmogonie greche più antiche (a partire dalla Teogonia di Esiodo) e le teo-cosmogonie orientali. Ciò ha imposto di rivedere il ruolo di capostipite della scienza della natura che Aristotele ha assegnato a Talete per avere «per primo» individuato il principio delle cose nell’acqua. è molto probabile che un Talete, che le fonti antiche dichiarano di ascendenza fenicia, nato e vissuto in un porto commerciale fervido di scambi intellettuali come Mileto fra il VII e il VI secolo a.C., fosse a conoscenza di quadri cosmogonici dominati da divinità marine, come nelle grandi civiltà fluviali dell’Egitto e della Mesopotamia. Va detto che, nonostante molta attenzione ai precedenti orientali del pensiero greco più antico, io tengo molto a rivendicare il carattere greco della filosofia, intesa come pensiero critico, fin da Talete stesso.
Platone condanna la poesia omerica. I presocratici gli aprirono la strada a cominciare da Senofane che si scagliò contro l’epos che rappresentava gli dei come figure umane»?
Qui ha un ruolo cruciale Senofane che fa della sua professione di rapsodo un’occasione di critica, a dir poco incendiaria, di quella rappresentazione antropomorfica degli dèi che, sancita dall’epos omerico, è un cardine della religione greca. Nella sua battaglia contro i poeti propagatori di un’immagine non elevata della divinità, il Platone della Repubblica deve molto a Senofane. Bisogna aggiungere che anche le riflessioni di Senofane sulla natura unitaria e suprema del dio, interpretate come espressione di una fede monoteistica, eserciteranno grande influenza nello sviluppo del pensiero teologico.
Parmenide ed Empedocle usano l’esametro quando si richiamano a una rivelazione di segno religioso. Tuttavia, lei scrive, l’appello a una rivelazione non esclude il ricorso a procedure di tipo razionale. In che modo?
A conclusione del mio discorso, nell’ultimo capitolo, insisto sulla necessità di riconoscere che la filosofia nasce in Grecia grazie alla collisione e interazione di molteplici stili di razionalità o, come scrivo, di “razionalità multiple”. La ragione critica che ritengo cifra essenziale della filosofia e che nasce nella Mileto di Talete è una ragione che non si esprime solo (e all’inizio non si esprime affatto) nei modi dell’argomentazione. Può appunto appoggiarsi all’autorità di una rivelazione divina, come in Parmenide, o addirittura alla proclamazione della propria origine divina, come in Empedocle. Entrambi ricorrono non a caso all’esametro, la forma metrica della tradizione epica atta a rappresentare un mondo di dèi ed eroi, ma in esametri erano formulati spesso anche i responsi oracolari. Anche Eraclito modella sapientemente i suoi detti secondo un modulo espressivo enigmatico perché “profetico”. Ma linguaggio e attitudine da veggente ispirato, in tutti questi pensatori, convivono con una riflessione sul mondo e sull’anima, sul modo in cui vengono percepite dagli uomini e sul modo in cui un individuo più attento degli altri può andare oltre, e coglierne i principi non manifesti.
Grazie a Dodds e Cornford sono stati rivalutati elementi di un pensiero “irrazionale” come la vitalità dell’immaginario antico nei presocratici. La tradizione illuminista ci aveva impedito di vedere più a fondo?
A quest’ultimo interrogativo mi sento di rispondere con un netto sì: la tradizione illuminista ha in effetti circoscritto una nozione di ragione lineare e argomentativa, che non corrisponde certo a quella messa in pratica dai più antichi pensatori greci. Vorrei aggiungere che condivido pienamente l’invito di Yehuda Elkana a «ripensare» la tradizione illuministica (In Issues of Our Common Future, a cura di W. Krull, 2000). Secondo Elkana, la complessità del moderno costringe a rivedere quell’identificazione di razionalità e logicità che costituisce la più forte eredità del pensiero illuminista, e a portare l’attenzione sui momenti di tensione dialettica e la compresenza di alternative che la realtà esibisce. Intreccio di argomentazioni logiche e immaginario significa apertura alla complessità: il pensiero filosofico ai suoi inizi non merita forse di attrarci proprio per questo?
Per proseguire la ricerca:
I presocratici in libreria, fra novità e recuperi
Con un’impostazione tradizionale che procede per medaglioni, passando in rassegna le personalità più forti della filosofia presocratica, da Talete a Senofane, a Eraclito a Parmenide (ma analizzando con grande cura i contesti in cui vissero e operarono) James Warren dell’università di Cambridge costruisce il suo ultimo lavoro, I presocratici : un agile saggio uscito in Inghilterra nel 2007 e che ora Einaudi pubblica in italiano. Interessanti in particolare le pagine che Warren dedica al pensiero di Senofane di Colofone, analizzando l’influenza che la sua teologia iconoclasta ebbe sui filosofi greci che vennero dopo di lui. Ma nel fiorire di pubblicazioni sul pensiero dei presocratici, in cui ricordiamo anche il Meridiano Mondadori che Giovanni Reale ha curato sulla base della classica edizione di Hermann Diels (rivista da Walther Kranz), da segnalare la recente uscita per Adelphi del libro di Giorgio Colli Filosofi sovrumani. Un volume in cui – nell’ambitodella pubblicazione delle sue opere complete – si ritrovano quelle riflessioni giovanili su alcuni presocratici, che accanto al Platone politico formavano la sua tesi di laurea discussa nel ‘39. Un pensiero il suo a cui Sassi (pur evidenziandone le forzature nietzschiane) riconosce il merito di aver contribuito a sollevare una domanda cruciale: la filosofia nacque come esercizio autonomo della ragione critica, venuta a farsi spazio in un panorama dominato dal sapere mitico o questo stesso sapere ne fu «la fonte più propulsiva e intima»?
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da left-avvenimenti del 24 luglio 2009
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Pubblicato da Simona Maggiorelli su Aprile 19, 2009
Il progresso della scienza chiede un’etica e leggi moderne. Basate sull’umano. Non sulla metafisica.
Corbellini: Mai in Italia si è assistito a un attacco di tale portata allo statuto epistemologico e morale della ricerca. Dietro c’è un pregiudizio religioso
di Simona Maggiorelli
Per dirla con un celebre lavoro di Thomas Kuhn sulle rivoluzioni scientifiche, quello che si configura in questo inizio di nuovo millennio è un vero e proprio salto di paradigma. E questo grazie alla ricerca genetica e ai nuovi orizzonti della medicina rigenerativa che in poche decine di anni potrebbe schiudere orizzonti insperati di terapia. Ma anche grazie agli importanti progressi che ha compiuto la psichiatria dagli anni Settanta a oggi permettendo una nuova e più profonda conoscenza della realtà umana.
I passi avanti che la medicina sta facendo nei più diversi ambiti impongono alla società e alla politica riflessioni nuove sulle questioni cosiddette (con imprecisa espressione) “eticamente sensibili”. Di fatto questioni che riguardano il nascere e il morire, ma anche il diritto di ciascuno di noi a poter scegliere liberamente per la propria vita, nel rispetto di se stessi e degli altri.
In questo quadro anche la morte ormai – come ha scritto il neurologo Carlo Alberto Defanti nel libro Soglie. Medicina e fine vita (Bollati Boringhieri) – è divenuta un fatto culturale, non solo perché perlopiù preceduta da una diagnosi e da un tentativo di cura. Ma anche perché lo sviluppo della trapiantistica e delle tecniche rianimative hanno imposto dagli anni Sessanta a oggi un ripensamento della morte, prima intesa rozzamente come cessazione del battito cardiaco, poi come morte cerebrale e oggi come morte corticale quando, come nel caso specifico di Eluana Englaro, una persona si trovi, dopo un grave incidente e per esiti infausti di protocolli rianimativi, in uno stato vegetativo persistente, senza più percezioni, né immagini, senza affetti e pensieri, né alcuna possibilità di relazionarsi con gli altri. Purtroppo Eluana «è morta a 21 anni in un incidente d’auto», come ha detto e ripetuto più volte il neurologo che l’ha seguita da allora. Ma, come è ben noto, ci sono voluti 17 anni di battaglie nelle aule di tribunale perché venisse riconosciuta la volontà della ragazza, espressa quando era ancora cosciente, di non essere obbligata a una vita meramente biologica attaccata alle macchine.
E mentre coraggiosamente il padre di Eluana, Beppino Englaro, ha saputo trasformare quella tragedia in una battaglia per la conquista di diritti di tutti, qualche settimana fa una coppia portatrice di una grave malattia genetica, grazie in primis a una sentenza del Tribunale di Firenze, è riuscita a riportare davanti alla Consulta la legge 40/2004, ora dichiarata parzialmente incostituzionale.
Ma che Paese è, viene da chiedersi, quello in cui il cittadino debba ricorrere al giudice per veder riconosciuto il proprio diritto alla salute e il rispetto della propria dignità umana, garantiti dalla Carta? E che Stato è quello che violando il rapporto medico-paziente proibisce la fecondazione eterologa come fa la legge 40 oppure impone idratazione e alimentazione artificiale al paziente, quale che sia, come vuole il ddl Calabrò sul biotestamento? Questioni importanti, urgenti, che toccano direttamente la vita dei cittadini e alle quali un giurista come Stefano Rodotà nel suo pamphlet Perché laico (Laterza) dà risposte preoccupate e forti: «Quella che si profila in Italia è una deriva da Stato etico» chiosa Rodotà, che avverte: «È in atto un attacco strisciante alla Costituzione da parte di questo governo di centrodestra che non rispetta sentenze passate in giudicato (come nel caso di Eluana ndr) e impone norme come quella sul biotestamento, che nega i diritti fondamentali del cittadino e quella laicità in cui una sentenza del 1989 ha riconosciuto il principio supremo della nostra Costituzione». Di questa grave crisi politica che il Paese sta attraversando e in cui Rodotà vede anche i segni di una «forte, drammatica, regressione culturale» il professore parlerà alla Biennale democrazia (www.biennaledemocrazia.it), l’iniziativa ideata da Gustavo Zagrebelsky che dal 22 al 26 aprile riunisce a Torino la migliore intellighenzia nazionale, dal filosofo Giacomo Marramao alla studiosa di diritto Eva Cantarella, dal politologo Marco Revelli all’economista Claudia Saraceno, al sociologo Alain Touraine e molti altri. Su democrazia e laicità, in particolare, interverrà anche il filosofo Salvatore Veca, che di questo binomio ha fatto il filo rosso del suo ultimo libro Dizionario minimo. Le parole della filosofia per una convivenza democratica da poco uscito per Frassinelli. «Al di là della frastagliata geografia di partiti che connota oggi la sinistra, quello che vorrei lanciare – dice Veca – è un appello alla sinistra nel suo insieme perché torni a dire a voce alta parole forti di un lessico civile come libertà, laicità, pluralismo, democrazia». «Io sono da sempre convinto – prosegue Veca – che dal dibattito pubblico nessuna voce debba essere esclusa, gerarchia cattolica compresa. Ma una volta che si siano ascoltati tutti i punti di vista il politico e il legislatore hanno il compito di fare leggi erga omnes, in cui non prevalga il principio inaccettabile di una minoranza che dice: io non lo farei, dunque anche tu non devi farlo». Come è accaduto, solo per fare un esempio, con la diagnosi pre impianto per la selezione di embrioni sani ancora oggi proibita in Italia dalla legge 40. E mentre norme antiscientifiche come quella sulla fecondazione assistita e il nuovo ddl Calabrò sul testamento biologico hanno visto un’opposizione di sinistra fiacca e (da quando Verdi e Rifondazione comunista non sono più in parlamento) addirittura afasica, cresce sui giornali e in tv la disinformazione scientifica. Dal salotto di Porta a Porta abbiamo ascoltato di tutto su Eluana, perfino che nonostante 17 anni di stato vegetativo la donna potesse fare passeggiate in giardino, mangiare panini. Ma se la stampa e i media cattolici da tempo non perdono occasione per dipingere i ricercatori come novelli Frankestein e per paventare derive della genetica liberale (con il placet di Habermas, filosofo un tempo progressista) stupisce che anche un giornale illuminato come Repubblica pubblichi articoli palesemente antiscientifici come una recente pagina in cui si parlava di attività onirica nel feto, incuranti del fatto che a quello stadio l’apparato cerebrale è ancora immaturo e del tutto deconnesso.
«Forse mai come in questo momento in Italia si è assistito a un attacco di questa portata allo statuto epistemologico, ma anche politico morale della scienza e degli scienziati» nota Gilberto Corbellini. Nel suo nuovo libro Perché gli scienziati non sono pericolosi (Longanesi) lo storico della medicina dell’Università la Sapienza tenta una interessante analisi di questo fenomeno, specifico del nostro Paese e che non trova rispondenze nell’area anglosassone. Alla base di questa immagine alterata della scienza che si riverbera sui media italiani c’è un retrostante pregiudizio religioso. «Essendo la scienza per definizione un metodo di indagine della natura, in grado cioè di produrre soluzioni dimostrabili e quindi condivisibili dei problemi dovrebbe essere interesse di tutti valorizzarne la portata educativa e culturale. Invece – scrive Corbellini – proprio la scienza si trova messa sotto accusa in quanto rappresenterebbe la maggiore minaccia alla libertà e alla dignità dell’uomo. E questo perché alcune discipline metterebbero in discussione la natura spirituale e metafisica della cosiddetta “creatura”, mentre altre diffonderebbero l’idea che l’uomo può conoscere».
Come dice il premio Nobel Rita Levi Montalcini «la scienza non ha bisogno di un’etica imposta dall’esterno», perché la ricerca scientifica ha come suo interesse specifico il progresso umano, senza trascurare che la comunità internazionale degli scienziati svolge un lavoro di monitoraggio di continuo verificando ipotesi e scoperte e mettendole alla prova dei fatti. E se in privato ognuno può avere le convinzioni che meglio crede, da ultimo torniamo a chiederci: è giusto, nella prospettiva di un’etica condivisa (come la chiama Enzo Bianchi nel suo nuovo libro Einaudi) che queste convinzioni siano imposte come valori non negoziabili nel dibattito pubblico? E più in là: è lecito che un’etica basata su fondamenti metafisici abbia l’ultima parola nell’agone della politica quando si tratti di fare leggi che riguardano tutti, credenti e non credenti?
dal quotidiano Terra, 19 aprile 2009
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Pubblicato da Simona Maggiorelli su Marzo 29, 2009

Piergiorgio e Mina Welby
di Simona Maggiorelli
“Una legge inemendabile” l’aveva giudicata già settimane fa il giurista Stefano Rodotà. Mentre Giovanni Berlinguer, per lunghi anni membro del Comitato di bioetica dell’Unesco, la giudica senza mezzi termini, “ l’ultima nuova fetenzìa, dopo la legge 40”. Perché questa nuova “legge truffa” sulle dichiarazioni anticipate non solo va contro l’articolo 32 della Costituzione e contro la convezione di Oviedo, ma configura una gravissima intromissione dello Stato nel rapporto medico- paziente. “Una legge pessima, confusa, contraddittoria, ma soprattutto liberticida” la definisce il vicepresidente del Senato, Emma Bonino che, dopo l’approvazione della legge al Senato, auspica una grande mobilitazione popolare di protesta.
Fin qui, però va detto, che nonostante l’encomiabile buona volontà degli oltre duemila emendamenti depositati dai Radicali (che si sono fatti veicolo delle istanze della cosiddetta società civile) l’opposizione parlamentare è apparsa, nel suo complesso, evanescente. In risposta agli antiscientifici discorsi del sottosegretario al welfare Eugenia Roccella che al Senato, contro ogni evidenza medica, ha parlato di idratazione e alimentazione artificiali come pane e acqua e di Eluana Englaro come una “grave disabile” che sarebbe stata “capace di conservare immagini e ricordi in qualche parte della sua mente”, la capogruppo Pd Anna Finocchiaro ha saputo solo auspicare un ritorno al concetto di “morte naturale” condannando la sopravvivenza artificiale garantita dalle macchine. Recuperando la critica della tecnica di un pensatore nazista come Heidegger ma, soprattutto, appoggiandosi alla critica della bioetica liberale di Jürgen Habermas, il filosofo che il Pd ha eletto nel proprio Pantheon.

Luca e Maria Antonietta Coscioni
Un macabro rovesciamento che la sottosegretaria al welfare con tutta evidenza non ha espresso solo a titolo personale. Nei discorsi della pasionaria pro-life nonché autrice di un libro clamorosamente ideologico contro la Ru486, riecheggiano certi discorsi del Premier sulla possibilità che Eluana avrebbe avuto di avere figli, dacché i danni al tronco encefalico non erano tali da non consentirle di mantenere una certa temperatura corporea, di respirare autonomamente e di regolare il ciclo ormonale, insomma di mantenere una mera vita biologica. In barba al fatto che – come ha dichiarato più volte il neurologo curante di Eluana, Carlo Alberto Defanti – la donna non potesse provare dolore, affetti, fare immagini e pensieri. (Riguardo alla precisa distinzione fra coma , stato di minima coscienza e stato vegetativo persistente, il libro di Defanti Soglie Medicina e fine della vita ,Bollati Boringhieri, raccoglie le più recenti acquisizioni internazionali).

Beppino Englaro e un ritratto di Eluana
Alla luce di tutto questo che dire di un Pd che con il segratario Franceschini fa sua la critica di Habermas alla cosiddetta “genetica liberale” che sarebbe guidata solo “dai meccanismi del mercato”? Che dire del segretario del principale partito di opposizione che (quando perfino Gianfranco Fini riconosce l’importanza della laicità delle istituzioni) definisce la religione non un fatto privato, ma intrinseco alla riflessione pubblica e all’attività politica?
“Che le religioni debbano avere una rilevanza sul piano legislativo, mi pare assolutamente inaccettabile”, commenta il filosofo Eugenio Lecaldano. ”Non sono un esperto di cultura tedesca – dice l’autore di Un’etica senza dio (Laterza)-. Ma quello che posso dire essendomi a lungo occupato dell’area anglosassone è che là non è mai accaduto che le Chiese potessero avere un’ingerenza sulle faccende dello Stato. Da noi in Italia questo passa per un pregio. A me pare un grave difetto”.
da left-avvenimenti del 27 marzo 2009
L’intervista
E’ tempo di dirsi atei

Un'opera di Maurizio Cattelan
Trofeo del nascente Pdl la legge sul testamento biologico che va contro la Costituzione e la scienza medica. Il presidente della consulta di bioetica, Maurizio Mori, avverte: “E’ un segno della regressione culturale che il Paese sta vivendo”. Anche per un’opposizione afasica che ancora stenta a far sue le acquisizioni della scienza
di Simona Maggiorelli
Al grido “assassini, siete degli assassini”, un gruppo di giovani esponenti del movimento ultra cattolico Pax Christi irrompe nel convegno organizzato dall’Università la Sapienza, dal titolo “Le questioni etiche di fine vita fra riflessione filosofica e intervento legislativo”, una giornata di studi con medici, filosofi, giuristi a confronto: da Ignazio Marino a Stefano Rodotà, da Mario Riccio a Eugenio Lecaldano, da Gilberto Corbelli a Demetrio Neri, alla giornalista scientifica Gianna Milano e a molti altri.
E l’episodio accaduto venerdì 13 marzo nella università romana dove 67 docenti sono stati “messi all’indice”per aver segnalato in una lettera l’inopportunità di un intervento del papa ad apertura dell’anno accademico, la dice lunga sul clima che sta vivendo il Paese. Dal vivo, in aula, il filosofo Eugenio Lecaldano ha stigmatizzato l’aggressione come “fascista”. Oggi il presidente della Consulta di bioetica, Maurizio Mori, ripensando a quella ridda di interventi deliranti che accusavano il dottor Riccio di aver assassinato Welby e Beppino Englaro di aver deportato la figlia nell’ultimo hospice, pacatamente osserva: “Il fatto è che non sollevavano domande o obiezioni argomentate. I loro discorsi fumosi coprivano le solite tesi cattoliche di stampo vitalista”. Dietro a questo episodio, aggiunge il professore, c’è il fatto che “il cambiamento rapido cui stiamo assistendo genera paura o addirittura terrore e sgomento: queste manifestazioni sono un risultato dello stato d’animo che c’è in alcuni strati della società”.
La ricerca genetica e lo sviluppo delle biotecnologie, ma anche la moderna psichiatria, impongono un salto di paradigma scientifico. Da qui la feroce opposizione delle ideologie più oscurantiste, clericali e di destra?
Non è solo per il salto di paradigma. È che la rivoluzione biomedica cambia i parametri del vivere (e anche della produzione di beni). L’incomprensione di questo crea disastri, ma i clericali hanno capito il problema e cercano di fare il possibile per frenare il processo che sta creando loro enormi difficoltà (si pensi alla fecondazione assistita). Quel che manca è un corrispettivo di segno opposto che dovrebbe ispirare il programma di rinnovamento sociale.
La nuova legge sul testamento biologico, al comma 1, dice che la vita è indisponibile per chi la vive. Di chi sarebbe di dio? Dello Stato?
E’ la tesi tradizionale dei conservatori. Cercano una nuova restaurazione. Siccome il momento è a loro propizio, l’hanno riproposta. Quel che mi colpisce è la debolezza della Sinistra o comunque dell’opposizione, che si lascia incantare dalle sirene del neo-luddismo e dell’anti-tecnicismo tanto diffusi. Assistiamo a una regressione civile. Il discorso sarebbe molto ampio,chiederebbe un saggio.
I credenti, con Heidegger, demonizzano la tecnica. Ma la osannano se consente la vita solo biologica di chi è in stato vegetativo permanente. Un suo pensiero su questa discrasia?
Dietro c’è l’idea che la naturalità sia sempre buona. La discrasia sta nel fatto che non si rinuncia alla (cattiva) tecnica medica rianimatoria o nutritiva quando si tratta di un stato vegetativo permanente dove invece si dovrebbe rispettare la (buona) natura che porta a morte. Credo si debba cambiare il quadro e riconoscere da una parte che la natura è in sé indifferente e dall’altra che, in un senso, la cosiddetta “natura” è ormai un prolungamento della tecnica. Insomma, è la storia del “parco naturale”, che è frutto di una scelta umana di recintare tecnicamente un appezzamento e dire che lì vige ancora la “natura”.
Dopo le leggi sul divorzio e sull’aborto, la legge 40 e quest’ultima sulle dichiarazioni anticipate segnano una pesante regressione. Che cosa è accaduto nel frattempo?
Quello che posso dire è che vedo una grande confusione teorica, e un duplice errore: da una parte si continua a sperare che ci sia un “dialogo” o una qualche mediazione con la Chiesa. Dall’altra se ne sopravvaluta il ruolo politico. Forse anche perché non c’è stato l’impegno a costruire un’alternativa sul piano etico.

Habermas e Ratzinger
Il maggior partito di opposizione, il Pd, ha fatto suo il pensiero di Habermas sulla bioetica. Con quali danni?
Il Pd, in realtà, mi pare abbia pressoché tutte le posizioni disponibili. Come si è visto nel voto in consiglio comunale a Firenze per la cittadinanza onoraria a Beppino Englaro: 3 posizioni diverse. La radice dell’errore sta nel non capire la valenza politica e sociale delle posizioni bioetiche; il Pd le considera questioni “di coscienza”, stravolgendo così i discorsi sulla “libertà di coscienza”.
Nel libro Il caso Eluana Englaro (Pendragon) lei riporta al centro del dibattito una parola che oggi è ostracizzata da maggioranza e opposizione: l’ateismo. Che, lei dice,“è cosa diversa dal tiepido agnosticismo”.
L’agnosticismo mi pare tiepido perché continua ad assumere come centrale la domanda “religiosa” cui però non si riesce a dare risposta. Invece l’ateismo assume che quella domanda sia priva di senso, e quindi neanche da considerare. Il punto è che oggi per la prima volta nella storia la società secolarizzata presenta un alto numero di atei, e si tratta di riformulare la visione della vita partendo da tale nuova impostazione che una volta era limitata a pochissimi.
da left-avvenimenti del 27 marzo 2009
Biotestamento
I media? Armi di distrazioni di massa
I media usati come armi di distrazioni di massa. Con il conduttore Bruno Vespa che a Porta a Porta su Rai 1 accusa il padre Beppino Englaro e i medici di mettere alla fame Eluana, una donna di 38 anni purtroppo morta 17 anni anni prima, quando ne aveva 21 e in una notte d’inverno fece un terribile incidente d’auto. Come hanno testimoniato l’anestesista De Monte e il neurologo Defanti lo stato vegetativo e i danni cerebrali subiti da Eluana, dopo così lungo tempo, erano irreversibili. Ma ancora oggi il caso viene strumentalizzato dal governo Berlusconi per imporre leggi liberticide. Con l’appoggio non solo dell’Avvenire e dei giornali di destra, ma anche di giornali presunti di sinistra che in questi mesi hanno sovrapposto storie di pazienti in coma a quella diversissima di Eluana, per confondere la testa del lettore. Una ridda di colpi bassi che – va detto – mai sarebbero stato possibili sulla stampa anglosassone. Ma tant’è. Da noi il giornalismo scientifico è ancora appannaggio di una elite. Lo racconta il docente di ricerca semiotica Francesco Galofaro nel libro Eluana Englaro, la contesa di fine vita (Meltemi),in un interessante confronto fra Italia e il resto d’Europa. “ La medicina va mantenuta in grado di funzionare e tutela da invasioni di campo giuridiche, politiche, filosofiche- scrive Garofalo -. Perché possa svolgere il proprio compito la scienza medica non va delegittimata. Non ha alcun senso mostrificarla, come fanno tanto alcuni bioetici che si direbbero laici e molti giuristi cattolici”.
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Pubblicato da Simona Maggiorelli su Marzo 25, 2009
Passione per le donne e per la creazione di immagini. Successi e nessun tormento spirituale. Una mostra ad Urbino invita a rileggere la storia del divin pittore
di Simona Maggiorelli

Raffaello, ritratto di donna, la muta
<!– @page { margin: 2cm } P { margin-bottom: 0.21cm } –>Raffaello pittore senza mistero: così chiaro, sereno, perfetto, al punto da rasentare quasi il distacco e apparire inafferrabile. Certo, le sue figure non hanno la plastica tormentata fisicità di quelle di Michelangelo, né quell’alone di mistero delle creature leonardesche. Ma la sua passione per la conoscenza, per l’invenzione di nuove immagini, la laicità e la fiducia nell’umano che connotano la sua pittura sono state troppo sbrigativamente liquidate dalla critica d’arte del ‘900, come già notava André Chastel. Quasi che il divino pittore fosse rimasto prigioniero del suo stesso mito di facilità e versatilità nel dipingere. Senza contare poi che la vicenda artistica di Raffaello, fatta di passione per le donne e per la pittura, di successi e nessun tormento spirituale, non poteva che risultare insulsa allo sguardo alterato di certa critica esistenzialista convinta che genio sia sinonimo di pazzia.
Tanto che si sono dovuti aspettare gli illuminanti studi di Rudolf e Margot Wittkover negli anni Sessanta perché l’opera di Raffaello cominciasse a essere riletta nel suo giusto contesto storico e perché si riprendesse a studiare periodi ancora poco approfonditi come quello della sua formazione: una lacuna che, dopo la mostra londinese del 2004 e quella romana di due anni fa, ora la rassegna Raffaello e Urbino si sforza di colmare, raccogliendo in Palazzo Ducale una quarantina di sue opere giovanili (pitture e disegni) accanto a opere che raccontano il contesto urbinate degli ultimi decenni del Quattrocento.
Di fatto, fin da bambino nella bottega del padre, Giovanni Santi (pittore ma anche poeta) Raffaello ebbe la possibilità di farsi una formazione ampia e di prendere rapporto con la raffinata cultura umanistica che si respirava alla corte di Guidobaldo da Montefeltro animata da intellettuali come Marsilio Ficino, fondatore del Neoplatonismo. Così che a diciassette anni il giovane artista poteva già firmarsi “magister”, come ricostruisce Lorenza Mochi Onori nel catalogo Electa che accompagna la mostra. Rimasto orfano a undici anni Raffaello aveva dovuto far di necessità virtù, mettendosi al lavoro in bottega, ma quel che più colpisce delle sue prime opere,a cominciare dallo stendardo per la Santissima Trinità di Città di Castello dipinto nel 1500, è la grande maturità espressiva di questi lavori.
Da subito quello di Raffaello fu uno stile alto e personale, fatto di accattivante chiarezza, ma anche percorso da una certa inquietudine fiamminga mutuata da maestri come Giusto Di Gand e Pedro Berruguete che avevano lavorato a Urbino. Dalla tradizione tosco emiliana Raffaello aveva preso la cura nel disegno e la usava per tratteggiare immagini delicate, intimamente sensibili. Al centro dei quadri di Raffaello, anche se di soggetto sacro, c’è sempre la grandezza e la dignità dell’umano. Accanto all’eleganza formale, ciò che più conta per lui è il pensiero che c’è dietro l’immagine. E quando poi per affrescare La loggia di psiche avrà a disposizione molti collaboratori, Raffaello riserverà a se stesso la creazione dell’immagine e la regia, lasciando però che l’opera finale fiorisse nell’ operare artistico collettivo. Purtroppo“quel sogno di libertà” del Rinascimento interpretato da Raffaello come ricerca di una bellezza che non fosse solo involucro di lì a poco sarebbe tramontato. Come ci ricorda Antonio Forcellino nel suo Raffaello. Una vita felice (Laterza).
Il sacco di Roma del 1527 e l’incalzare della Riforma protestante avrebbero cambiato radicalmente il quadro, già sette anni dopo la morte di Raffaello. «Ma ancora oggi – annota lo scrittore e restauratore Antonio Forcellino – un approccio laico alla storia del Rinascimento può permettere di guardare con occhi nuovi all’opera di Raffaello riservando non poche sorprese. Nell’ultimo secolo intorno all’arte si è costruita la leggenda del tormento e della disperazione da cui la creazione artistica riscatterebbe, con la sua forza di sublimazione. Letto senza pregiudizi Raffaello smonta impietosamente l’ultima traccia di questo mito romantico».
».
da Left Avvenimenti del 3 aprile 2009
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Pubblicato da Simona Maggiorelli su Marzo 1, 2009
La tutela dei beni culturali in pasto a manager dei fast food. Le ultime trovate della finanza “creativa” del trio Tremonti, Bondi e Carandini di Simona Maggiorelli
Ci risiamo. Il lupo Giulio Tremonti perde il pelo (travestendosi da Robin Hood con la naufragata tax anti ricchi) ma non perde il vizio (la svendita del patrimonio d’arte e del paesaggio, spiagge comprese). Ora il ministro dell’Economia, in “società” con Sandro Bondi, procede al taglio di oltre un milione di euro al ministero dei Beni culturali nel triennio 2009-2011.
Quando perfino il collega del centrodestra Sarkozy, Oltralpe, per far fronte a questa congiuntura di crisi prevede di dare 100 milioni di euro all’anno alla cultura, come riporta un’indagine europea comparata messa a punto da Federculture.
Nel frattempo in Italia, da più parti, a cominciare dalle associazioni di chi lavora nelle soprintendenze (per non dire dei moltissimi e autorevoli nomi dell’archeologia e dell’arte di livello internazionale) fioccano accuse al governo Berlusconi e ai suoi ministri di voler delegittimare le competenze professionali e scientifiche nell’ambito della tutela e della valorizzazione. C’è il sospetto che si voglia liquidare la rete delle soprintendenze territoriali per favorire una sbrigativa privatizzazione delpatrimonio nazionale, a furia di slogan emergenziali.
Fin qui, in estrema sintesi, le responsabilità di questo governo di destra, incompetente e versato solo ai propri interessi privati.
Ma quel che fa più male è che un autorevole archeologo come Andrea Carandini, docente di archeologia classica alla Sapienza di Roma, si sia prestato a questo “gioco”. Per molti anni, al fianco di Salvatore Settis in varie campagne di scavo, Carandini è autore di libri anche popolari come Remo e Remolo (Einaudi) nonché presenza gettonatissima delle lezioni di archeologia all’Auditorium di Roma organizzate dall’editore Laterza.
Da parte sua il professor Carandini non si è fatto scrupolo di prenderne il posto svestendosi rapidamente degli abiti di studioso e ribaltando d’amblé molte dichiarazioni pubbliche fatte negli anni in difesa della cultura e dell’arte. Un rapido cambio alla Fregoli, per indossare la casacca adatta alle logiche di marketing dell’azienda Italia di marca berlusconiana che vorrebbe i fragili bronzi di Riace come cimeli da mostrare in Sardegna ai potenti del G8. E indirettamente a sostegno della campagna di valorizzazione del Museo Italia affidata dal governo al manager Mario Resca proveniente dalla catena Mc Donald’s e che già parla dell’opportunità di mutare edifici storici e d’arte in alberghi a cinque stelle. Per farsi un’idea del “Resca pensiero” basta fare un giro sul sito www.demaniore.com dove il Nostro lancia la sua campagna per i “nuovi hotel della cultura”.
Nel frattempo voci di corridoio sempre più insistenti parlano di un possibile avvicendamento al ministero dei Beni culturali: Bondi potrebbe lasciare il posto al senatore Quagliarello, quello che in Senato accusava di omicidio chi si era opposto al decreto berlusconiano, “Salva Eluana”. Cosìdetto dai teodem, dagli esponenti di centrodestra e dal Corriere della Sera che l’ha stampato a caratteri cubitali.
da Left-Avvenimenti del 6 marzo 2009
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Pubblicato da Simona Maggiorelli su Febbraio 13, 2009
Da pochi giorni è uscito il suo appassionato libro Perché laico (Laterza).Il giurista Stefano Rodotà denuncia: “In Italia è in atto un tentativo eversivo di revisione della Carta” di Simona Maggiorelli, left 6 febbraio 2009
Professore, nel suo libro Perché laico (Laterza) e nel convegno La laicità dal punto di vista dei laici ha lanciato un allarme: in Italia è in atto una revisione strisciante della Costituzione. Di che si tratta?
Purtroppo abbiamo continui segnali in questa direzione.Tentativi chiari di revisione della Carta che,con un’espressione forte, definirei eversivi.
I provvedimenti del ministro Sacconi, ma anche quelli del presidente della Lombardia Formigoni contro sentenze passate in giudicato ne sono una spia?
Negare l’attuazione di una sentenza da parte di organi di Stato è un fatto senza precedenti. C’è un tessuto di principi costituzionali che, a quanto pare, un ministro e un presidente di Regione ritengono di non dover assolutamente riconoscere. L’atto amministrativo di Sacconi sul caso Englaro è motivato in termini ideologici; di giuridico lì c’è solo la sgrammaticatura di chi l’ha scritto. All’evidenza costituzionale di principi e norme si oppone una pura ideologia attinta alle posizioni più integraliste della gerarchia ecclesiastica. Ecco perché parlo di revisione costituzionale strisciante.
I politici italiani citano più spesso le encicliche papali che la Costituzione?
Purtroppo non è una battuta. Si potrebbero fare mille esempi. Non solo nei dibattiti motivano le loro prese di posizione con riferimento alle encicliche, ignorando la Carta. Ma addirittura fanno prevalere quelle affermazioni religiose su chiare norme costituzionali. Quella della laicità, oltretutto, è una questione molto delicata: la Corte Costituzionale ha affermato con chiarezza in una sentenza che la laicità è uno dei principi supremi dello Stato.
La sentenza della Consulta del 1989, in questo senso, è stata un punto cardine?
Tanto più se la colleghiamo a un’altra sentenza della Consulta che ha stabilito che i principi supremi della Carta non possono essere sottoposti a revisione costituzionale. Perché sono quelli che costituiscono la sostanza del nostro Stato. Oggi mettere in discussione il principio di laicità è eversivo perché siamo su un terreno sul quale neppure la revisione costituzionale formale può essere ammessa.
Una politica così genuflessa pare ancora più assurda leggendo il quarto rapporto di Critica liberale e Cgil nuovi diritti che parla di una società italiana in inarrestabile secolarizzazione.
Il fatto è che la politica oligarchica italiana, chiusa sempre più nel gioco di ristretti vertici di partito, ha scelto come unico interlocutore l’oligarchia vaticana. Con un grave impoverimento della politica. Insieme ai dati che Enzo Marzo puntualmente raccoglie su Critica liberale è significativo il sondaggio di Repubblica : l’83 per cento degli interpellati chiede che la Chiesa parli alle coscienza e non cerchi di imporre il suo punto di vista attraverso atti legislativi.
Nel libro scrive che la Chiesa si è ormai proiettata ben al di là del Concordato…
La Chiesa si è fatta soggetto politico senza residui. Perciò non basta più impugnare l’arma dell’abrogazione del Concordato ma bisogna al contempo affinare nuovi strumenti di riflessione.
La cultura laica è affetta, dice il filosofo Maurizio Ferraris, da una perniciosa subalternità alla religione: al punto da non rivendicare più con forza la propria etica che, diversamente da quella del Chiesa, non è fondata su una trascendenza, ma sul rapporto con la realtà e con gli altri esseri umani. Perché il pensiero laico non è ancora egemone in Italia?
La questione è riesplosa con l’innovazione scientifica e tecnologica che ha mutato il modo in cui si affrontano le questioni del nascere, vivere e morire: laddove c’era in passato la legge naturale che governava tutto, oggi invece c’è possibilità di scelta. E non si apprezza la possibilità di decidere liberamente ma si vede in questo una sorta di attentato alla natura e al creatore. I laici si sono trovati deboli, in particolare in Italia. Per lungo tempo hanno accettato silenziosamente il fatto che la Chiesa avesse esclusivo diritto di parlare di morale, di etica. Questo è un grave errore della riflessione culturale. E’ una debolezza che ci portiamo dietro perché c’è stata, anche dal parte del Pci e del Psi, una subalternità politica nei confronti della Chiesa.
Il filosofo Eugenio Lecaldano ha detto che in Italia non si può ottenere giustizia se non si condivide una certa idea religiosa della vita e della morte.
Io sarei meno pessimista. Il caso Englaro dice che in Italia ci sono circuiti istituzionali non riducibili a chiusure politiche. Per vedere riconosciuti i diritti fondamentali della persona, come vuole la Costituzione, possiamo far affidamento sul tanto vituperato circuito giudiziario. Molti giudici di merito stanno dimostrando una sensibilità e un senso della legalità costituzionale altissimi nell’approntare strumenti che permettano a tutti di veder riconosciuti i propri diritti fondamentali. Le sentenze sul caso Englaro sono esemplari. Ma serve anche, per dirla con un libro dell’800, La lotta per i diritti, da parte di cittadini con la voglia e il coraggio di farli valere. Peppino Englaro è un eroe civile. Difendendo il diritto di sua figlia ha fatto cambiare l’agenda politica italiana mettendo all’ordine del giorno temi che interessano tutti noi.
Serve nuova cultura politica, lei dice. Ma provvedimenti come il ddl Calabrò sul testamento biologico sembrano andare in direzione opposta.
Quella che vedo oggi è una subcultura politica. C’è una regressione spaventosa. Le proposte avanzate dalla maggioranza sul testamento biologico sono una palese negazione dei diritti che i cittadini già hanno sulla base della Costituzione. Il testo unico del Pdl parla di dichiarazioni anticipate non vincolanti, formalizzate in modo ridicolo davanti a un notaio e contro firmate da un medico non obbligato ad alcunché, mentre alimentazione e idratazione non sarebbero trattamenti medici. E’ una presa in giro, una negazione totale dei diritti della persona.
Il senatore Pd Marino, da medico, l’ha definito un provvedimento borbonico.
Marino ha una grande esperienza medica e ricchezza umana che ha saputo convertire in comprensione dei diritti e coraggio politico. Ed è assurdo che anche dalla sua parte non gli venga riconosciuto il ruolo di leader che gli spetta.
Riguardo alla legge 40, lei scrive, ci sono più motivi perché sia giudicata incostituzionale. Perché la Consulta non l’ha ancora fatto?
La Corte Costituzionale si è liberata una prima volta di questo tema con una ordinanza non particolarmente apprezzabile. Adesso ci sono più ordinanze che stanno riproponendo puntualmente alla Corte varie questioni. Saranno discusse in primavera. La partita non è chiusa, sono ancora fiducioso.
Salvemini e Calamandrei, lei ricorda nel suo libro, parlavano di scuola come “organo costituzionale”. Nella sua esperienza di docente universitario, la scuola forma ancora un pensiero critico e autonomo?
La scuola è sempre di più al centro dell’attenzione, in Francia, in Inghilterra e negli Usa. Basta pensare al libro bianco di Gordon Brown e a Obama che registra l’arretratezza della scuola Usa. La laicità della scuola è fondamentale. Con la crescente immigrazione c’è bisogno di un luogo della conoscenza, non della tolleranza. Del resto la parola tolleranza è superata. Io ti tollero in che modo? Se vieni a fare le pulizie a casa mia e poi te ne vai il più lontano possibile. Invece abbiamo bisogno di conoscenza dell’altro. Oggi la laicità è anche e soprattutto questo.
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Pubblicato da Simona Maggiorelli su Settembre 19, 2008
La religione cristiana ha ucciso le antiche dee della fertilità e ha creato Eva. L’islam obbliga le donne al velo dimenticando che Sherazade era una donna intelligente e colta, cancellando la donna idealizzata cantata dai poeti arabi preislamici, come racconta Fatema Mernissi nel suo nuovo libro Le 51 parole dell’amore in uscita per Giunti. Ma qual è il motivo più profondo di tanta violenza delle religioni contro l’immagine femminile? «Tutte le religioni monoteiste propongono un dio maschile che pretende di essere unico; un dio possessivo, egocentrico ma, soprattutto, onnipotente e creatore» nota la filosofa Nicla Vassallo che il 23 settembre a Milano discute di religioni e donne con Corbellini, Ferraris, Lerner e altri su invito dell’Osservatorio nazionale sulla salute della donna. «Che la donna possa generare infastidisce le religioni – spiega Vassallo -. Perché rende meno onnipotente Dio. Ovviamente non parlo solo del fare figli, ma della creatività femminile che si può esprimere in letteratura, nell’arte nella ricerca e così via. Per questo le donne intelligenti e quelle colte, nella storia sono state ostacolate. Specie in Italia. Non a caso il nostro Paese viene dopo il Botswana per le opportunità che abbiamo come donne di emergere nei vari campi».
Nel suo Filosofia delle donne (Laterza) scritto con Garavaso ricorda che per Aristotele le donne sono maschi menomati. E non va meglio con Kant, con Hegel e altri. Per Malebranche «l’immaginazione è la pazza di casa». Il cultori del Logos ostracizzando il femminile hanno perso la fantasia?
Temo di sì. Il problema è nato con l’idea che l’uomo è, o deve essere, razionale. Per cui le donne, si dice, sono irrazionali e dunque non sono esseri umani.
E con loro i bambini.
In filosofia c’è stato anche chi ha detto che fino a 6 o 7 anni non sono esseri umani e che non hanno un’identità. Un discorso terribile se pensiamo a quali rischi i bambini così potrebbero essere esposti.
«Ben venga Ipazia a ricordare a Cartesio e a Kant che non si può fare buona filosofia senza tener conto sia della mente sia del corpo», lei scrive. Il pensiero dunque non è di origine divina e non può essere scisso dal corpo?
Il dualismo mente-corpo, porta con sé anche il pensiero errato che le donne siano solo con il corpo. Ma forse non bisogna prendersela troppo con Cartesio, che al contrario di altri teneva in alta considerazione le donne. Pensiamo al suo rapporto con Elisabetta di Boemia e Cristina di Svezia. Nei suoi scritti non ho mai letto nulla contro le donne. Il cogito ergo sum, per lui, non è solo degli uomini.
È peggiore Spinoza che parla di naturale inferiorità delle donne e fa del pensiero astratto un assoluto annullando ogni realtà materiale?
Sì, perché il dualismo di Cartesio, per quanto sia da contestare, prova a cercare un rapporto fra mente e corpo. Quello che fanno i filosofi che annullano completamente la corporeità è tutt’altra cosa, arrivano a non far riconosce all’essere umano una parte fondamentale di se stesso.
Il filosofo che svolge il suo pensiero in modo astratto e solipsistico, lei scrive, «dà un’immagine distorta dell’essere umano». Una teoria della mente che sia scientificamente fondata non può che partire dal rapporto con l’altro, con il diverso da sé?
Non solo una teoria della mente ma una teoria più complessivamente della persona. La relazione con l’altro è fondamentale per il nostro sviluppo psicofisico. E poi pensiamo a quanto dipendiamo dagli altri anche dal punto di vista conoscitivo. Dall’affettività, dalla ricchezza della nostra vita emotiva dipende il fatto che noi possiamo avere meravigliose intuizioni, fare arte ma anche scoperte scientifiche. Simona Maggiorelli
Left 38/08
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