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Pubblicato da Simona Maggiorelli su Dicembre 18, 2009
di Simona Maggiorelli

Nella galassia dell’ arte islamica in cui si intrecciano differenti culture. Lo storico dell’arte Luca Mozzati con il nuovo libro
Arte islamica (Mondadori arte) invita a un viaggio nel mondo variegato nato dall’incontro fra i primi conquistatori arabi e la straordinaria eredità mesopotamica, iranica, ma anche bizantina. Un universo complesso che trova espressione nella pittura, nell’architettura, nella calligrafia, nella ceramica, nei tappeti e che a nostri occhi occidentali, troppo spesso, risulta lontano, appiattito, alterato da pregiudizi. Come quello che vorrebbe l’arte islamica rigidamente aniconica oppure la posizione dell’artista
tout court schiacciata da quella del committente religioso, quando in realtà nell’Islam, come scrive Mozzati « non esistono chiesa, sacerdoti o sacramenti».

«Per cominciare – spiega il professore – va detto che nell’arte islamica il concetto di artista, come soggetto creatore, non esiste. Fino al Rinascimento non ci fu nemmeno da noi. Possiamo parlare di esplicita volontà individuale con artisti come Michelangelo. Non prima. Ma il fatto che uno si muova all’interno di canoni formali non pregiudica l’eventuale espressione di contenuti individuali, anche se nell’Islam per noi possono non essere immediatamente leggibili».
Così se la floridissima miniatura e la tradizione di libri illustrati che si sviluppò nell’impero ottomano, in Persia e in parte dell’Asia ci appare in certo modo più familiare, la scintillante cascata di stalattiti (muqarnas) che sovrasta moschee, madrase e tante architetture islamiche ci seduce sul piano emotivo, ma perlopiù ci lascia disarmati dal punto di vista della decodificazione del suo significato di rappresentazione della bellezza dell’infinito pulsare del cosmo. «Importanti apparati decorativi a carattere logico-matematico connotano l’arte islamica – approfondisce Mozzati -. Si presentano come una sorta di linguaggio cifrato. Chi è in grado di comprenderne la bellezza, vi può cogliere quell’assoluto che nell’Islam pertiene all’ambito del divino». In capolavori come la ceramica a mosaico della moschea del venerdì a Yazsd, per esempio, l’ alternanza ritmica di bianco turchese blu e marrone e la trama delicata del disegno floreale crescono su un rigoroso disegno geometrico. «Il senso lirico sovrapposto a quello razionale – prosegue Mozzati – sembra ricordare che per cogliere l’invisibile che si cela dietro quanto possiamo vedere bisogna fare appello alle facoltà intellettuali come a quelle emotive».
Professor Mozzati, nell’ Islam il divino è ritenuto non rappresentabile?
Certo non è rappresentabile in forma antropomorfa. Per i musulmani, così come per gli ebrei, sarebbe una bestemmia. Lo rappresentano in letteratura ma mai in pittura tranne rarissime eccezioni. Per trasmettere un messaggio che parli dell’esistenza di dio fanno ricorso a un tipo di bellezza che non è individuale e arbitraria ma astratto-geometrica. Rimanda alla legge che sottostà alla creazione. Come espressione di un’intelligenza divina che secondo la logica islamica permea tutto.
Dio creatore onnipotente e insieme arbitrio umano. Come possono coesistere?
E una delle aporie dell’Islam. Nel Corano c’è l’assoluta necessità di obbedire a Dio, quanto la possibilità di agire secondo ciò che si sente. La lettura fondamentalista porta alla tragedia. Come è accaduto anche nel Cristianesimo. Le matrici delle due religioni sono simili: l’Islam, del resto, emerge dal Cristianesimo orientale del V e VI secolo.
Lei accennava al nesso fra bellezza e geometria.Quali rapporti ci furono fra Islam, Platonismo e poi con il neoplatonismo?
Il rapporto con tutta la filosofia greca antica fu molto forte. Nell’Islam c’è stata enorme attenzione per la scienza greca, almeno fino al XII e XIII secolo. Le più importanti personalità della matematica, della geometria, dell’astronomia nel X e XI secolo, non a caso, sono emerse in ambito islamico. La filosofia neoplatonica ipotizza un mondo superiore, un mondo altro, diverso da quello quotidiano. E in questo ci può essere un nesso. I musulmani credono che tutto accadrà nell’al di là, ma a differenza dei cristiani non hanno il senso drammatico del peccato, della colpa da espiare.
Alle origini del Cristianesimo ci fu una fase di iconoclastia feroce. Si parla di aniconismo, invece, per l’arte islamica. è corretto?
La nostra iconoclastia fu contemporanea al sorgere dell’Islam che molto probabilmente ne fu influenzato. Il rischio dell’idolatria era molto sentito dagli intellettuali costantinopolitani. Ma i monaci erano iconolatri e ritenevano l’icona fondamentale per la trasmissione del messaggio. Nell’Islam, in realtà, la questione dell’aniconismo è più tarda: nell VIII secolo troviamo i primi hadit che proibiscono le immagini nei luoghi sacri. (O meglio di preghiera dacché nell’Islam non esistono luoghi sacri eccezion fatta per la Mecca). Dipingere figure umane in una moschea sarebbe blasfemia perché ci si metterebbe in concorrenza con il creatore e si farebbe una brutta copia di ciò che lui ha realizzato. Non dimentichiamo che nella spiritualità orientale la figura umana rappresentata è pensata come animata e viva. Quando gli egizi facevano delle statue poi “ infondevano” loro la vita. In tutto l’Oriente si riscontra un certo pudore nel rappresentare l’essere umano.
Ma a Damasco ci sono scene erotiche nelle case affrescate fatte costruire dai califfi. Come si spiega?
I primi Califfi vi trovarono chiese cristiane piene di affreschi e ne percepirono il significato propagandistico. Così si dettero a costruire splendide architetture per dare un senso identitario ai musulmani. Per le moschee scelgono decorazioni a dimensione astratta e atemporale ma nelle abitazioni profane aristocratiche si riscontra una assoluta libertà di rappresentazione: scene di caccia e di guerra, balli, donne nude, scene erotiche esplicite, ma confinate nella sfera privata. Non si ostentavano perché il popolo non avrebbe accettato questa libertà delle élite.
I califfi rifiutarono la condanna dell’architettura espressa da Maometto?
Gli Abbasidi, in particolare, ristabilirono un culto imperiale di tipo persiano: il califfo aveva un suo spazio a parte nella moschea, camminava sui tappeti, era una sorta di dio in terra, cosa del tutto inusuale nell’Islam che non conosce una gerarchia nel luogo di preghiera. Di fatto gli arabi erano stati dei barboni nel deserto e dal deserto poi partì la rivolta contro la corruzione di quelli arrivati al trono. Nel mondo arabo è successo molte volte. Gli arabi, diversamente dai persiani, venivano dal deserto ed erano abituati a condizioni di vita estreme e avevano un radicalismo di pensiero altrettanto estremo. i Persiani, invece, avevano una cultura diversa, alta, millenaria.
L’influenza araba fu importante anche in Spagna e in Sicilia; come si configurò questo rapporto che oggi appare stranamente rimmegato negli studi e più ancora nella politica che ha parlato di radici cristiane dell’Europa?
Gli artigiani e gli artisti che i Normanni radunarono intorno a sé erano cristiani che avendo lavorato in ambito musulmano si erano islamizzati nello stile. Così in Sicilia troviamo opere dall’iconografia cristiana ma di “spirito” islamico, a sua volta sedimentato sul bizantino cristiano. Così nascono i padiglioni di caccia normanni. La zisa, la cuba, la cubola sono architetture islamico orientali, fatte per regnanti cristiani. Lo stesso vale per le cattedrali di Cefalù e Monreale. In Spagna c’è l’arte mozarabica, per la Sicilia parliamo di arte normanna ma bisognerebbe dire arte islamica in tempo cristiano. Non abbiamo una definizione corretta. Di certo ci fu un’osmosi continua fra le diverse culture.
da left-avvenimenti del 18 dicembre 2009
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Pubblicato da Simona Maggiorelli su Dicembre 7, 2009
Orhan Pamuk presenta il libro fotografico di un compagno di infannzia e sodale nella ricerca artisticaGli scatti di Güler offrono la possibilità di vedere «accanto alla modernità, la semplicità e l’ingenuità». E scrive l’autore del romanzo Il mio nome è rosso: «non è tristezza»
di Simona Maggiorelli

Istanbul
E’ una Istanbul in poetico bianco e nero, di palazzi antichi, minareti e rigattarie, di nebbia mista a odore di spezie e caffè. Una città dal fascino retrò con baci rubati per le strade e donne velate in luoghi di preghiera. Una capitale in cui, negli anni Cinquanta, la modernità arrivava a passo lento ma inarrestabile fra i resti scintillanti dell’impero ottomano e la voce potente del muezzin. Il fotografo Ara Güler nel libro Istanbul (Mondadori) ha composto una lettera d’amore per immagini dedicata alla sua città natale. Riportando anche lo scrittore e Premio Nobel Orhan Pamuk a rivivere le atmosfere di un’infanzia trascorsa a giocare sul selciato di antiche chiese bizantine e al porto, fra i pescatori, a guardare le navi partire.
«Seduti in un caffè sulle rive del Bosforo non vediamo più i pescatori stendere le reti sul pontile o sulla banchina, Ma d’inverno e in autunno capita ancora che una miriade di pesci affluisca nelle acque del Bosforo e, come nelle fotografie di Ara Güler – annota Pamuk nel libro -l’ingresso del Bosforo o del Corno d’Oro si riempiano improvvisamente di centinaia di migliaia di barche». Un paesaggio che oggi lo scrittore turco osserva da lontano, dalla finestra del suo appartamento di Cihangir dove scrive i suoi romanzi. E queste foto di Güler velate di malinconia, mostrando contasti e inaspettate coesistenze fra vecchio e nuovo, suonano come il perfetto alter ego della vista sulla capitale che Pamuk ha affrescato due anni fa nel libro Istanbul (Einaudi).
Forse non è un caso che entrambi, da giovani, volessero fare i pittori. Gli scatti di Güler offrono la possibilità d vedere «accanto alla modernità, la semplicità e l’ingenuità e – fa giustamente notare Pamuk- non è tristezza». Per quanto poveri siano i carretti e spiazzanti gli asini dei venditori di pane in mezzo a rutilante movimento della capitale, o per quanto sfuggente sia lo sguardo delle donne impaurite e sorprese dall’obiettivo, la sensazione che le immagini di Güler comunicano a prima vista è quella di una contagiosa vitalità, oseremmo quasi dire di allegria.
Perfino nelle fabbriche abbandonate e nelle case fatiscenti l’atmosfera non è mai oppressiva o del tutto disperata. Quasi che l’umanità di chi le abita colorasse i luoghi. E di fronte a questi toccanti quadri hanno il sapore di somma sprezzatura le parole di Ara Güler quando afferma che «la fotografia non è arte» e che le sue immagini hanno un valore puramente documentaristico.
I CANTASTORIE DI STAMBOUL
Ho voluto offrire in quest’antologia, una rosa di storie che con le mie stesse mani ho raccolto nel variopinto giardino del folklore turco» scriveva lo studioso ungherese Ignácz Kúnos dando alle stampe le fiabe raccolte nel corso dei suoi viaggi attraverso l’Anatolia e ora riproposte da Donzelli in un ricco volume illustrato.
«Non mi sono servito di libri – spiegava Kúnos – dal momento che la Turchia non è terra di lettere, e non esiste nessun libro del genere; ma, quale attento ascoltatore dei cantastorie, mi sono messo a trascriverli. Sono le storie che si possono udire ogni giorno, nei pressi di Stamboul, nelle casette sgangherate che formano questo quartiere di Costantinopoli essenzialmente turco, e che le donne del luogo, intorno al focolare, raccontano ai bambini o alle amiche». Le fiabe turche, proseguiva Kúnos «sono come il cristallo, che riverbera i raggi del sole in una miriade di fulgidi colori; limpide come il cielo sereno; trasparenti come la rugiada su un bocciolo di rosa. In breve, le fiabe turche non sono Le Mille e una notte. Sono, piuttosto, I Mille e un giorno».
Lo studioso di folklore decise di consegnare alla scrittura il patrimonio favolistico popolare di una cruciale terra di confine tra Oriente e Occidente. E perché la circolazione di queste fiabe fosse la più ampia possibile, scelse di trascriverle e pubblicarle in inglese. Prima di oggi quelle storie di Padiscià, sultane, visir, animali parlanti, draghi, spiritelli buoni e dei crudeli non avevano mai raggiunto direttamente il pubblico italiano. La carica immaginifica di queste Fiabe turche edite da Donzelli trova forza anche nella grafica risposta secondo i disegni originali concepiti da Pogány e qui fedelmente riprodotti.
QUELLA BISANZIO CHE PER I CATTOLICI ERA IL MALE
Per secoli gli studi medievali occidentali Bisanzio era stata considerata più che altro come una coda tardiva e decadente dell’antichità greco-romana. E quando uno studioso russo come Georg Ostrogorsky cominciò a dimostrare con i suoi libri quanta importanza avesse avuto nello sviluppo della civiltà, in Europa di metà ’900 ancora c’era chi sgranava gli occhi. «Che quell’impero millenario, oggetto di pregiudizi tenaci e secolari rancori confessionali da parte della Chiesa di Roma, non meritasse il disdegno da cui era tradizionalmente circondato fu per molti una vera rivelazione» annota Mario Gallina nell’introduzione al libro di Ivan Djuric’ Il crepuscolo di Bisanzio (Donzelli, 412 pagine, 19,50 euro). Cresciuto intellettualmente nella scuola di studi bizantini che Ostrogorsky fondò a Belgrado dopo essere stato cacciato dalla Germania nazista, Djuric’ mette a profitto la lezione del maestro, dimostrando l’infondatezza scientifica di quei pregiudizi che avevano sempre dipinto Bisanzio come il regno del “Male”, incarnato in un esasperato politicismo e nella decadenza dello spirito pubblico. Al centro di questo studio che si legge come un romanzo in primis gli eventi storici del XIV quando Bisanzio «non era più padrona di sé e fu costretta a fare i conti con il suo declino». s.m.
Lo “SCONTRO” DI CIVILTA^ SECONDO WU MING
Dieci anni fa esordirono firmandosi Luther Blissett. La vicenda si svolgeva nella Istanbul del 1555 e in Q si ripercorreva a ritroso la storia d’Europa e le guerre interne alla cristianità. Oggi, quello stesso collettivo di scrittori si firma Wu Ming e ritorna a parlare delle guerre ai confini dell’Impero ottomano. Questa volta in Altai (Einaudi, 411 pagine, 19,50 euro) le gesta narrate da Wu Ming muovono da Venezia.
Siamo nel 1569 e un boato scuote la notte.
È l’Arsenale che va a fuoco, subito si apre la caccia al colpevole. Un agente della Serenissima fugge verso oriente, smarrito, «l’anima rigirata come un paio di brache». Approderà a Costantinopoli. Qui conosce Giuseppe Nasi, nemico e spauracchio d’Europa, potente giudeo che dal Bosforo lancia una sfida al mondo e a due millenni di oppressione. Intanto, sempre ai confini dell’Impero, un altro uomo si mette in viaggio, per l’ultimo appuntamento con la Storia. Gli echi di rivolte, intrighi, scontri di civiltà incalzano. Nicosia, Famagosta, Lepanto: uomini e navi corrono verso lo scontro finale tra islam e cristianesimo. Tra Oriente e Occidente. Mondi divisi e diversi in tutto. Anche negli effluvi. «Ogni città ha un odore di fondo: Venezia è muffa e salmastro, Salonicco sa di piscio, Costantinopoli di terra bagnata e fatica e sogno».
IL REGNO DEI SIGNORI DEGLI ORIZZONTI
A Est, dal Mar Rosso lungo il Nilo sino all’Algeria; a Ovest, dal Mar Caspio fino alle porte di Vienna lungo il Danubio. Quella degli Ottomani è stata una storia di espansione e declino durata 600 anni. Comincia al termine del XIII secolo ai piedi delle montagne dell’Anatolia, da qui si muove travolgendo il potere bizantino fino ad arrivare alla costruzione di un impero che all’epoca del suo massimo splendore si estendeva, appunto, dal Danubio al Nilo. L’impero era islamico, ma molti dei suoi sudditi non erano musulmani e nessuno cercava di convertirli. Nel saggio storico I signori degli orizzonti (Einaudi, 356 pagine, 32 euro) Jason Goodwin ci accompagna lungo un viaggio che segue ora il ritmo di vita all’interno dell’Impero ora il modo in cui gli Ottomani combattevano o andavano per mare. L’impressione che si prova è di trovarsi davvero nel regno dei «signori degli orizzonti». Non meno intriganti sono i tre libri che hanno come protagonista Yashim, l’eunuco detective che vive nella Istanbul dell’Ottocento. Ne Il ritratto di Bellini, Il serpente di pietra e L’albero dei giannizzeri, tutti pubblicati per Einaudi, attraverso le inchieste del saggio Yashim, Goodwin offre un elegantissimo affresco dell’antica grandezza della capitale imperiale ottomana. La cui storia non può prescindere dai rapporti, anche culturali, con Venezia e Vienna.
dal quotidiano Terra 5 dicembre 2009
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Pubblicato da Simona Maggiorelli su Dicembre 6, 2009

Ishtar
Alla scoperta dell’antica Mesopotamia dove la donna aveva una libertà che poi Cristianesimo e Islam le avrebbero negato. Una mostra al British Museum e nuove campagne di recupero delle rovine per ricostruire l’antico splendore della città di Hammurabi. «In Iraq c’è ancora la guerra civile. E’ impossibile per gli archeologi occidentali andare a visitare i siti» racconta l’archeologo Paolo Brusasco di Simona Maggiorelli
Babilonia “culla della civiltà” si studiava da piccolissimi. In questa area del mondo, si leggeva nei libri di scuola c’erano stati i primi grandi risultati nelle scienze umane, l’invenzione della scrittura cuneiforme, il primo codice di leggi di Hammurabi. Ma anche l’arte degli aruspici e degli interpreti di sogni. Un mondo favoloso, fino allo controriforma Moratti, sfuggito miracolosamente alle maglie della scuola gentiliana improntata sugli anatemi biblici contro la torre di Babele. Ma poi sul quel sogno infantile di civiltà antica fatto di giardini pensili su inespugnabili ziqqurrat sono piombate d’un tratto le agghiaccianti distruzioni della Guerra del Golfo. “Operazioni chirurgiche” come venivano raccontate dalla Cnn, dalla Bbc e dalla Rai nel 1991. A cui si sono sommate le missioni angloamericane contro le presunte armi atomiche del dittatore iracheno Saddam Hussein. Un’operazione pretestuosa, del tutto folle che “ha lascito sul campo più di 4mila soldati occidentali uccisi. E un numero ancora incalcolabile di morti fra i civili iracheni”, come ricorda l’archeologo e docente dell’Università di Genova Paolo Brusasco ad incipit del suo libro La Mesopotamia prima dell’Islam (Bruno Mondadori). Di pari passo, come è noto, sono stati distrutti centinaia di importanti siti archeologici, mentre dal museo di Bagdad sono andati dispersi- distrutti o trafugati -più di ventimila reperti importanti (che datano dal 7mila a. C al mille d. C) di arte dei Sumeri, degli Assiri e dei Babilonesi.
Come ricostruisce puntualmente l’archeologo Friederick Mario Fales nella recente riedizione del suo Saccheggio in Mesopotamia uscito nel 2003 per la casa editrice Forum di Udine. “Ancora oggi non abbiamo una stima esaustiva e definitiva, i danni potrebbero essere di molto superiori- rilancia Brusasco-. In Iraq è in corso una guerra civile ed è ancora impossibile per la maggior parte di noi occidentali andare a visitare i siti archeologici”. A cominciare da quello dell’antichissima città di Babilonia, la capitale del regno di Hammurabi del II millennio a. C, insieme a Uruk ,una delle città simbolo della Mesopotamia. Nonché una delle più segnate dalla presenza di soldati. “Del tutto incuranti delle raccomandazioni preventive dell’Unesco le truppe angloamericane – racconta a left Paolo Brusasco – hanno scavato trincee in siti archeologici di primaria importanza e buona parte dei danni causati, purtroppo, saranno purtroppo irrecuperabili”. Non solo è stata danneggiata la porta istoriata di Ishtar,installando una base di elicotteri a ridosso delle antiche e friabili mura in terra cruda, ma sono andate in rovina anche le ricostruzioni anni 70 che Saddam Hussein aveva fatto fare in mattoni cotti. “Certamente restauri che non avevano nulla di scientifico e confezionati a misura della propaganda di regime -sottolinea Brusasco – ma alcuni sostengono che almeno sommariamente potessero dare l’idea dello splendore antico di Babilonia”. Così dopo aver raso al suolo centinai di siti, dopo aver trafugato e rivenduto su internet reperti preziosissimi di arte sumera, assira e babilonese, oggi l’occidente sembra voler cercare di correre ai ripari. Per senso di colpa ma anche perché la ricostruzione può essere un buon business . Fatto è che da più parti. si annunciano campagne internazionali di scavo e di recupero dell’antica città della Mesopotamia. Una, dal titolo “Il futuro di Babilonia” e con la partecipazione economica di importanti organismi internazionali, secondo l’agenzia Reuters, partirà a giorni.
Professore sarà davvero possibile un recupero delle rovine dell’antica Babilonia e in quanto tempo?
In realtà ancora siamo solo alle operazioni preventive di studio e di messa a punto organizzativa di possibili campagne. Il direttore del dipartimento del Vicino Oriente del British Museum, John Curtis, ha fatto già una serie di ispezioni portando alla luce alcuni danni, purtroppo irreversibili. Una base militare anglo americana è stata costruita, per esempio, proprio sulle rovine attigue al palazzo di Nabucodonosor, il sovrano della deportazione ebraica del 597 a. C. I soldati hanno coperto le rovine archeologiche di ghiaia e le hanno cosparse di spray chimico per non sollevare la polvere. S’immagini i danni che un esercito potrebbe fare se domani si installasi a Pompei. A Babilonia addirittura molti container sono stati riempiti di terra prelevando materiali da siti diversi, la stratigrafia è irreversibilmente danneggiata. Gesti che la popolazione irachena ha letto come una volontà di appropriarsi in modo neocolonialista del passato e della storia di queste aree. Se un giorno si faranno nuovi scavi in queste zone sempre bisognerà sempre tener presente che esiste uno strato dell’invasione anglo-americana. Hanno creato un disastro inimmaginabile dal punto di vista della lettura del sito.
La mostra londinese ora al British esplora il mito di Babilonia, quanto certo “orientalismo” ha oscurato il nostro sguardo occidentale? Babilonia è città delle prime leggi di Hammurabi, di questa città che poi fu governata Nabucodonosor ne hanno parlato in termini favolosi gli autori classici, ma soprattutto la Bibbia. Nell’immaginario occidentale è sempre stata una città simbolo di tirannia ma anche di meraviglia e di stupore. I racconti dei profeti ebrei che hanno scritto in cattività a Babilonia ce l’hanno sempre raffigurata in termini negativi e fino agli scavi del 1800 non si è mai conosciuta in Occidente la vera Babilonia.
Babilonia la grande meretrice, Babilonia che verrà distrutta dal castigo di dio sono le immagini anche dantesche…
Una parte della mostra ora al British Museum di Londra si occupa appunto del mito di Babilonia e punta a metterne in luce gli aspetti fasulli, quelli su cui si è basata la visione distorta dell’occidente. Basta pensare al mito della torre di Babele, alla minaccia della confusione delle lingue. Alle leggende che dipingevano la città come regno del vizio. In realtà la famigerata torre non era che lo ziqqurrat del dio Marduk a cui si rifacevano più colture diverse. Babilonia era una città dove convivano in modo pacifico diverse etnie. L’ interpretazione che ne ha dato l’Occidente non corrisponde in nulla ai reperti scavati.
Il fatto che lo sguardo deformante della tradizione biblica si sia accanito soprattutto su figure femminili ( basta pensare a Semiramide) farebbe pensare che le donne in Mesopotamia godessero di una certa libertà. E’ così?
Io l’ho scritto, ma non sono il solo. In Mesopotamia la donna non aveva la posizione sociale che poi ritroviamo nella tradizione cristiana o nell’islam. Soprattutto nel terzo millennio, nel periodo sumerico, i codici di leggi trovati ci raccontano di tantissime regine, donne che avevano realmente potere. Poi nel codice di Hammurabi troviamo che la donna può intraprendere attività commerciali come imprenditrice e avere libero rapporto con l’esterno. C’era anche una specifica categoria di cosiddette sacerdotesse imprenditrici che avevano delle grandi proprietà fondiarie e le gestivano autonomamente. Ovviamente non c’era una vera parità fra uomo e donna, però possiamo dire che in Mesopotamia, dal III al I millennio a C. non c’è prova che esistessero degli Harem. Solo intorno al 900 a. C. fra gli Assiri compaiono, in concomitanza con l’emergere della propaganda maschile legata alla guerra e che determinò una serie di leggi che per la prima volta relegavano la donna in aree specifiche della casa e del palazzo.
La libertà sessuale della donna in Mesopotamia, lei scrive, “non è affatto associata a un’istintualità primitiva o animale”.
Sì la sessualità e la figura femminile non sono viste in accezione negativa. Il desiderio femminile non è represso ma è considerato un elemento di vita, un aspetto culturale. Per esempio nel mito di Gilgamesh, l’eroe di Uruk, che si narra sia vissuto intorno al 2675 a. C aveva un nemico, Enkidu, che viveva nella foresta ed detto un incivile. Prima di scontrarsi con Gilgamesh, però, Enkidu viene “civilizzato” da una prostituta. In Mesopotamia il fatto che le prostitute fossero immerse nella vita urbana ne faceva delle detentrici di cultura e conoscenza. Anche da altri testi antichi si comprende che la sessualità era un mezzo per conoscere i rapporti umani di cui la società viveva. Non si trova mai in questo contesto una caratterizzazione in negativo della donna come si trova nella Bibbia. E il desiderio non è qualcosa di immediato da sfogare o da reprimere. La sessualità viene inserita in un ordine di idee urbano e civile non animale.
Non c’è un senso del peccato come nella tradizione giudaico cristiana?
No in Mesopotamia non c’è qualcosa di simile.
In un modellino di un letto conservato al British Museum si coglie uno scambio di sguardi fortissimo fra un uomo e una donna. Una rappresentazione ben diversa dalle fredde anatomie di Pompei.
Nelle abitazioni in Mesopotamia si trovano placche sessuali come amuleti di fecondità. Si rifacevano a miti del matrimonio sacro fra due divinità. In Mesopotamia l’accoppiamento fra esseri umani e divinità era considerata all’origine del mondo. Anche per questo la sessualità veniva vista in modo positivo. Ma sessualità era anche l’intimità fra uomo e donna è vista in senso sentimentale, romantico. Questo abbraccio, questo letto che rappresenta il simbolo della vita di coppia, soprattutto in epoca sumerica, nel periodo più antico è molto legato a situazioni sentimentali più profonde.
Nella cultura della Mesopotamia il Logos, inteso come ragione non arriva a schiacciare un mondo di immagini e di passioni come accade a un certo punto nella Grecia antica?
La ragione in Mesopotamia è secondaria rispetto a una concezione del mondo e anche della scienza sempre divinatoria. Per l’uomo della Mesopotamia il rapporto con il mondo non è logico ma è in qualche modo illogico, talvolta legato ai presagi. Grande importanza aveva l’astronomia ma anche l’astrologia. La divinazione era considerata una scienza. C’erano indovini, esorcisti, scienziati, specializzati nella lettura dei pianeti e delle stelle, maghi, interpreti di sogni. C’è un approccio completamente diverso da quello della logica greca.
Lei scrive anche che è un pregiudizio pensare che solo la lingua e la scrittura siano sistemi altamente simbolici. Anche l’arte in Mesopotamia tende ad essere rappresentazione simbolica, talvolta quasi astratta?
In Mesopotamia l’arte non è mai mimetica della realtà alla maniera greca. Parte da un altro presupposto. Non c’è l’umanesimo greco. L’arte mesopotamica è un’arte sempre simbolica, tanto che anche quanto raffigura la realtà, come nelle stele o nei rilievi assiri che pur narrando di guerre, le traspongono sempre con elementi astratti su un piano simbolico. Si parte da un fatto, da un azione singola, ma si arriva poi a trasporla su un piano universale. Sono scene che non tendono a una prospettiva precisa, ma puntano a a un’evidenza viva, alla drammaticità del racconto. All’arte mesopotamica non interessa raffigurare la realtà per ciò che è.
da Left-Avvenimenti 7/2009 del 20 febbraio
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Pubblicato da Simona Maggiorelli su Ottobre 30, 2009
Il lavoro di Anna Politkovskaja e di Natalia Estemirova. Due giornaliste assassinate per aver raccontato la verità sulla Cecenia. In un appassionato reportage, Susanne Scholl ricostruisce le loro storie. E quelle di tante altre “combattenti dei diritti umani” che cercano di resistere alla violenza dell’elite politica di Mosca.
di Simona Maggiorelli

Anna Politkovskaja
“Questo libro parla di un argomento che non è molto in voga in Occidente: parla di Putin senza toni ammirati», scriveva Anna Politkovskaja nella prefazione all’edizione italiana del suo libro La Russia di Putin uscito per Adelphi nel 2005. Un anno prima di essere assassinata.
E subito precisava: «Questo libro, però, non è un’analisi politica di Putin». Anche se definirlo «figlio del più nefasto tra i servizi segreti del Paese» non era affatto un dettaglio. «Io sono un essere umano tra i tanti – rivendicava Anna – un volto nella folla di Mosca, della Cecenia, di San Pietroburgo. E questi sono appunti appassionati a margine della vita come la si vive oggi in Russia… Io vivo la vita e scrivo di ciò che vedo».
Nel suo viaggio inchiesta Ragazze della guerra fra le cecene della “resistenza”, la giornalista Susanne Scholl traccia un toccante ritratto di un’altra giornalista, Natalia Estemirova, fatta salire su un auto lo scorso luglio e poi ritrovata cadavere. La Scholl l’aveva incontrata due anni prima e al libro appena uscito da Voland affida il ricordo dell’impegno totale che Natalia metteva nel suo lavoro: documentava il terrore senza arrendersi e scrivere articoli era per lei, come per Anna, la vita stessa. «è vero, Anna scriveva quello che viveva in prima persona – commenta Scholl -. E questo era ancora più vero per Natalia che era per metà cecena e che aveva scelto di essere una donna di quella terra. Anche le ragazze che si occupano di diritti umani vivono questa identificazione totale con ciò che fanno. Mi dicono che lo fanno perché altrimenti la vita non avrebbe senso per loro.
In Russia sono moltissimi i giornalisti uccisi dall’inizio del 2000. In quell’anno fu ammazzato a Tiblisi in circostanze mai chiarite l’inviato di Radio radicale Antonio Russo. Da allora sono più di cento i colleghi assassinati o spariti. Cosa ne pensa?
Ogni caso ha una storia a sé. Ma è evidente che un giornalista russo oggi lavora sempre a rischio della vita. Se vuole fare del giornalismo vero, se vuole mettere il dito sulle trame, fare i nomi.
La Cecenia continua a essere in guerra. Una lunga catena di violenza da Stalin a Putin?
Di fatto, cominciò già sotto gli zar.

Natalia Estemirova
Lei ha conosciuto molto a fondo la Cecenia. Cosa vede nel futuro del Paese?
Al momento non potrei dire niente di positivo. L’élite politica russa ha dato la Cecenia in mano a un clan locale che fa quello che gli pare. Il Paese è assolutamente fuori da ogni legge, da ogni regola. Dopo gli assassini di questa estate stiamo andando incontro a un periodo durissimo di dittatura, di repressione e di violenza.
La Russia vuole avere il controllo totale del petrolio ceceno?
Il problema è più ampio. Il Caucaso è sempre stato la frontiera naturale per la Russia che da più di duecento anni cerca di assicurarsi un muro protettivo. La paura per ciò che può venire da quella parte si è vista anche l’anno scorso nella guerra contro la Georgia. Sì, in Cecenia c’è anche il petrolio e si potrebbero fare degli oleodotti ma questo è secondario rispetto al bisogno di assicurarsi le spalle.
Nel libro c’è la storia di una di quelle giovanissime chiamate “spose di Allah”. Ragazze disposte a uccidersi per uccidere. Perché questa autodistruzione?
Spesso vivono situazioni che sentono senza via d’uscita. Hanno perso padri, fratelli, mariti. I fondamentalisti islamici promettono loro di aiutarle, le tirano dentro così. Parliamo di giovani che non di rado sono state violentate. La violenza carnale su una donna non sposata in una società come quella cecena è una tragedia che va molto al di là del dramma di per sé. E poi sono tutte traumatizzate al massimo. Basta dire che questi vivono in guerra da quasi vent’anni.
Violenza psicologica, insieme a quella fisica. Su questo s’innesta l’adesione al fondamentalismo?
Sì, proprio per questo ho ritenuto molto importante tracciare in Ragazze della guerra almeno un loro
ritratto preciso .
Ma lei racconta anche di donne che trovano il coraggio di reagire, di unire le forze per lottare. Anche se spesso, lei scrive, hanno dovuto crescere da sole i propri figli, con pochi mezzi. Qualcosa sta cambiando nella mentalità della gente?
Quella cecena è una società dove l’aiuto reciproco è molto importante. Anche perché, come è ben noto, in situazione di guerra sono le donne a mandare avanti la vita quotidianamente. E se non si aiutano a vicenda muoiono subito. La Cecenia sopravvive proprio grazie al fatto che ci sono famiglie molto grandi e solidali fra loro nonostante tutti i conflitti che possono sorgere e sorgono al loro interno. Fanno fronte contro il nemico comune, rappresentato dalle forze armate russe ma anche dalla milizia cecena.
Leggi non scritte e ancestrali ancora regolano la vita in Cecenia: una ragazza cecena orfana, lei scrive, non ha nemmeno il diritto di rifiutare un matrimonio combinato. E questo non accade in un paese, cosiddetto, del terzo mondo...
E’ veramente uno degli esempi lampanti di quanto sia fallito il progetto dell’Unione Sovietica. Non parlo di comunismo perché non c’è mai stato davvero. è comunque naufragata l’idea di costruire una società nuova, più libera, più umana. Ed è fallito in modo veramente clamoroso.
Che idea si è fatta delle responsabilità di Putin riguardo all’assassinio di Natalia, di Anna e del processo farsa istituito sulla sua vicenda?
Nel caso di Natalia non c’è neanche la pretesa di fare un processo. Non se ne parla nemmeno. Quanto al caso di Anna, hanno imbastito un processo a delle persone che, sì, sono state coinvolte, ma non sono né l’assassino né quelli che lo hanno commissionato. Rispetto a Putin quello che mi sento di dire è che è responsabile di aver creato un clima tale in Russia per cui può accadere che una donna con due borse di spesa in mano venga uccisa in pieno giorno nell’ascensore di casa sua. è una cosa inaudita. Quando Anna è stata ammazzata, Putin ha detto che gli faceva più male da morta che da viva. Lui stesso ha creato questa atmosfera.
Nel 2008 in Italia quando una giornalista russa fece una domanda non gradita a Vladimir Putin, Silvio Berlusconi mimò il gesto di spararle con un mitra.
Non è un caso che loro siano amicissimi. In russo si dice “è tutto una peste”.
da left-avvenimenti del 30 ottobre 2009
FRESCHI DI STAMPA: Finalmente anche nelle librerie italiane il libro che permette di capire perché Anna Politkovskaja è stata uccisa. E’ uscito per Adelphi che ha scelto un titolo emblematico: Per questo.

Anna Politkovskaja Adelphi
Con passione e minuziosa ricerca negli archivi e nella memoria del computer, i figli di Anna Politkovskaja, aiutati dai giornalisti della Novaja Gazeta, hanno ricostruito puntualmente il filo della storia che ha visto crescere in parallelo la violenza in Cecenia e le minacce alla giornalista russa. Anna è stata assassinata in pieno giorno, mentre rientrava in casa con le borse della spesa, un pomeriggio di ottobre del 2006. (Il che, come ha notato la giornalista tedesca Sussanne Scholl la dice lunga sul clima di terrore e impunità che l’allora presidente Putin aveva creato nel Paese). E questa straordinaria raccolta di articoli che cronologicamente ripercorre tutte le più importanti corrispondenze di Anna dal fronte del Caucaso è anche un drammatico documento sul perché è stata uccisa. Giustamente la casa editrice Adelphi ha scelto di intitolare il volume Per questo. Con coraggio e rigore Anna scriveva quello che vedeva, non esitando a fare nomi e a denunciare responsabilità. Stando dalla parte della gente cecena- donne soprattutto- che nel braccio di ferro ingaggiato dalla Russa per controllare il petrolio ceceno, avevano visto sparire mariti, padri, fratelli, amici. All’elite politica di Mosca le denunce di Anna risultavano molto scomode e qualcuno ha dato mandato perché anche il suo nome andasse ad aggiungersi alla lista degli oltre cento giornalisti uccisi in Russia dal 2000 a oggi. Questo libro rimane a gridare forte l’impegno di Anna e la sua profonda bellezza. s.maggiorelli
dal quotidiano Terra del 4 novembre 2009
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Pubblicato da Simona Maggiorelli su Ottobre 16, 2009
Un dio unico e assoluto. Ma anche una visione del mondo antropocentrica e sessuata. Basata sul rapporto fra uomo e donna. L’eminente islamista Biancamaria Scarcia Amoretti racconta il testo sacro
di Simona Maggiorelli

Quran Kufic calligraphy
Sono 1.570 milioni i musulmani nel mondo: il 23 per cento dei 6,8 miliardi della popolazione globale. L’ultima ricerca del Pew forum in religion & public life fotografa una situazione inaspettatamente in crescita. E intanto si moltiplicano gli studi che riguardano la religione e la cultura islamica. Finalmente anche in Italia. Autorevole islamista, Biancamaria Scarcia Amoretti ha appena pubblicato per Carocci una sua proposta di lettura del testo sacro dell’islam e left ha colto l’occasione per rivolgerle alcune domande sulla concezione del mondo e della vita umana che il Corano presenta ai suoi fedeli. «è un testo molto complesso anche perché non abbiamo una tradizione ininterrotta di traduzioni». Il Corano, insomma, è un libro difficile che ha uno statuto speciale perché i musulmani lo considerano parola di dio. Ma è anche da leggere storicamente con occhi sgombri «per vedere cosa dice veramente e quali sono le strumentalizzazioni che ne sono state fatte».
Dunque la fisionomia della creazione, la definizione di dio come assoluto, l’antropocentrismo ma anche il rapporto fra uomo e donna, sono alcuni dei temi che Scarcia Amoretti analizza in questo suo colto e sintetico studio, nato anche con un intento divulgativo.
Prof.ssa Scarcia, cominciamo dalla differenza fra maschile e femminile, una dualità che lei dice essere fondamentale nel Corano.
Iniziamo col dire che il monoteismo assoluto dell’islam prevede un solo dio, non c’è l’idea di trinità cristiana. Da qui il distacco, la differenza, fra creatore e creatura che si concretizza nel fatto che la creatura è sessuata. Non a caso i mistici poi superarono questo tipo di divisione. Ma c’è un altro fatto a mio avviso interessante. Si dice che l’islam non ammetta figure, rappresentazioni. Non è vero tout court, ma lo è per quel che riguarda dio. La rappresentazione del divino è affidata alla parola che ci dice di un dio “bello”, privo però di qualunque caratteristica di genere.
L’incarnazione del dio cristiano è nell’uomo Gesù…
Allah non è padre, è creatore. Il seme può avere un valore maschile, ma il Corano dà una enorme attenzione al corpo femminile. Dire come fa l’islam che dio è creatore in senso assoluto significa che lui è l’unico che non può essere concepito in termini di genere.

calligraphy
Nel Corano non c’è condanna del corpo e del desiderio femminile?
Assolutamente no. Nel Corano si dice che tutto quello che è creato è buono in sé. E c’è un versetto molto famoso, che riguarda il digiuno, in cui si dice che dio aveva pensato di dare una prova più dura alle sue creature ma poi cambiò idea. Nella concezione islamica, essendo completamente libero, decide di concedere la notte per la vita naturale e il benessere umano. Dunque si può mangiare ma si può anche godere del rapporto uomo donna.
Qual era la condizione della donna prima dell’islam?
Ci sono molte ipotesi, fra cui anche che ci fosse un matriarcato nella penisola araba. Noi abbiamo solo alcuni fatti storici e il testo. Conosciamo molte divinità femminili pre islamiche ed è un fatto che la prima generazione di musulmani abbia conosciuto un grande protagonismo femminile.
Nel Corano ci sono molte figure di donna significative a cominciare da A’isha
La più emblematica, a mio avviso è quella di Maria, madre di Gesù. E’ più eversiva della nostra perché non c’è nessun Giuseppe ad affiancarla.
C’è un dibattito bioetico a partire da ciò che è scritto o non è scritto dal Corano?
Mi sono premurata di metterlo da parte: ho voluto presentare il testo, con una impostazione che rivendico a tutto tondo. Non voglio fare una storia dell’esegesi perché siamo ancora ben lontani da quelle che sono state realizzate per il Vangelo, con alle spalle secoli di studi. I musulmani non sono stati inferiori in questo. Ma non abbiamo il polso della situazione. Nella galassia musulmana ci potrebbe essere qualcuno che con assoluta coerenza e dottrina ha tirato fuori un commento che finalmente espliciti in una chiave molto autorevole questi temi. Ma oggi non possiamo saperlo perché non abbiamo raccolto tutti i commenti. Sfido chiunque a dire di essere aggiornato in merito.
Lei scrive che secondo il Corano il processo di crescita del feto nell’utero non è strutturalmente diverso da quello che avviene, per esempio, nel mondo vegetale: l’uomo è cosa (Shay’) venuta in essere. Ovvero?
La sessualità nel rapporto uomo donna non è solo destinata alla procreazione. E questo è un punto importante. Inoltre il Corano è un libro fortemente versato sul fatto che l’uomo sia “un pezzo” di natura. Per questo ci deve essere una grande armonia, che prevede però una scala gerarchica: l’uomo può usare gli animali. Così come essi approfittano del mondo vegetale.
Il Corano non scoraggia la conoscenza scientifica?
No, perché tutto ciò che è creato è buono, dunque perché non conoscerlo?
Il dio assoluto dell’islam può aver influenzato alcuni filosofi occidentali, per esempio Spinoza?
Il discorso è affascinante, ma su questo versante gli studi sono molto indietro. Nei secoli del Medioevo sono passate tematiche filosofiche improntate a questa visione di dio. Poi per tanto tempo si è negato che vi fosse stato un contributo. Io credo che questa storia sia ancora da scrivere. Fin qui è stata fatta solo per frammenti, ritrovando tracce in Anselmo d’Aosta, piuttosto che in altri. Ma non c’è un discorso più complessivo, anche perché gli occidentali oggi non mi sembrano molto disponibili a portare avanti questo discorso. Anche fra gli studiosi la tendenza è piuttosto a dire che non vi è stata influenza. Come se i secoli della dominazione andalusa non fossero esistiti. Solo nel settore della mistica e dell’esoterismo si è stati disposti ad ammettere un contatto, ma la mistica è solo un singolo aspetto e poi è un’esperienza connotata in senso aristocratico, elitario.
La forma letteraria del Corano è certamente alta.
Il Corano è il testo letterario per eccellenza: proprio su questo tema sono usciti centinaia di studi modernissimi. I musulmani dicono che il Corano non è né prosa né poesia, il che già la dice lunga. Anche perché si tratta di una forma inimitabile. La lingua, poi, è ciò che dà corpo alla parola di dio. E come la si definisce? Certi capitoli sono letti come fossero degli inni, con una metodica di cesure di accenti interna, e appunto si continua a studiare.
L’oralità così come il rapporto con la poesia precedente all’islam come si configura?
La poesia precedente è importante non tanto perché veniva detta oralmente ma perché costituisce il vocabolario pregresso dell’arabo. Che poi l’oralità nel mondo musulmano funzioni molto lo vediamo anche oggi. Capire perché e come avvengano certe forme di indottrinamento, in questo caso certamente negative, implica ripercorre certi modi antichi. Nell’islam il rapporto è più personalizzato, c’è sempre un richiamo che passa attraverso una voce. Che, va detto, può essere anche femminile.
CAPIRE L’UNIVERSO ARABO
Mentre torna in nuova edizione un classico come Il mondo musulmano di Biancamaria Scarcia Amoretti, l’editore Carocci pubblica anche la lettura de Il Corano che la docente di Islamistica de La Sapienza ha scritto per offrire strumenti a un migliore dialogo fra differenti culture. Un’avventura intellettuale che, su invito dell’editore, Scarcia ha intrapreso, forte della sua vastissima cultura e delle sue ininterrotte frequentazioni del mondo intellettuale islamico. Ben consapevole però dei problemi che pone la mancanza di traduzioni antiche “canoniche”, così come la polisemia del testo che ammette una pluralità di interpretazioni.«Il mio tentativo – spiega Scarcia – è stato quello di presentare la mia versione, quello che io ho tratto da questo libro, essendo laica. E aggiunge: «Laica in tutti i sensi, non solo per il fatto che non sono addetta delle religioni».
da left-Avvenimenti 16 ottobre 2009–
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Pubblicato da Simona Maggiorelli su Ottobre 11, 2009
di Simona Maggiorelli
![I_am_it_s_Secret_SN001[2] Shirin Neshat, I'm it's secret](http://simonamaggiorelli.files.wordpress.com/2009/10/i_am_it_s_secret_sn0012.jpg?w=202&h=300)
Shirin Neshat, I'm it's secret
«C’è qualcosa di molto nuovo che sta accadendo in Iran. Il Paese sta vivendo un momento molto profondo, più importante della rivoluzione islamica» raccontava l’artista iraniana Shirin Neshat a margine della proiezione del suo film
Women without men al festival di Venezia, esordio cinematografico che le è valso il Leone d’argento. Per poi aggiungere: «Le immagini scattate con i cellulari che ci sono arrivate attraverso la Rete sono molto forti, esplicite. La gente che un tempo voleva la rivoluzione islamica adesso ha figli che hanno vissuto sempre sotto una dittatura e che dicono basta. Questi ragazzi non sono interessati all’ideologia come i loro genitori. Ma c’è anche un altro fatto importante – sottolinea Neshat – il nuovo protagonismo delle donne iraniane, che non vogliono mettersi a posto degli uomini ma rivendicano spazi pubblici. Sono tenaci, femminili, non nascondono la propria bellezza. è qualcosa di molto diverso dal femminismo degli anni Settanta e Ottanta».
Politica e poesia. Ricerca di identità femminile e rapporto con l’altro. Esplorando la diversità fra uomo e donna, il desiderio ma anche la solitudine. Sono i “temi” forti al centro della ricerca di Shirin Neshat fin da quando alla fine degli anni Settanta lasciò l’Iran per studiare negli Stati Uniti. Dopo la rivoluzione, il regime di Khomeini le vietò di tornare, pena il carcere. Solo dopo la morte dell’ayatollah finalmente lei riuscì a rimettere piede nella sua terra di origine. «Fu uno shock – racconta -.Perché trovai un Paese islamico, di donne velate, non c’erano più echi dell’antica Persia e della sua poesia». Una cultura orientale che Shirin Neshat dice di sentire profondamente propria, offrendo «uno sguardo meno razionale sulle cose». E uno sguardo lirico, pieno di pathos, è la cifra che più colpisce nei suoi lavori. Fin dalla prima serie fotografica, Donne di Allah, realizzata tra 1993 e il 1997 e che ha imposto l’artista iraniana sulla scena internazionale. Immagini in bianco e nero, aperte su orizzonti immensi, punteggiati da silenziose figure di donne velate. Mani maschili, in primo piano, segnate da versi in calligrafia araba squadrata e monumentale. Oppure autoritratti in cui l’artista, con in testa il chador, drammaticamente imbraccia un fucile. Sul volto ha impressi passi del Corano.
Ma nel carnet di Neshat si trovano anche sensuali immagini di donna in cui il body painting non è più una scrittura rigidamente imposta dall’esterno ma fiorisce sulla pelle in una più tondeggiante e morbida grafia. Le labbra appena schiuse, forse parole sussurrate, la gioia di potersi esprimere con una propria voce originale. Sono gli scatti magnetici, esteticamente raffinati e, insieme, di grande efficacia che ritroviamo nella serie di volumi editi da Charta che ripercorrono l’opera della fotografa e filmaker nata a Qazvin nel 1957. Compreso il suo lavoro di videoartista, fatto di sequenze “oniriche” e silenziose e in cui versi e musica sostituiscono i dialoghi. Video dalle atmosfere malinconiche e struggenti come Turbolent (1998) Soliloquy (1999) o Rapture (1999) in cui appaiono donne misteriose e ribelli che pagano con la solitudine la propria rivolta contro la violenza privata o di regime, oppure donne follemente innamorate, coraggiose, pronte a tutto. Come in certi film di Tarkovsky (che Neshat riconosce come maestro assoluto d’arte cinematografica), sono storie che arrivano allo spettatore emotivamente, attraverso immagini sfumate, evocative. La videoarte di Shirin Neshat, più ancora della sua opera fotografica, suggerisce più che raccontare. è un’arte ellittica, densa di metafore, fortemente concettuale. Anche quando il tema è strettamente storico, le immagini non sono mai descrittive, cronachistiche. Ma se nella brevità di un video, come in poesia, possono bastare alcune immagini potenti a schiudere un intero universo di senso, più difficile è che questa impresa riesca in un film, in cui c’è comunque bisogno di tratteggiare e approfondire dei personaggi.

Shirin Neshat
La giuria di Venezia con il Leone d’argento dice che la poliedrica Neshat è riuscita anche in questo. E in attesa dell’uscita nelle sale italiane del film Women without men prevista per il 4 dicembre, intanto, la galleria Noire contemporary art di Torino, fino al 22 novembre, offre una interessante finestra sui sei anni di gestazione che precedono il film, liberamente tratto da un romanzo della scrittrice Shahrnush Parsipur, censurato in Iran. Anni in cui Neshat, in collaborazione con l’artista iraniano Shoja Azari, ha sviluppato in quattro videoinstallazioni le storie, diversissime, di altrettante donne che finiscono poi, casualmente, per incontrarsi nella rivolta del 1953 contro lo scià e l’imperialismo Usa. In questa serie di video non si raccontano solo gli slanci idealistici della rivolta, il furore rivoluzionario ma anche le storie intime, private, di uomini e donne che si amano o si perdono mentre stanno scrivendo questa importante pagina di storia. «Women without men – dice Neshat – è un romanzo bello e strano. Non avrei potuto scegliere un libro più difficile. è scritto con uno stile di realismo magico che poi ho scoperto è tra i più ardui da tradurre visivamente». Ma il rapporto di Neshat con la scrittura di Parsipur va al di là di questo romanzo «Il mio lavoro nasce all’incrocio di esigenze simili. Ciascuna di noi a suo modo ha cercato di creare opere molto personali e molto politiche».
La mostra – Game of desire
Da anni la vita e l’opera di Shirin Neshat è completamente assorbita dalle vicende che attraversano l’Iran. Cercando di appoggiare come artista le istanze di democrazia che soprattutto le giovani generazioni stanno esprimendo con passione nel Paese. Una rivolta pacifica e crescente che il regime di Ahmadinejad sta cercando di soffocare nel sangue. «Per questo – racconta l’artista – solo di rado negli ultimi dieci anni ho potuto e voluto sviluppare progetti che parlassero di altro». Uno di questi rari progetti l’ha portata di recente in Laos e Vietnam, sulle tracce di antiche forme di rappresentazione, dette lam e conosciute in molte varianti in Asia. Si tratta di poemi che, intrecciandosi in tenzoni, uomini e donne intonano e suonano per notti intere. Neshat è riuscita a filmarle. Ne è nato un video e una mostra fotografica, Games of desire, presentata a Bruxelles e a Parigi e ora raccontata in un volume edito da Charta. Un lavoro sul modo di vivere e rappresentare poeticamente il rapporto uomo donna in alcune aree del Sudest asiatico, rinnovando tradizioni antichissime.
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Pubblicato da Simona Maggiorelli su Ottobre 7, 2009

sonia e rajiv gandhi
Lo scrittore Javier Moro:«è curioso che in Italia sia conosciuta solo come la vedova di Rajiv Gandhi. In pochi sanno che ha sulle spalle le aspirazioni di una sesta parte dell’umanità»
di Simona Maggiorelli
Nel 1965 quando Sonia Maino andò a Cambridge per imparare l’inglese, di certo, non avrebbe mai immaginato di entrare nella politica indiana ai più alti ranghi, come presidente del Partito del congresso fondato da Gandhi e Nerhu. Ma nella fredda e inospitale cittadina inglese, fra gli studenti fuori sede che facevano gruppo, la bella ragazza di Orbassano, per caso, incontrò un giovane, come lei, molto timido e dal sorriso seducente. Era Rajiv Gandhi. E anche se lei pensava un futuro da interprete e lui da pilota, la storia tormentata dell’India e la lotta intrapresa da Jawaharlal Nehru e poi da sua figlia Indira Nehru-Gandhi per la democrazia cambiò completamente le loro vite.
«Ero in India nel 1991 quando Rajiv fu assassinato – racconta il giornalista spagnolo Javier Moro -. In tv vidi la cerimonia di cremazione e rimasi molto colpito dal dolore e dal coraggio di Sonia mentre tutta la sua vita andava in fumo insieme alle ceneri del suo uomo». Fu in quel momento che Moro decise di scrivere una storia dell’India attraverso la vicenda di Sonia Maino. Prima però sarebbero venuti altri libri come Mezzanotte e cinque a Bhopal (scritto nel 2001 con lo zio Dominique Lapierre e Passione indiana (Mondadori, 2006). Dopo tre anni di ricerche l’anno scorso Javier Moro è riuscito finalmente a portare a termine il suo lavoro che ora esce in Italia per la casa editrice Il Saggiatore. «Io non volevo scrivere una biografia romanzata di Sonia – spiega Moro che in questi giorni è in Italia per presentare il libro -. Ma raccontare, attraverso lei la complessità di un Paese-continente come l’India». Ne è uscito un grande affresco di storia, ma anche un affascinante tentativo di capire più a fondo la personalità di questa donna che dal 2004 ha portato due volte il Partito del congresso a vincere le elezioni. «Volevo capire come questa donna timida che non aveva ambizioni pubbliche sia riuscita – per passione democratica, per lealtà verso Rajiv – a vincere le proprie riluttanze accettando di entrare in politica. Oggi – sottolinea Moro – secondo la rivista Forbes, Sonia Gandhi è una delle tre donne più potenti al mondo. Io volevo scoprire come sia stata possibile questa trasformazione e raccontarla.
In India Sonia Maino Gandhi guida il partito di governo. Noi non abbiamo mai avuto né un premier né un presidente donna. E intanto, grazie a Berlusconi, non si parla che di escort e veline. Come vede la situazione italiana?
Problematica. Per essere diplomatico. Ciò che mi sorprende è che in Italia nessuno sappia chi è realmente Sonia Gandhi. Qui è conosciuta come una povera vedova. Una ragazza di provincia che diventò indiana. Ma in pochi sanno cosa rappresenti davvero questa donna che ha sulle sue spalle le aspirazioni di una sesta parte dell’umanità. Non si conoscono i problemi con cui si confronta, i conflitti che si trova a dirimere, le sfide continue. Io ho fatto il lavoro che un giornalista italiano avrebbe dovuto fare. Insomma vorrei dire al pubblico italiano che non esiste solo Berlusconi come politico, che c’è una donna come Sonia Gandhi che sta facendo un lavoro importante per cercare di rispondere all’ingiustizia e alla povertà che affliggono l’India.
L’ateismo di Nerhu e le idee progressiste e cosmopolite d Indira l’hanno influenzata?
Con Indira c’era un rapporto di profondo affetto. Sonia ne ha assorbito il pensiero politico. In più non ha mai dimenticato le sue radici povere. Questo è ammirevole perché sposando Rajiv avrebbe potuto diventare la grande borghese che a Delhi riceve Mandela o Mick Jagger. è molto consapevole che il cognome Gandhi si lega a una storia importante. E non vuole che nessuno se ne approfitti.
La non violenza gandiana l’ha guidata in politica?
Molto ma l’India non è un Paese omogeneo. Ci sono ben 4.635 comunità diverse, un mondo di religioni e di culture differenti e le tensioni sono fortissime. Il popolo indiano è, al fondo, pacifico. Se guardiamo alla storia, l’India non ha mai invaso un altro Paese. Ma questo non vuol dire che le tensioni fra le comunità non possano diventare pericolose. Le relazioni fra musulmani e induisti sono difficili e complesse. Ma da quando Sonia ha vinto per la prima volta le elezioni nel 2004 si sono placate. L’India ha un grande partito democratico al governo; un partito che difende gli ideali di Nerhu, ovvero ideali di laicità e di uguaglianza di fronte alla legge. Ma deve fronteggiare un partito religioso induista che non vuole un’India in cui si integrino molteplici identità. I fondamentalisti indiani, oggi all’opposizione, vorrebbero una nazione specchio del Pakistan: una nazione induista tanto quanto loro sono musulmani. In dieci anni Sonia Gandhi ha portato il Partito del congresso, da disgregato che era, ad avere la maggioranza assoluta. è frutto del lavoro di una donna italiana che non voleva fare politica.
dal quotidiano Terra 7 ottobre 2009
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Pubblicato da Simona Maggiorelli su Agosto 21, 2009
Festivaletteratura di mantova dedica una retrospettiva allo scrittore indiano Amitav Ghosh, l’autore di Cromosoma Calcutta.
di Simona Maggiorelli
Il battito di ali di una farfalla qui e ora, si dice, possa determinare un cataclisma in una lontanissima parte del globo. Come effetto domino di una lunga catena di cause e conseguenze, perlopiù imprevedibili. Di questi fili “invisibili” che corrono sotterranei nella storia si occupa lo scrittore indiano Amitav Ghosh, autore di Cromosoma Calcutta (Einaudi) di molti altri importanti romanzi, come il recente Mare di papaveri (Neri Pozza), straordinario affresco delle drammatiche conseguenze della guerra dell’oppio, viste da Paesi come l’India che fu schiacciata nella morsa del colonialismo inglese.
Da romanziere ma anche da antropologo, storico e giornalista, fondendo una molteplicità di competenze diverse, Ghosh punta la propria attenzione sulla lunga durata,osservando continuità e rotture che i processi storici incontrano nel passaggio di generazione in generazione. In questo modo riuscendo a ricreare un genere, quello del romanzo storico, che sembrava aver esaurito il suo corso con i grandi romanzieri dell’Ottocento. Ghosh si mette sulle orme di Melville, per la scelta dei grandi temi degni dell’epos e sulla strada di Dickens per la precisa descrizione sociale degli ambienti. Ma senza nessun gusto antiquario. Anzi, con uno sguardo costante sull’oggi: andando a caccia delle radici più remote delle contraddizioni che i processi di globalizzazione squadernano. Così ne Lo schiavo del manoscritto (che dopo l’edizione Einaudi del ‘92 a fine agosto uscirà in nuova edizione italiana per Neri Pozza), con un meticoloso lavoro di archivio compiuto fra l’Egitto e l’Inghilterra, Ghosh rintraccia una lettera scritta nel 1148 da un mercante di Aden, un certo Khalaf ibn Ishaq; una lettera contenuta nel manoscritto H.6 conservato nella biblioteca nazionale di Gerusalemme e inviata a un grande viaggiatore di nome Abrahm Ben Yiju (più importante di Marco Polo e Ibn Battuta, anche se meno noto in Occidente). Quella lettera, ricostruisce Ghosh, non solo testimonia la fiorente cultura del porto yemenita di Aden intorno all’anno mille, ma è un documento unico perché vi si accenna alla storia di uno schiavo, probabilmente accolto come collaboratore da Ben Yijiu, del quale- visto il rango sociale- la storia ufficiale altrimenti nulla ci avrebbe tramandato. Un fatto che nel romanzo diventa il grimaldello per ricomporre una fitta trama di rapporti fra India ed Egitto a partire dal medioevo, per arrivare fino al Novecento. Fra similitudini dovute alla comune dominazione occidentale e rotture di dialogo, nella contrapposizione via via sempre più spiccata fra le differenti simbologie religiose dei due Paesi a partire dalla prima diffusione della religione di Maometto.
Armato di taccuino
Con lo Schiavo del manoscritto Ghosh inventa un particolare genere di romanzo, che Festivaletteratura battezza “romanzo di indagine”, dedicandogli il 13 settembre una giornata di studi. All’interno di una ampia retrospettiva sull’opera dello scrittore indiano, che oggi vive fra New York e Calcutta. Dal 9 settembre a Mantova ci saranno incontri e tavole rotonde sulla sua attività di romanziere ma anche sul suo lavoro di giornalista raccolto in volumi come Estremi Orienti (Einaudi) e Circostanze incendiarie.(Neri Pozza). Autore di numerosi reportage per The Nation, The New York Times, The New Republic, Granta, The NewYorker, Gosh ama fare il lavoro del vero cronista: cammina, parla, curiosa fra la gente ma anche negli archivi. “Andare a consultare i documenti- dice- fa parte del piacere del mio lavoro di scrittore. Mi piace andare a verificare come stanno davvero le cose”. Così, Amitav Ghosh era sul posto per raccontare l’esplosione di violenza seguita all’attentato contro Indira Gandhi, nel 1984. Ha raccontato la pazzia di quei giorni di violenza a New Delhi e ha scritto pezzi come “Danzando in Cambogia” documentando il genocidio perpetrato dai khmer rossi in Cambogia. Mentre in un romanzo come Il palazzo degli specchi (Neri Pozza) ha documentato il presente della coraggiosa battaglia di Aung San Suukyi per la liberazione della Birmania. “L’ho incontrata durante il mio primo viaggio a Rangoon – ricorda lo scrittore – e ne ho ancora un ricordo fortissimo. Che ora si rinnova dolorosamente pensando che le hanno dato altri 18 mesi di arresti domiciliari”.
I disastri del colonialismo

Lo sguardo di Ghosh, come romanziere ora è soprattutto rivolto ai prodromi della mancanza di libertà che schiaccia la Birmania, così come alle conseguenze che eventi internazionali hanno avuto sull’India e su altri Paesi asiatici. Viste dal punto di vista delle storie personali. “ La mia stessa famiglia- racconta lo scrittore- mi ha aperto gli occhi su questo. Fu divisa non solo dalla separazione fra India e Pakistan, ma anche dalla conquista della Birmania da parte dei giapponesi nel 1942”. Da qui, a partire da un intreccio di biografia individuale e storia collettiva, Ghosh va costruendo quella che si annuncia come la sua opera più importante: una trilogia sulle conseguenze della guerra dell’oppio. Di questo lo scrittore parlerà l’11 settembre in Palazzo Ducale raccontando come è nato il primo volume, Mare di papaveri . Un romanzo che si presenta come una sorta di opera mondo, di indagine su fenomeni sociali che anticiparono negli anni 40 dell’800 alcuni processi di globalizzazione e in cui si racconta il processo di produzione dell’oppio come già perfettamente industrializzato, organizzato e comandato dall’Inghilterra mentre operai indiani e lascari venivano sfruttati come manodopera sotto pagata. Proprio come negli attuali processi di delocalizzazione. “Quando ho cominciato a scrivere Mare di papaveri, in realtà- spiega Ghosh – non pensavo esattamente alla guerra dell’oppio. Mi interessava il tema della migrazione, volevo rintracciare alcune radici della diaspora degli indiani nel mondo. Ma un’ondata massiccia, mi resi subito conto, partì intorno al 1830 dalla cosiddetta India britannica, il nord della regione detta Bihar: sotto il comando dell’Est India Company fu l’area più coinvolta direttamente nella guerra dell’oppio. Dunque, non c’era modo di evitare questo argomento. In quel periodo India, Inghilterra e Cina furono collegate da un mare di oppio”.
I personaggi prima di tutto
Indubbiamente Mare di oppio si presenta come un grande affresco di storia della prima metà del XIX secolo, quando l’India pur fra mille contrasti e di contraddizioni partoriva i primi moti di rivolta contro la dominazione britannica. Una storia che attraversa tre continenti e l’arco di duecento anni,“ma non faccio di mestiere lo storico, il motore della narrazione – rivendica Ghosh- sono le vicende di una manciata di personaggi che si ritrovano in una situazione del tutto fuori dall’ordinario, a bordo della Ibis in mezzo al mare”. La goletta a due vele, lontano dalla terraferma, diventa un microcosmo a parte aprendo una parentesi speciale nella vita di Deeti e degli altri personaggi. Analogamente alla peste per la brigata del Decameron le disavventure vissute a bordo dell’Ibis, compreso un ammutinamento dei lascari, fanno uscire i personaggi dall’isolamento e dalle consuetudini. Tanto che una donna dei villaggi indiani come Deeti si trova “a incespicare sulla parola che per prima le era salita alle labbra: il nome della sua casta era per lei qualcosa di altrettanto intimo del ricordo del viso di sua figlia, ma adesso sembrava appartenere anche esso alla vita precedente, quando era un’altra persona”. Quasi fosse una sorta di trattato di antropologia sociale dei primi dell’800 Ghosh include nel romanzo anche un potente ritratto dei lascari, la ciurma di leggendari marinai di tutte le razze possibili che in comune avevano solo l’oceano indiano e una condizione di sfruttamento. Come in altri suoi romanzi, Ghosh restituisce la loro storia anche attraverso un complesso impasto linguistico che qui va dall’urdu, all’hindi e al bengalese, con alcuni tratti tipici dell’inglese dell’epoca ma anche termini di slang nautico.“Per me il romanzo come genere ha la capacità di inglobare molti aspetti della vita, della storia, della politica. Il romanzo- spiega Ghosh- è una sorta di meta genere, che trascende i confini dei singoli generi”. Quanto al secondo episodio di questa saga a cui sta lavorando, Ghosh accenna: “ Ho qualche idea su dove la narrazione potrebbe andare a parare, ma è un po’ come andare per mare di notte: si intravedono le luci, ma non si sa ancora dove si arriverà e che cosa c’è nel mezzo. L’esperienza mi dice che i libri hanno testa per conto proprio”.
BOX SU FESTIVALETTERATURA
Dal 9 al 13 settembre le strade di Mantova torneranno a riempirsi di lettori e di appassionati di letteratura. L’edizione 2009 di Festivaletteratura si annuncia particolarmente densa di incontri con autori internazionali, di primo piano. A cominciare dal Premio Nobel Nadine Gordimer che sarà in Italia per parlare della sua scrittura, del suo lungo impegno contro l’apartheid, ma anche del futuro della letteratura africana, che sta acquistando sempre più forza e autonomia sulla scena globale. Fra gli ospiti più attesi, poi, oltre all’indiano Amitav Gosh, lo scrittore sudamericano Louis Sepulveda e il francese Georges Didi Huberman con una riflessione fra storia dell’arte e filosofia dal titolo “le immagini accadono”. E ancora in prima nazionale il film che racconta l’opera e l’impegno pacifista dell’israeliano Amos Oz e una tavola rotonda dedicata allo scrittore David Foster Wallace prematuramente scomparso. Fra le nuove proposte di letteratura, da segnalare, la presenza di Anne Marie Garat autrice de Il quaderno ungherese ( Il Saggiatore), un romanzo che, con un pizzico di romanticismo, racconta vicende di una Parigi di inizi Novecento. Fra i momenti di spettacolo, invece, il recital di Lella Costa dedicato ai diritti delle donne e al comizio della rivoluzionaria francese Olympe de Gouges. Per la saggistica Stefano Rodotà presenta a Mantova un nuovo libro targato Feltrinelli, mentre Ignazio Marino, dopo Credere e curare, presenta Nelle tue mani, medicina, fede, etica e diritti, in uscita il 7 settembre per Einaudi. Il programma completo sul sito www.festivaletteratura.it.
da left-avvenimenti 25 agosto 2009
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Pubblicato da Simona Maggiorelli su Luglio 17, 2009
Dopo il racconto della Teheran Underground degli anni Novanta Azadeh Moaveni torna con un nuovo romanzo, che è una dura accusa al governo di Teheran
di Simona Maggiorelli

Iran protesta studentesca
Copertina rosa shocking e un titolo d’effetto come Lipstick jihad. L’esordio letterario di Azadeh Moaveni si presentava così in Italia nell’edizione Pisani del 2006. Quasi quattrocento pagine che in quella “confezione” da romanzo scandalo, a dire il vero, non risultavano troppo invitanti. Ma quel tomo ci aveva comunque incuriosito. Una rapida ricerca su internet e dai riverberi internazionali si poteva capire che il libro raccontava una Teheran sconosciuta ai più: il ritratto di una capitale dalla vivace vita artistica, anche se tutta underground.
Poi nella prosa rapida e icastica della giovane giornalista americana di origini iraniane trovammo anche di più: un potente affresco di una generazione non ancora trentenne, che negli anni Novanta a Teheran, si ritrovava in bar clandestini, faceva teatro, cinema, videoarte, piantava paraboliche abusive, leggeva libri censurati e discuteva laicamente in migliaia di blog. Armate di rossetto, come nel titolo del romanzo, in quella scena culturale viva e ramificata le studentesse giocavano un ruolo di primo piano. Nel suo complesso quella realtà giovanile sfaccettata e in movimento faceva sperare in un profondo cambiamento nell’Iran oppresso dal regime degli ayatollah. Fino a che non sono stati resi pubblici i risultati delle elezioni dello scorso giugno che hanno portato alla rielezione di Amadhinejad in molti ci hanno creduto. A cominciare da Moaveni. Anche se mentre scriveva articoli e faceva interviste da inviata del Los Angeles Time cogliendo tutti i segni del cambiamento, lavorava alla stesura del suo secondo romanzo che ha un tono assai più cupo del precedente. Quasi che, con sensibilità d’artista, Moaveni avesse colto l’incipiente escalation di violenza da parte del regime e l’avesse espressa in Matrimonio a Teheran (in uscita in Italia il 6 agosto per Newton Compton).
La storia autobiografica su cui si basa il romanzo, in realtà, è ambientata nei mesi che precedono la prima elezione di Amadhinejad ma alcune vicende che riguardano la corruzione di apparati di Stato, lo strapotere dei fondamentalisti e le violenze esercitate da militari e dai servizi segreti, appaiono del tutto sovrapponibili all’oggi. Dopo il primo viaggio in Iran nel 1999 Moaveni era tornata da inviata nel 2005 proprio per seguire le elezioni. Laureata, giornalista in carriera, single con passaporto Usa, ma al fondo sentendosi «una iraniana e una donna di cultura sciita secolarizzata». Un’identità complessa la sua. Anche più sfaccettata di quella dei propri genitori che, andati a studiare all’estero, dopo la deriva teocratica della rivoluzione del 1979, decisero di rimanere negli Stati Uniti ma pensandosi sempre degli esiliati.
Per lavoro ma anche per capire le radici di quella sotterranea nostalgia di sua madre, Azadeh aveva studiato farsi e aveva deciso di vivere a Teheran. Ma la realtà che si è trovata davanti e che racconta schiettamente in questo libro, l’ha costretta poi a prendere altre rotte. Innamorata di un giovane conosciuto a Teheran, quando è rimasta incinta, Azadeh ha dovuto nascondersi per paura che il regime scoprisse che non era sposata. La Teheran del sole bruciante e dei giovedì notte passati a sfrecciare come tutti i giovani su e giù per le strade con la musica a tutto volume, la Teheran dei ritrovi in casa di scrittori, registi e intellettuali in cui si poteva fumare bere e discutere di letteratura e di politica le mostrava ora il suo volto ufficiale più oscurantista.
Ma ciò che più pesa a Moaveni è non poter scrivere ciò che sa e pensa del moderato Kathami e delle sue promesse di liberalizzazione, quel che sa e pensa della stretta fondamentalista imposta da «un presidente senza qualità» come Amadhinejad la cui autorità dipende interamente dalla Guida suprema,l’ayatollah Khamenei. Un agente del Ministero delle informazioni che per tutto il romanzo Moaveni chiama Mister X da anni cercava di impedirglielo con ricatti sotterranei e un pressing psicologico da far tremare le vene e i polsi : «Non deve preoccuparsi. Torni in America e dica a tutti che siamo democratici» le ha sempre raccomandato con modi “gentili”. Ma ora Moaveni è riuscita a mettere tutto nero su bianco. «MrX ora esiste anche su carta- dice- e questo gli ha portato via per sempre il potere della segretezza».
da left-avvenimenti del 31 luglio 2009
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Pubblicato da Simona Maggiorelli su Luglio 15, 2009

for Neda, Iran
Con Musulmane rivelate, l’antropologa di origini palestinesi Ruba Salih vince
il premio Pozzale. A left racconta la sua ricerca
di Simona Maggiorelli
Lo sguardo di Ruba Salih sul mondo musulmano appare particolarmente prezioso a chi, in Occidente, voglia capire i mutamenti che hanno attraversato la galassia del mondo islamico nella storia e ciò che di nuovo si sta muovendo oggi. A cominciare dalla rivolta di tanti giovani di Teheran contro il regime di Ahmadinejad e che vede tante studentesse in prima fila. Di origini palestinesi e docente di Antropologia sociale all’università di Bologna e in quella di Exeter in Gran Bretagna, Ruba Salih partecipa di molte e diverse culture e nei suoi lavori offre inediti spaccati di comparazione. Come nel bel libro Musulmane rivelate (Carocci) che il 12 luglio 2009 riceverà il premio Pozzale. Con atteggiamento laico, convinta che le «le idee e le ideologie di natura religiosa vadano viste e analizzate come prodotti della realtà sociale sulla quale poi esercitano un’influenza» Salih racconta in questo agile volume come nei Paesi islamici stia cambiando il rapporto fra uomo e donna e il ruolo delle donne nella società. Da qui prende il la il nostro incontro.
Professoressa Salih, come legge l’ampia partecipazione di giovani donne alle proteste contro le elezioni truccate in Iran?
È ancora presto per capire in che cosa si trasformerà questa protesta, se chiederà cambiamenti radicali o si fermerà alla rivendicazione di elezioni più trasparenti. Certo è che le donne sono molto presenti nell’iconografia di questa rivolta. E non è un caso. In Iran le donne non sono mai state assenti dalla scena pubblica. C’è un immagine bellissima che circola in Rete: si vede una donna che ferma l’auto del presidente Ahmadinejad. A me pare molto significativa.
Che significato assume oggi il velo?
Il velo, in realtà,, non ha un solo significato. In alcune società islamiche può essere strumento di negoziazione. In situazioni di crisi economica o quando si aprono delle nicchie di lavoro, le donne escono velate per non distruggere tutto l’equilibrio delle relazioni di genere. Le donne lo usano per ottenere una maggiore libertà fuori casa, comunicando agli uomini che questo non comporterà una rivoluzione dei rapporti familiari E in contesti dove le donne hanno pochi diritti, la protezione della famiglia è una garanzia.
Maometto non impose il velo a tutte le donne. Da dove nasce l’obbligo?
Il velo preesisteva all’islam. Per esempio era un’usanza della società sassanide. Lo indossavano le donne dei ceti più alti. A un certo punto, alcune sure del Corano che parlano dell’abbigliamento femminile vengono interpretate in senso normativo.
Accade durante l’espansione islamica?
Sì, quando l’islam si fonde con gli usi delle regioni conquistate. Infatti ci sono molti tipi di velo. Cambiano da zona a zona. Perché diverso è ogni volta l’intreccio fra islam e culture locali.
Perché questo controllo sul corpo delle donne?
Studiose come Fatima Mernissi hanno documentato come sul corpo femminile si siano accaniti tutti, dai nazionalisti ai religiosi, ai modernisti. Nel mio libro provo a raccontare come ognuno di loro tenti di visualizzare il proprio progetto di società sul corpo delle donne. In Iran nel ’36 fu vietato indossare il velo ma non vedo troppa differenza fra questo divieto e quello attuale che proibisce alla donne di uscire senza. Sono due facce della stessa medaglia.
Dalla sua ricerca sul linguaggio della letteratura coloniale emerge come l’Oriente fosse «femminilizzato, velato, visto come seduttivo e pericoloso». Al razionalismo lucido del conquistatore si contrapponeva una società vista come pericolosamente irrazionale?
Quando l’Occidente comincia a usare nelle sue rappresentazioni dell’Oriente l’immagine delle donne musulmane inizia un processo che è ancora in atto. Il colonialismo e l’orientalismo nella sua versione letteraria si accaniscono nel costruire l’altro in modo che l’Occidente, per contrapposizione, appaia moderno, aperto, logico. L’ambito della sessualità, avvertito come oscuro, intimo, morboso diventa giocoforza serbatoio di metafore. Ma il fatto è che i modernisti arabi hanno fatto propria questa rappresentazione iniziando a vedere nelle donne proprio l’elemento da modernizzare. E se è vero che hanno stilato nuovi codici di famiglia (anche se concessi dall’alto) riconoscendo diritti alle donne, dall’altro lato hanno rotto la sfera di potere che le donne avevano e si è iniziato a svalutare il sapere femminile. Nella famiglia più estesa, anche se patriarcale, le donne potevano avere un ruolo di cui poi vengono spodestate nella famiglia nucleare moderna. E sappiamo bene che anche in Occidente non è stata un territorio di libertà per le donne.
Nel libro accenna anche alla cesura che avvenne nel passaggio dalla società araba tribale all’islam.
Nel 600 l’islam si presentava come una religione “moderna”. Il Corano fungeva un po’ da codice: riconosceva alle donne il diritto ereditario (quello alla proprietà c’era già prima) e inseriva tutta una serie di meccanismi di protezione in caso di ripudio e di divorzio. Abolì l’infanticidio delle bambine. L’islam fu anche un movimento a cui si accompagnarono tutta una serie di trasformazioni economiche e di urbanizzazione, parliamo di dinamiche storico sociali che incisero profondamente su quello che sarà il destino delle donne. In città le donne furono più recluse nella sfera domestica: era la prova dello status elevato della famiglia. Le società preislamiche, invece, erano nomadi e avevano tratti matrilineari. Le donne stavano fuori casa ed effettivamente pare fossero più libere. La verginità, per esempio, non era così importante e le donne avevano un ruolo nella vita pubblica.
Ancora le mogli del profeta godevano di certe libertà?
Le femministe che si sono messe a studiare il Corano per fare una dialettica con gli uomini sul piano interpretativo, si riferiscono proprio alla vicenda delle donne di Maometto per rivendicare un diverso rapporto fra i generi nell’islam. Tutte le religioni, anche se in modi diversi, opprimono le donne. Ma se il cristianesimo condanna la sessualità e il desiderio femminile, per l’islam non è peccato. è così?
Nell’islam le donne hanno diritto al piacere sessuale. L’impotenza del marito, anche nella Sharjah, è fra le possibili cause di divorzio a vantaggio delle donne. Così come l’assenza prolungata del marito. Ma c’è un fatto contraddittorio che consiste nel controllo sui corpi delle donne e sulla sessualità femminile perché le società islamiche, non dimentichiamolo, sono società patriarcali. E la cultura patriarcale si impone come un macigno sulla libertà femminile. Ed è un fatto trasversale che accade anche in contesti culturali diversi. I molti delitti che si verificano in Italia, e di cui si ha più notizia in estate, vedono quasi sempre come vittime le donne, uccise da mariti e fidanzati perché hanno agito in modo disonorevole o secondo canoni o scelte diverse. Questo è il patriarcato. Un tipo di cultura che preesiste all’islam e si intreccia con esso. Una mentalità che oggi le femministe arabe vogliono separare dall’islam. Ma decostruire il patriarcato non è facile.
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