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Frontiera transgender

Pubblicato da Simona Maggiorelli su Novembre 3, 2009

di Simona Maggiorelli

Perché la transessualità è diventata un fenomeno così attraente e con un mercato così florido oggi in Italia?». Si chiede il vicedirettore de La Repubblica Massimo Giannini sulla web tv del quotidiano fondato da Scalfari. Domanda che non nasce solo dai fatti di cronaca che hanno portato alla luce relazioni pericolose fra personaggi della politica, prostituzione e droga. Ma anche dalla constatazione delle centinaia e centinaia di annunci che ogni giorno campeggiano su internet e che riguardano il mercato della prostituzione trans. Ma accanto all’attenzione che i media più democratici giustamente dedicano al tema dei diritti civili dei trans e a quella legittimazione del personaggio Vladimir Luxuria che – per dirla con Filippo Ceccarelli – «è stata inverata in quel laboratorio di consenso che sono i reality» assistiamo anche a un fenomeno culturale, che in Italia (diversamente da Paesi come la Francia o gli Stati Uniti) è ancora di nicchia e riguarda l’incontro fra le “nuove frontiere” del femminismo e la galassia transgender; un intreccio di cui si è fatto bandiera in passato il quotidiano Liberazione e oggi il quotidiano diretto da Piero Sansonetti, proponendo l’universo queer come avanguardia di un nuovo pensiero di sinistra. Un fenomeno che riguarda piccole testate, si dirà, ma che ha alle spalle la forza di iniziative che raccolgono un largo pubblico come la rassegna Gender Bender, nata per iniziativa di una delle realtà gay più forti e radicate, il Cassero di Bologna.

Un colpo di grazia sferrato da un’energica “karateka” dal piede laccato di rosa è l’immagine guida della settima edizione di questa kermesse internazionale che – recita il programma – «presenta i prodotti della cultura contemporanea, legati alle nuove rappresentazioni del corpo, delle identità di genere e di orientamento sessuale». Così, dal 3 al 7 novembre, negli spazi del Cassero, cinema danza e teatro, performance, mostre e installazioni di arti visive, ma anche una ridda di incontri e convegni per aprire una finestra su quella che il gay lesbian center emiliano definisce l’umanità prossima ventura, quella più aperta, più emancipata. «Realizzando percorsi di senso inediti tra fenomeni culturali e comunicativi apparentemente lontani e contraddittori – spiegano gli organizzatori – ci proponiamo di andare oltre le norme e gli stereotipi del maschile e del femminile, per raccontare le trasformazioni divenute parte integrante del nostro immaginario». Le immagini scelte per illustrare il programma propongono patinati scatti di incontri lesbo e omosex, messinscene en travesti e variopinte performance trans, ma anche immagini choc come quella che era stata scelta a simbolo dell’edizione 2008: una donna travestita da uomo che assomiglia sinistramente a Hitler.

Per rispondere a questa congiuntura politica che ha portato escort e trans alla ribalta, la scelta tematica dell’edizione di quest’anno riguarderà, invece, «le molteplici letture che ruotano attorno all’identità femminile contemporanea». Nel mirino di Gender Bender 2009, insomma, c’è in primis l’immagine della donna proposta dai media e che in Italia appare quanto mai «schiacciata su due dimensioni altrettanto riduttive: da una parte corpo rappresentato come una merce di seduzione e di scambio economico, dall’altra vittima senza parola». Quella che parte dal Cassero, dunque, vuole essere una dichiarazione di guerra per la definitiva rottamazione di tutte le stereotipie e delle figure ipostatizzate in cui si è cercato di rinchiudere la donna. Quanto mai auspicata e auspicabile dopo secoli e secoli di condanna del desiderio della donna, di cancellazione del corpo e di negazione dell’identità femminile contro la quale logos occidentale e Chiesa, in alleanza, sono andati con armi al napalm.

Ma il mezzo scelto per compiere questa storica rivoluzione lascia più di qualche dubbio. Almeno in chi scrive. Può il “gioioso” naufragare in identità multiple, in transito fra maschile femminile, essere davvero pensiero nuovo, progressista e rivoluzionario? Rilanciando ad altri, più esperti, il compito di andare a fondo nel descrivere lo specifico della sessualità umana, noi qui ci limitiamo a notare macroscopicamente che dietro la “cultura” del transgender torna, estremizzata, certa annosa confusione sessantottina, un pensiero contraddittorio, antiscientifico e antidentitario che ha già fatto abbastanza danno alla Sinistra, senza contare che, negli ultimi quarant’anni, è stato messo radicalmente in discussione da nuove scoperte nell’ambito della psichiatria e sul funzionamento della mente umana.

Così nell’elogio dell’indifferenziato proposto dai teorici del transgender, echi del modello Cohn-Bendit si mescolano ai discorsi sul corpo di Foucault allievo di Heidegger (per l’autore di Essere e tempo, val la pena di ricordare, non esiste un universale dell’uomo, esiste solo una frantumazione delle pratiche). Quella proposta dal transgender ci appare, al fondo, come l’ultima frontiera del pensiero debole e postmoderno. Pensatrici femministe come Judith Butler stigmatizzano qualsiasi affermazione che riguardi l’identità sessuata degli esseri umani come «residuo di essenzialismo identitario», mentre giovani filosofe in ascesa come Michela Marzano (che Nouvel Observateur include fra i cinquanta pensatori più influenti di Francia e attesissima per una lectio magistralis a Gender Bender) affida a libri come Straniero nel corpo. Le passioni e gli intrighi della ragione (Giuffré) e al monumentale Dictionnaire du corps, pubblicato nel 2006 per i tipi delle Presses Universitaires de France, le sue riflessioni,  a sostegno dellle tesi foucultiane e a latere del transgender.

Su un punto tutti gli ospiti del Cassero sembrano essere d’accordo: il rapporto di desiderio, irrazionale, dialettico, fra due identità diverse di uomo e di donna è un fardello da cui liberarsi. E torna a occhieggiare l’idea lacaniana che l’oggetto del desiderio e la sua soddisfazione non possano esistere. Mentre con Freud si celebrano le forme “inevitabilmente” polimorfe della sessualità. Dagli epigoni di Foucault, poi, un invito a fare buio sull’identità sessuata di ciascuno di noi. E la domanda torna insistente: può un pensiero di questo tipo dirsi una ricerca progressista e d’avanguardia sulla realtà più profonda dell’essere umano?

da left-avvenimenti Italia borderline del 30 ottobre 2009

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Tempo della coscienza e tempo dell’inconscio

Pubblicato da Simona Maggiorelli su Settembre 24, 2009

Intervista allo psichiatra Massimo Fagioli

di Simona Maggiorelli

massimo fagioli

massimo fagioli

Tempo di vita degli animali e degli esseri umani, una differenza profonda. Tra le due cesure forti della nascita e della morte c’è da notare la differenza fra il tempo misurabile della coscienza e il tempo dell’inconscio che fa la qualità della vita degli esseri umani. Ma occorre dare anche uno sguardo alla storia della cultura per rivedere criticamente l’idea di tempo che ha connotato il cristianesimo, la psicoanalisi, il marxismo e l’esistenzialismo. Sul tema del tempo- il primo della triade su cui si appunta la riflessione di questo numero speciale della rivista Il Grandevetro – abbiamo sentito lo psichiatra Massimo Fagioli, che con la scoperta della pulsione di annullamento e della fantasia di sparizione concettualizzata nel suo prio libro Istinto di morte e conoscenza (1971, Nuove edizioni romane, e poi edizioni l’Asino d’oro) e poi con i seminari di analisi collettiva ha rivoluzionato dal punto di vista della teoria e della prassi, il modo di pensare e di fare psichiatria, mettendo al centro della ricerca scientifica la ricerca sull’inconscio, il tema della cura e della possibilità di trasformazione psichica umana.

dottor Fagioli che differenza c’è fra il tempo di vita degli esseri umani, degli animali e dei vegetali?

Se ci limitiamo a intendere la domanda in senso positivistico si può dire che dal punto di vista del tempo di vita vi sono variabili nel senso della misurazione mediante anni. Per cui un cane vive vent’anni, un elefante novanta, una tartaruga, credo, anche trecento. Alcune piante possono vivere anche mille anni prima di seccare. Il tempo di vita viene misurato con strumenti, con un sistema artificiale che noi facciamo regolandoci su quello che sono i cicli e quindi con il calendario più o meno cristiano di Gregorio Magno. Se questa domanda, invece, nasconde qualcosa qualcosa di non esplicito, come se ci fosse un tempo diverso fra vegetali, animali e uomo, allora non è questo di cui stiamo parlando, perché in questi casi che abbamo citato il tempo viene misurato sempre nella stessa maniera. Se ci sia una diffrenza fra animali e vegetali, questo esattamente non lo so, perché fra la cellula vegetale e quella animale mettersi mettersi a pensare quali possano essere le differenze è difficile, però possiamo fare un discorso sulla biologia umana e su quella animale. Se facciamo un discorso del genere dobbiamo in effetti scoprire un altro tempo, oltre ed al di là di quello razionale, matematico che calcola, misura secondo parametri per cui un anno è fatto di dodici mesi, seguendo certi criteri di misurazione di matematica razionale. Il termine comune per indicare questo altro tipo di tempo è tempo interno. E qui ci può essere utile un discorso: che l’uomo si distingue dagli animali perché sa di dover morire è la balla più grande che possa esistere. Come realtà di tempo interno non è vero affatto. La coscienza, la ragione non ha nessuna sensazione del tempo, deve misurarlo per capire se una cosa dura un’ora o dieci ore. Il tempo interno è direttamente legato all’immagine interna. Finché l’uomo non scopre l’immagine interiore non può pensare il tempo inetrno. Quindi, se l’uomo sa di dover morire, lo sa per questioni statistiche. Siccome vede che tutt , all’incirca, dopo novant’anni muoiono dice: allora morirò anch’io. Ma non perché abbia più o meno capito una cosa di questo genere.

E volendo andare più a fondo che differenza c’è fra tempo inconscio e tempo della coscienza?

Appunto, questo di cui abbiamo detto è tempo razionale nel senso che io lo calcolo con l’orologio: il tempo che mi ci vuole per scendere le scale, andare in strada, fare un chilometro, ritornare eccetera. Mentre quest’altro tipo di tempo che è inconscio- chiamolo tempo interno o tempo inconscio- non dà la sensazione perché si lega al discorso del movimento. La ragione non ha movimento. La ragione sposta, registra con i sensi un oggetto che va da un punto all’altro ma è una registrazione, direi, quasi meccanica. più o meno fotografica. per realizzare il movimento bisogna realizzare l’immagine interna e non la figura esterna. Allora si legano movimento, tempo interno e immagine interiore. Ci vogliono tutte e tre queste cose per cui poi uscire da casa non è soltanto calcolare quanto tempo ci vuole per andare da qui a lì. E’ fare qualche cosa,è un movimento dell’organismo.

La sua teoria della nascita come supera il modo di pensare il tempo che hanno avuto alcuni filoni della cultura occidentale come la psicoanalisi, il marxismo el’esitenzialismo?

Direi che che liacchiappa ttti e tre, perché tutto sta nella grande sfida, nel grande coraggio direi, di concepire un inizio. il difetto di esistenzialismo, cristianesimo e anche marxismo è di non concepire un inizio. Se lo si concepisce allora si trova anche la fine. Tra l’inizio e la fine c’è il discorso del tempo. Il tempo che è un movimento e che non può essere sentito, realizzato e pensato finché non si ha il coraggio di realizzare un’immagine. Quindi la nascita è un inizio di realtà psichica. Sappiamo che la cultura, anche quella marxista, e in modo particolare il cristianesimo, esclude in maniera assoluta che ci sia un inizio. Tutto deve essere sempre, in eterno, sempre stato e sempre sarà. All’inizio appunto il cristianesimo concepisce uno spostamento, diciamo pure, dalle nuvolette all’organismo biologico ma non concepisce affatto una realtà psichica e quindi di immagine interiore. E quindi non concepisce un inizio del tempo.

Nella letteratura psicoanalitica e in particolare Freud si è parlato di una atemporalità dell’inconscio In che modo deve essere rivista questa concezione?

Deve essere rivista in tutto.  Perché la banalità, la stupidità di Freud è totale. Nel senso che Freud dice che la realtà psichica comincia con il pensiero verbale e dire questo significa dire che prima di un anno e mezzo due anni di vita non esiste realtà psichica. Non esiste mente, non esiste pensiero. Significa che il bambino per un anno e mezzo è peggiore di un animale. Non capisco.  Perché forse l’animale un abbozzo- non so se posso chimarlo pensiero- ma di sensazione o di elaborazione delle percezioni ce l’ha. Freud dice che il bambino non ce l’ha quindi è completamente fuori da ogni possibilità di discussione perché afferma delle cose che sono assurde anche a rapporto immediato, a buon senso comune.

Anche il marxismo in qualche modo ha parlato di una tensione verso qualcosa di nuovo, di futuro, ma ugualmente ha fallito il tema della trasformazione umana, perché?

Esatto. della storia del fallimento di Marx ne sto parlando da trent’anni. Marx tentò in ambito filosofico di occuparsi di realtà umana. E dichiara chiaramente nella famosa lettera al padre del 10 novembre 1937 che ha fallito, che non ce l’ha fatta. Che andava a finire nella logica hegeliana dello spirito assoluto e quindi abbandonò tutto per occuparsi di rapporti materiali e di realtà e comportamento materiale e con ciò si è fermato a un’idea di “male”. Ecco forse è riuscito- ma non so se realmente l’abbia fatto – a togliersi un po’ dal pensiero  religioso per cui il male è il sadismo e l’aggressivitò violenta di procurare sofferenza fisica agli altri. Non gli passa nemmeno per l’anticamera del cervello d pensare a un’altra violenza e aggressività che è la negazione e che non è mai stata pensata da Freud. invece il problema era proprio quello che per occuparsi di realtà psichica bisogna scoprire una violenza, una distruzione che andava ben oltre il discorso del sadismo fisico, della distruzione delle cose materiali, occorreva un rapporto psichico di conoscenza e di sapere.

Dalla rivista Il Grandevetro agosto-settembre 2009

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L’eros non si addice al logos occidentale

Pubblicato da Simona Maggiorelli su Settembre 17, 2009

di Simona Maggiorelli

velàzquez, Venus,1650

velàzquez, Venus,1650

Con libri come Le forme del visibile, filosofia e pittura da Cézanne a Bacon (Pendragon) il filosofo Marco Vozza si è dedicato a un interessante tentativo di elaborazione di un’estetica basata su un’idea di autonomia dell’opera d’arte rispetto al contesto in cui nasce ma anche sul riconoscere alle immagini un contenuto di pensiero che si esprime nella forma. A fare da traccia, qui, è la lezione di Focillon da cui il docente di filosofia teoretica dell’università di Torino ha mutuato la celebre espressione «il segno significa, mentre la forma si significa». Una visione del fatto artistico che parte dal presupposto che «l’arte, così come la scienza e la filosofia – scrive Vozza – sia uno strumento di conoscenza». In questa chiave, l’opera d’arte nata nel «flusso della vita» conserva un plenum che è proprio della percezione sensibile, mentre forma e contenuto, del tutto inscindibili, esprimono un’eccedenza rispetto allo spirito del tempo in cui sono state realizzate. Con questa filosofia dell’arte che qui abbiamo riassunto rozzamente il professore ha riletto l’opera dei maggiori artisti del Novecento e ha dato vita a una collana editoriale coinvolgendo altri importanti autori nel progetto. Per le edizioni Ananke sono già usciti i primi due titoli. Il primo di Didier Anzieu dedicato al pittore Francis Bacon e un secondo, Indizi sul corpo, firmato da Jean Luc Nancy: non un volume collettaneo che mette insieme testi di conferenze svolte in epoche diverse (come ne stanno uscendo molti, di Nancy, in questi mesi) ma un testo filosofico in senso stretto. Tenendo presente il lavoro del filosofo francese dedicato ai temi dell’eros a Sassuolo oggi alle 21 Marco Vozza farà la sua lectio magistralis analizzando come filosofi e psiconalisti hanno letto il desiderio. Così dopo il saggio A debita distanza (Diabasis) in cui Vozza raccontava il tormentato rapporto fra Kierkegaard, Kleist, Kafka e le rispettive fidanzate, il filosofo torinese aggiunge un nuovo capitolo alla sua disanima dei tentativi da parte dei pensatori cresciuti nel culto del logos occidentale di controllare e soffocare il desiderio, cristianamente visto come male. «Nel mio intervento – dice il professore – cercherò di spiegare come la dinamica del desiderio sia stata letta come esperienza che approda a una configurazione (filosoficamente) solipsistica e (psicologicamente) narcisistica, in ossequio alla metafisica dell’età moderna e poi contemporanea. E sosterrò con una certa risolutezza che, fin quando ci si attiene a tale logica (o grammatica) del desiderio, si manca o si fallisce l’esperienza d’amore». In altre parole? «Si tratta innanzitutto di decostruire una certa idea di desiderio che si ritrova già in un moralista come La Rochefoucault, il quale sosteneva che gli uomini non avrebbero mai pensato all’amore se non ne avessero sentito parlare da qualcun altro, che “le passioni si nutrono di cliché” e che “la maggior parte delle emozioni sono di origine convenzionale”. Ma – prosegue Vozza – questo carattere mimetico del desiderio è stato ribadito e teorizzato più recentemente anche da un filosofo e antropologo come René Girard». E in precedenza lo ritroviamo in Proust. «Per l’autore della Recherche – spiega Vozza – la realtà non ha alcun ruolo costitutivo o dirimente nel desiderio che, per lui, è fondamentalmente di natura proiettivo-fantasmatica. Pertanto l’amore esprime la perversione del soggetto. L’intera tradizione occidentale – sottolinea il professore -, senza particolari eccezioni, si avvale di uno schema in base al quale l’esperienza amorosa è pensata in termini di una logica (o di una grammatica) del desiderio a carattere proiettivo-fantasmatico piuttosto che in termini di relazione tra un uomo e una donna. Quale soggetto è attivo all’interno di questo scenario? Un individuo, anzi due individui che si rispecchiano fedelmente nel perseguire simulacri del Nulla, confrontandosi tra loro come nello stato di natura descritto da Hobbes; un individuo ignaro del carattere comunitario del suo essere-al-mondo, del con-essere. Questo individuo, estraneo al contagio della relazione, così “immunizzato”, non può che muoversi inquieto nell’esistenza perché – conclude Vozza – osserva un’originaria e angosciosa inimicizia e una irriducibile propensione al potere…in una costante disposizione distruttiva che si avvale della capacità di uccidere: “gli uomini per naturale passione sono reciprocamente offensivi”, scrive l’autore del Leviatano». E in questa visione così desolata dell’uomo si potrebbero variamente collocare in molti, da Platone a Freud.

dal quotidiano Terra, 18  settembre 2009

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Psiche, la ragazza berbera

Pubblicato da Simona Maggiorelli su Luglio 1, 2009

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Amore epsiche stanti di canova

Una mostra e un libro dedicati al mito di Amore e Psiche. Con un’affascinante chiave di lettura del racconto di Apuleio che ha profondamente ispirato migliaia di artisti nei secoli.  In primis Canova di Simona Maggiorelli


«Ho letto per la prima volta la favola di Amore e Psiche in piena adolescenza. Uno di quei racconti che si leggono d’un fiato e che toccano nel profondo» annota a incipit del suo Amore e Psiche storyboard di un mito (Electa) Miram Mirolla. Un incontro e una fascinazione che poi si sarebbero ripresentate più volte nel suo lavoro di curatrice e di studio: «Durante gli studi di storia dell’arte – scrive – il tema di Amore e Psiche continuava a riemergere autonomamente, come l’acqua del fiume in un letto prosciugato». Un primo incontro, quasi inevitabile, è con la loggia di Amore e Psiche affrescata da Raffaello. Con la voglia di scoprire, fra biografia e arte, se dietro le bellezze femminili dipinte nel 1518 a Villa Farnese si celi il volto della donna che, come suggerisce il Vasari, occupava tutti i pensieri di Raffaello o piuttosto un’immagine interiore, un ideale dell’artista, come ci piace leggere nelle righe che lui stesso scriveva al Castiglione («Io mi servo di una certa idea che mi viene dalla mente»), anche se forse si trattava solo di una professione di “fede” neoplatonica.

Ma assai più potente è l’incontro con Canova: l’artista che forse più di ogni altro ha saputo rappresentare e reinterpretare il mito di Amore e Psiche in una iconografia originale . Come si evince ora anche dalla mostra che dal 25 gennaio 2009 gli dedicano i musei di San Domenico a Forlì e dove, fra molti capolavori,è ospitata la scultura conoviana Amore e Psiche stanti della foto e proveniente dal Museo russo di San pietroburgo.

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Yves Klein, Venere blu, 1957

Ma l’autrice di questo libro, che unisce le parole del racconto di Apuleio alle immagini che gli artisti gli hanno dedicato nei secoli, ha il coraggio di avventurarsi anche oltre, lungo i sentieri più freddi del contemporaneo, arrivando fino al pranzo vegetariano delle top model sorelle invidiose di Vanessa Beecroft, al letto sfatto di Amore e Psiche di Tracey Emin e scovando fra i lavori di Kounellis una fiamma della lanterna di Psiche che arde solitaria perché la sua luce razionale ha messo in fuga il “sentire”, uccidendo il rapporto più profondo con l’altro, con il diverso da sé. Modi di rappresentazione e stile diversissimi fra loro ma che straordinariamente trovano una radice comune nella materia pagana di Amore e Psiche. «Sembra che alcuni episodi della favola raccontata da Apuleio siano oggetto di un’attrazione fatale per gli artisti», spiega Mirolla. Come frammenti di un affascinante discorso amoroso che continua a emergere al di là delle delle mode e dei repertori iconografici: nel magnetico busto intinto di blu oltremare della Venere di Yves Klein ( in foto), nelle ceramiche di  Lucio Fontana ma, dice la studiosa, a suo modo anche dietro la “Nuvola” dell’archietetto Massimiliano Fuksas.

E se il grande traghettatore di questo mito precristiano verso l’Occidente fu quell’«attento e colto avvocato nordafricano di nome Apuleio che dopo averla trascritta in latino la imbarcò sulle navi dei romani», le radici del mito sono da ricercare con ogni probabilità nella tradizione orale di uno dei più antichi popoli preislamici: i berberi. Lo hanno sostenuto scrittori come Mouloud Mammeri, ma – ricorda Mirolla – anche studiose come Eva Cantarella e Carol Gilligan. Ma è grazie alla sensibilità di artisti e letterati (fra i primi Boccaccio) se questo mito, che parla della «potenzialità eversiva» del desiderio fra uomo e donna è sopravvissuto alle bugie di mitografi cristiani come  che nel IV e V secolo imposero l’interpretazione di Psiche come allegoria dell’anima. Molti secoli più tardi Freud avrebbe dato man forte ai padri della Chiesa parlando di controllo razionale sull’inconscio (per lui sempre malato) e di una pretesa universalità del complesso di Edipo. Lo scopo, alla fine, era sempre lo stesso: imporre un controllo sul desiderio, annullare l’immagine e l’identità della donna. Left 3/09

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Raffaello liberato dai pregiudizi

Pubblicato da Simona Maggiorelli su Marzo 25, 2009

Passione per le donne e per la creazione di immagini. Successi e nessun tormento spirituale. Una mostra ad Urbino invita a rileggere la storia del divin pittore

di Simona Maggiorelli

Raffaello, ritratto di donna, la muta

Raffaello, ritratto di donna, la muta

<!– @page { margin: 2cm } P { margin-bottom: 0.21cm } –>Raffaello pittore senza mistero: così chiaro, sereno, perfetto, al punto da rasentare quasi il distacco e apparire inafferrabile. Certo, le sue figure non hanno la plastica tormentata fisicità di quelle di Michelangelo, né quell’alone di mistero delle creature leonardesche. Ma la sua passione per la conoscenza, per l’invenzione di nuove immagini, la laicità e la fiducia nell’umano che connotano la sua pittura sono state troppo sbrigativamente liquidate dalla critica d’arte del ‘900, come già notava André Chastel. Quasi che il divino pittore fosse rimasto prigioniero del suo stesso mito di facilità e versatilità nel dipingere.  Senza contare poi che la vicenda artistica di Raffaello, fatta di passione per le donne e per la pittura, di successi e nessun tormento spirituale, non poteva che risultare insulsa allo sguardo alterato di certa critica esistenzialista convinta che genio sia sinonimo di pazzia.

Tanto che si sono dovuti aspettare gli illuminanti studi di Rudolf e Margot Wittkover negli anni Sessanta perché l’opera di Raffaello cominciasse a essere riletta nel suo giusto contesto storico e perché si riprendesse a studiare periodi ancora poco approfonditi come quello della sua formazione: una lacuna che, dopo la mostra londinese del 2004 e quella romana di due anni fa, ora la rassegna Raffaello e Urbino si sforza di colmare, raccogliendo in Palazzo Ducale una quarantina di  sue opere giovanili (pitture e disegni) accanto a opere che raccontano il contesto urbinate degli ultimi decenni del Quattrocento.

Di fatto, fin da bambino nella bottega del padre, Giovanni Santi (pittore ma anche poeta) Raffaello ebbe la possibilità di farsi una formazione ampia e di prendere rapporto con la raffinata cultura umanistica che si respirava alla corte di Guidobaldo da Montefeltro animata da intellettuali come Marsilio Ficino, fondatore del Neoplatonismo. Così che a diciassette anni il giovane artista poteva già firmarsi “magister”, come ricostruisce Lorenza Mochi Onori nel catalogo Electa che accompagna la mostra. Rimasto orfano a undici anni  Raffaello aveva dovuto far di necessità virtù, mettendosi al lavoro in bottega, ma quel che più colpisce delle sue prime opere,a cominciare dallo stendardo per la Santissima Trinità di Città di Castello dipinto nel 1500, è la grande maturità espressiva di questi lavori.

Da subito quello di Raffaello fu uno stile alto e personale, fatto di accattivante chiarezza, ma anche percorso da una certa inquietudine fiamminga mutuata da maestri come Giusto Di Gand e Pedro Berruguete che avevano lavorato a Urbino. Dalla tradizione tosco emiliana Raffaello aveva preso la cura nel disegno e la usava per tratteggiare immagini delicate, intimamente sensibili.  Al centro dei quadri di Raffaello, anche se di soggetto sacro, c’è sempre la grandezza e la dignità dell’umano. Accanto all’eleganza formale, ciò che più conta per lui è il pensiero che c’è dietro l’immagine. E quando poi per affrescare La loggia di psiche avrà a disposizione molti collaboratori, Raffaello riserverà a se stesso la creazione dell’immagine e la regia, lasciando però che l’opera finale fiorisse nell’ operare artistico collettivo.  Purtroppo“quel sogno di libertà” del Rinascimento interpretato da Raffaello come ricerca di una bellezza che non fosse solo involucro di lì a poco sarebbe tramontato. Come ci ricorda Antonio Forcellino nel suo Raffaello. Una vita felice (Laterza).

Il sacco di Roma del 1527 e l’incalzare della Riforma protestante avrebbero cambiato radicalmente il quadro, già sette anni dopo la morte di Raffaello. «Ma ancora oggi – annota lo scrittore e restauratore Antonio Forcellino – un approccio laico alla storia del Rinascimento può permettere di guardare con occhi nuovi all’opera di Raffaello riservando non poche sorprese. Nell’ultimo secolo intorno all’arte si è costruita la leggenda del tormento e della disperazione da cui la creazione artistica riscatterebbe, con la sua forza di sublimazione. Letto senza pregiudizi Raffaello smonta impietosamente l’ultima traccia di questo mito romantico».

».

da Left Avvenimenti del 3 aprile 2009

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La caduta dei giganti

Pubblicato da Simona Maggiorelli su Marzo 22, 2009

Dall’antica Grecia ai regimi totalitari del Novecento. Le metamorfosi di queste possenti figure del mito nell’analisi di un grande critico d’arte come Jean Clair

di Simona Maggiorelli

Max Ernst, L'angelo del focolare, 1937

Max Ernst, L'angelo del focolare, 1937

Il suo ultimo libro, La crisi dei musei (Skira), è diventato un caso internazionale, denunciando gli effetti della globalizzazione sulla cultura e, in particolare, sul mondo dell’arte, con la costruzione di spazi espositivi decontestualizzati dal territorio e con la riduzione di musei come il Louvre a un mero marchio da esportare. Ma se sul versante del pamphlet lo storico dell’arte ed ex direttore del museo Picasso di Parigi Jean Clair sfoggia una penna brillante e incisiva, non meno interessanti, anche se più complessi, sono i risultati di alcune sue ricerche più colte. Ospite del direttore Salvatore Settis, alla Normale di Pisa, Clair ha offerto un’anticipazione del suo nuovo lavoro: con il titolo “Da Satana a Stalin, la figura del gigante dall’illuminismo ai nostri giorni” una ricca disamina dell’iconografia e dell’iconologia del gigante nell’arte occidentale lungo i secoli. Di fatto dall’antica Grecia fino agli anni Trenta e Quaranta del ’900 quando l’immagine del gigante trova una massiccia riproposizione, in varianti sempre più inquietanti, per rappresentare la potenza cieca e distruttiva dei regimi totalitari. Il quadro Hitler agli inferi (1944) che Georg Grosz dipinse poco prima di essere ostracizzato come artista degenerato ne è un chiaro esempio. Ma prima di arrivare a questi drammatici esiti novecenteschi, Jean Clair ci invita a ripercorre la storia, di fatto, millenaria di rappresentazione del gigante come figura dell’irrazionale. A cominciare da quella lotta di Zeus con i giganti dove queste possenti creature sembrano assumere un significato ambivalente, da un lato di forza creativa, dall’altro di potenza distruttiva. «I giganti – ricorda Clair – sono nati dalla terra, è questo che indica l’etimologia del loro nome greco, Gegeneis, generati da Gea, Gaia. Sono entità primordiali, potenti, che delle loro origini conservano talvolta dei tratti animaleschi primitivi, un solo occhio, braccia multiple, arti inferiori a forma di serpente. Tra di loro ci sono i Titani, i Ciclopi e i Cento Braccia. Ciò che li riunisce è un comune odio verso gli dei, che affrontano in Gigantomachie. Zeus  imprigionerà i Titani nel Tartaro, nel profondo degli Inferi. Mentre gli dei dell’Olimpo, simili all’uomo – spiega Clair – incarnano più spesso la misura e la ragione, i Giganti incarnano la dismisura e la violenza, e sono una rappresentazione del deinos e della hybris. Sono figure originarie, terribili, della potenza primigenia, sempre pronta a risorgere». Nel segno di quella razionalità scissa che sarà tipica della riflessione filosofica di Socrate, Platone e Aristotele, il dio Zeus appare come il padre razionale che domina un irrazionale la cui forza viene rappresentata come enorme altezza, ma al tempo stesso stigmatizzata come animale.

Jean Clair

Jean Clair

Sarà poi con il Rinascimento che la figura del gigante verrà a coincidere tout court con quella del folle. Durante il XV secolo, per esempio, la figura del folle dei popolari tarocchi è un gigante con il cappello a punta e le orecchie d’asino. Una figura poi resa celebre da La nave dei folli di Sebastian Brant, ci ricorda lo studioso francese. Così mentre il Rinascimento sceglie la strada di una razionalità assoluta, la figura del gigante in pittura perde ogni aspetto di benevolenza per diventare «potenza di un demone cannibale». Una figura malvagia e diabolica, che attraverso l’immagine ancora ambivalente dell’orco delle favole di Perrault (riedizione dell’Urvater, il capo dell’orda, secondo Clair) arriva fino all’Ottocento, per giungere poi al moderno Batman e al joker hollywoodiano.

Il Saturno di Goya

Il Saturno di Goya

Goya ha rappresentato  in modo magistrale questa figura di Urvater che ingrassa i figli per poi meglio divorarli. Basta pensare al suo potente Colosso  o al Saturno antropofago dipinto nel 1821. «Orco e mostro, solitario e accidioso, come lo era il suo prototipo medievale, Satana, questa figura – spiega Clair – conoscerà nel XX secolo una sorprendente fortuna. Carica di ambiguità essa pretende di incarnare, come i giganti swiftiani dell’illuminismo, potenza e ragione, ma in realtà incarna la follia omicida; pretende di segnare il superamento dell’uomo da parte dell’uomo ma ne annuncia l’annientamento. E i più piccoli tra gli uomini – sottolinea lo studioso francese – ovvero dittatori, leader, duce, führer prenderanno volentieri l’apparenza di giganti». Sfila così una inquietante galleria di mostri, fantasticherie di umanoidi e di creature primitive che si ergono sul deserto, come nell’Angelo del focolare che Marx Ernst dipinse nel 1937, tre anni dopo l’ascesa al potere di Hitler. Mentre nei ritratti di pittori come Grosz, Kubin, Klinger, Schlichter, Sironi si riconoscono i volti di Mussolini, Hitler e Stalin.

Hobbes, Il Leviatano (1651)

Hobbes, Leviathan (1651)

Nelle opere pittoriche e nei primi fotomontaggi novecenteschi colpisce il ritorno quasi ossessivo di una medesima rappresentazione: la figura gigantesca del leader, come in un celebre frontespizio del Leviatano (1651) di Hobbes, è composta dai tanti piccoli uomini della massa. «Secondo il filosofo – chiosa Clair – nello stato di natura gli uomini sono naturalmente aggressivi e questo giustifica la necessità dello Stato assoluto. Il bellum omnium contra omnes descritto da Hobbes – aggiunge -  non è molto lontano dalla “orda primitiva” che descriverà Freud in Totem e tabù». Lo stato totalitario del Leviatano, in cui tutti debbono obbedire per non finire sbranati è una figura del libro di Giobbe. E questa stessa antropologia religiosa improntata al controllo e alla sottomissione, mutatis mutandis, la si ritrova in Freud, ma anche nel nazismo. Hitler, come l’autore de La psicologia delle masse e L’analisi dell’io (1921), era un attento lettore di Le Bon, il quale considerava la folla come un elemento irrazionale e violento dominato dalle leggi dell’imitazione. Una concezione che trova addentellati nella scuola positivistica italiana che faceva capo a Lombroso. (Gli studi sulla folla prodotti dai suoi “allievi” Ferri e Paoli offrirono materia diretta alla propaganda di Mussolini).

Bosch La nave dei folli 1490

Bosch La nave dei folli 1490

«Una caratteristica del totalitarismo moderno è proprio la diluizione dell’individuo nella massa organica dello Stato -  nota Jean Clair -. Come un mostro marino sorto dalle profondità del mare il Leviatano rappresenta un organismo primitivo, simile a un polipo e a forme di vita fatte di aggregati indifferenziati». Questa immagine sarà regolarmente ripresa nell’immaginario dei regimi totalitari. Le rappresentazioni pittoriche della Volksgemeinschaft nazionalsocialista mostrano l’unità del corpo dei Genossen tedeschi,  in gigantografia. Mentre i manifesti propagandistici per il referendum popolare del ’34, che secondo Mussolini doveva sancire un nuovo rapporto tra il capo e il corpo del popolo, ci ricorda Clair, «mostrano un duce gigante il cui corpo è fatto dalla moltiplicazione delle teste dei suoi sudditi». Da parte sua, Freud paragonò la massa a una lacrima di batavia, un cristallo a forma di goccia che se colpito nella parte più stretta va in miriadi di frantumi. Come a dire che se la massa perde il leader, si disgrega. Secondo il padre della psicoanalisi, insomma,  la massa non avrebbe intelligenza propria e possibilità di un pensiero rivolto al nuovo. Un’immagine e un pensiero che, alla luce della ricerca di Clair, rivelano aspetti ancor più inquietanti.

da left-avvenimenti del 21 marzo 2009

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Arte e psichiatria, un incontro mancato

Pubblicato da Simona Maggiorelli su Gennaio 31, 2009

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Ernst Ludwig Krichner, "Kopferna"

Opere di Munch e di maestri del ‘900. Ma anche strumenti di contenzione. E dolorose testimonianze di ex internati in mostra a Siena dal 31 gennaio. In Santa Maria della Scala una esposizione nutrita assunti antiscientifici. Prima dell’800 non c’è autore che considerasse la malattia mentale come genio di Simona Maggiorelli

Chi l’avrebbe mai detto, Vittorio Sgarbi dopo molti incarichi nei ranghi dei berluscones si lancia sul versante opposto in habitus da improbabile sessantottino. Con il viatico di citazioni da Foucault il sindaco di Salemi si imbarca sulla nave dei folli che fu di Basaglia. E a Siena firma una esposizione con 300 opere e una ridda di prestiti internazionali; una mega mostra guazzabuglio basata sui più consunti luoghi comuni e antiscientifici a proposito di arte, genio e pazzia. Così accanto a opere come Hôpital Saint-Paul à Saint-Rémy,di Van Gogh e ad alcune interessanti tele di Munch provenienti da Oslo, ecco strumentazioni di contenzione manicomiale, incisioni e stampe del XIX secolo sugli internati de la Salpêtrière, edizioni originali dei libri di Esquirol dal Musée d’Historie de la Médecine di Parigi, insieme a una sterminata messe di Art brut che, nel segno di Dubuffet, è fatta di ripetitive testimonianze di malattia mentale recuperate dagli archivi di ex manicomi italiani e stranieri e presentate qui come opere d’arte.

Il ritornello è quello superficiale e consunto che i malati di mente sarebbero solo dei diversi, che la società si toglie dalla vista rinchiudendoli e criminalizzandoli. Senza prendere in considerazione il dolore psichico della malattia mentale e il diritto di chi sta male a ricevere una cura valida. Ma la mostra non si è data il compito di affrontare nello specifico questioni psichiatriche, obietta Sgarbi, rivendicando una propria “originale ricerca su arte e follia”. Ma intanto nell’esposizione che si è aperta il 31 gennaio in Santa Maria della Scala a Siena (catalogo Mazzotta) rispolvera assunti ottocenteschi da Genio e follia di Lombroso e organizza un omaggio allo psichiatra Hans Prinzhorn con pezzi della collezione di Heidelberg: “la più storica raccolta di arte dei folli”, scrive Sgarbi che usa i termini follia e pazzia come fossero sinonimi. Mentre Prinzhorn è acriticamente presentato come lo psichiatra che scoprì le radici di “un’arte autentica nelle opere di maestri schizofrenici, facendone nuovo paradigma estetico”. In barba ai danni che questo tipo di pensiero ha prodotto. Come hanno dimostrato in più saggi gli psichiatri Paola Bisconti, Francesco Fargnoli e Annelore Homberg (ne Il Sogno della Farfalla 2/007).

E come, sul piano della storia della arte, Rudolf e Margot Wittkower avevano scritto nel 1963 nel libro Nati sotto Saturno (Einaudi) precisando che la “follia”, intesa in primis come malinconia, era il segno distintivo degli artisti che nel Rinascimento finalmente conquistavano una nuova immagine e un più alto status sociale. “Prima dell’Ottocento – si legge in Nati sotto Saturno – non c’è scrittore che considerasse l’insanità mentale come una concomitanza del genio”. Ma in questo straordinario libro che ancora oggi è considerato un classico si dice anche che non fu la pazzia- questa sì con ogni probabilità vera e propria – a innalzare artisti come van der Gros nella sfera della tensione drammatica e del genio. Né il posato classicismo di un Annibale Carracci, viceversa, lasciava intuire a tutta prima la sua malattia. Ma ai due Wittkower, Sgarbi sembra prestare una distratta attenzione anche se, en passant, li omaggia esponendo le bizzarre sculture settecentesche di Messerschmidt, un caso da loro molto studiato. Piuttosto come curatore della mostra senese, con la complicità di Giorgio Bedoni e Giulio Macchi, Sgarbi fa suo il pensiero del filosofo esistenzialista Karl Jaspers che in Psicologia delle visioni del mondo nel 1919 arrivò a dire che la pazzia non sarebbe malattia ma una forza di esistenza particolare.

van-gogh-saint-remyUn pensiero che nel 1921 portò lo psichiatra svizzero Morgenthaler a dire che le allucinazioni di uno schizofrenico e pedofilo come Wölfli (di cui a Siena sono esposte alcune opere) potevano essere lette come capolavori universali. Esattamente un anno dopo Jaspers in un saggio su Van Gogh contenuto nel famoso libro Genio e follia (Raffaello Cortina) – a cui Sgarbi dedicata il più importante capitolo della mostra con opere di van Gogh, Strindberg, Munch e Kirchner – scrisse che nel caso del genio olandese “la produttività della malattia mentale” liberò forze che prima erano inibite determinando un plus di creatività e di capacità espressiva. Un pensiero del tutto errato che la psichiatria moderna ha demolito, ma che ha inspiegabilmente esercitato una forte attrattiva sul mondo dell’arte ed è in qualche modo entrato nella mentalità comune. Proprio “ obbedendo a questo meccanismo mentale cui parecchi erano inclini a credere” il critico Pierre Loeb nel ‘47 chiese a Antonin Artaud di scrivere il saggio Van Gogh, Il suicidato della società (Adelphi), pensando che nessuno meglio di un ex internato come Artaud “fosse capace di parlare di un poeta o di un pittore ritenuto anch’egli alienato”.

Un libro che poi è stato preso a modello dai Surrealisti e che ancora una ventina di anni fa era considerato un “cult” fra i giovani artisti e gli studenti di storia dell’arte. E la “lucida follia” (come la definisce Sgarbi stesso) dei Surrealisti con le sue immagini che si propongono come sterili e astratta fantasmagorie nel tentativo razionale di trascrivere le immagini oniriche, in questa mostra senese trovano immancabilmente molto spazio. Nella sezione “inconscio e realtà” s’incontrano quadri di Max Enst, André Masson, Victor Brauner,per arrivare poi all’action painting di Hermann Nitsch dove la meccanica del gesto, il fare materiale, non lascia sottintendere nessuna immagine più profonda. Il gusto per l’immagine bizzarra come la macchina per cucire e un ombrello su un tavolo anatomico di cui scriveva Lautréamont è eletta al più alto rango dell’arte.

L’obiettivo di Breton e compagni è produrre spaesamento, un corto circuito del senso. Già nel 1924 André Breton, che aveva assunto voracemente il verbo di Freud virandone l’intrinseco pessimismo in una sorta di fatua euforia, nel suo Manifesto per il Surrealismo lancia la costruzione di una surrealtà costruita nel “sogno” dalla follia. Andando alla ricerca del gesto inusitato, di un movimento inconsulto, come “sparare a caso nella folla”. Mentre pittori come Ernst e Magritte usano l’idea dell’automatismo psichico derivata da Freud per fondare un’arte basata su un tipo di immagine raffreddata. Quel padre della psicoanalisi,che sosteneva che l’arte fosse solo un modo di sublimare e di scaricare le fantasie perverse e che autorevoli critici come Meyer Shapiro hanno del tutto sconfessato dimostrando che i suoi scritti erano basati su errori e frutto di autoanalisi, a Siena viene riproposto come protagonista di un ciclo di conferenze dedicate ai suoi studi sulle arti figurative e al contempo viene richiamato ne “La lente di Freud. Una galleria dell’incoscio”una serie di incisioni , xilografie e acquerelli della Fondazione Mazzotta. Intanto, in finale di “Arte, genio follia”-in una sorta di horror vacui – Sgarbi aggiunge ancora una riflessione sulla “ follia collettiva della guerra” letta attraverso le opere di Otto Dix, George Grosz e – chissà per quale strano nesso – anche di Guttuso e Mafai.
Left-Avvenimenti 4/09
Arte, genio, follia, il giorno e la notte dell’artista. Dal 31 gennaio al 25 maggio nel complesso di Santa Maria della Scala a Siena. Catalogo Mazzotta. www.artegeniofollia.it

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Un anno da prendere con filosofia

Pubblicato da Simona Maggiorelli su Dicembre 29, 2008

Libri inchiesta e pamphlet vanno forte in libreria. Ecco le proposte del 2009 di Simona Maggiorelli


In attesa di nuovi Saviano capaci di sedurre i pigri lettori italiani appassionandoli a libri denuncia, le casa editrici italiane più attente e impegnate per i primi mesi dell’anno nuovo continuano a battere il campo di ottimi libri inchiesta. Chiarelettere, in particolare, prosegue nel suo puntuale lavoro di pubblicazione di ficcanti pagine di storia recente e dei nostri giorni con libri come quello di Grimaldi e Scalettari (atteso per febbraio) che ricostruisce gli eventi del 1994, «l’anno che ha cambiato l’Italia. Tra piani eversivi e mafia politica». Su analoga traccia politica si muove la collana di saggistica di Newton Compton che a febbraio manda in libreria il saggio Destra estrema e criminale di Caprara e Semprini. Ma tra i saggi che indagano fenomeni di pazzia criminale c’è anche un importante titolo di Raffaello Cortina: Atti impuri. La piaga dell’abuso sessuale nella chiesa cattolica a cui fa eco, per Malatempora, Lasciate che i pargoli vengano a me, storie di preti pedofili di Paolo Pedote. Fra scienza e riflessione filosofica, invece, il saggio di Orlando Franceschelli L’anima e Darwin. L’evoluzione della natura umana e i suoi nemici (Donzelli) che si inserisce nel recente dibattito sull’evoluzionismo, così come il libro a due voci di Boncinelli e Giorello La scimmia intelligente, dio, natura e libertà (Rizzoli). Per i tipi di Laterza si lanciano in appassionati pamphlet Stefano Rodotà con Perché laico e Vladimiro Polchi con Da aborto a Zapatero, un vocabolario laico. Ma ciò che più colpisce spulciando i cataloghi dei libri in uscita nei prossimi mesi è la quantità di testi di filosofia che si segnalano all’attenzione dei lettori: si va dai saggi che rileggono il pensiero di filosofi innovatori come Giordano Bruno a cui Edoardo Ripari dedica il suo Pensare un orizzonte post cristiano (Liguori) all’ostinato recupero di Spinoza che Quodlibet persegue con la pubblicazione de L’abisso dell’unica sostanza. Fioccano, anche nel 2009, i titoli sul pensiero di Heidegger (Martin Heidegger 30 anni dopo, Il Nuovo Melangolo, e Heidegger di Fabris per Carocci) e sulla controversa relazione con la sua allieva Hannah Arendt (Grunenberg per Longanesi). Il Saggiatore torna a pubblicare un’opera fondamentale di Merleau Ponty, Senso e non senso ma soprattutto i filosofi italiani si presentano all’appuntamento con il 2009 con una ridda di nuovi titoli. Severino addirittura con tre, a cominciare da Il destino della verità (Rizzoli). Antonio Gnoli e Franco Volpi, invece, per Alboversorio discettano sul tema “onora il padre e la madre” con tanto di dvd. hannaarendtsudomenica16ye8E se Fazi continua con la pubblicazione di nuovi capitoli della monumentale controstoria della filosofia di Onfray, Remo Bodei per Feltrinelli si occupa di Destini personali nell’età della colonizzazione delle coscienze, Maurizio Ferraris esce con il saggio Ridere e piangere davvero. In tempi di conclamata crisi della psicoanalisi, insomma, la filosofia sembra volersi candidare definitivamente a prenderne il posto. Le case editrici italiane sembrano prenderne atto e anche Bollati Boringhieri rinuncia a pubblicare Freud optando per la riedizione dell’opera di Elvio Facchinelli. Einaudi, dal canto suo, se la “sbriga” con la summa Psiche: 700 pagine di dizionario storico di psicologia, psichiatria, psicoanalisi e neuroscienze. Per fortuna resiste l’intramontabile grande letteratura, e ci si può rifugiare in libri come David Golder il romanzo con cui si rivelò il talento di Irene Némirovsky e, sempre per Adelphi, optando per tre perle di saggistica: la riedizione di Friedrich Hölderlin, vita, poesia e follia di Waiblinger ma anche i Saggi di letteratura francese di Sergio Solmi e il libro Un anno degno di essere vissuto di un grande italianista come Dante Isella, scomparso nel 2007. Per il giorno della memoria, poi, Garzanti sceglie la voce di Edith Bruck con Quanta stella c’è nel cielo, mentre noi, per il nuovo anno, con il Narratore audiolibri, consigliamo i versi di Pablo Neruda. Left 52-53/08

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I fantasmi di Lacan e Foucault

Pubblicato da Simona Maggiorelli su Dicembre 19, 2008

La riflessione di Attali sulla sessualità e il libro di Lancelin e Lemonnier sui filosofi e l’amore ci invitano a riflettere intorno al pensiero debole e all’eredità scarsamente progressista del ’68 di Simona Maggiorelli

L’uscita dell’edizione italiana di Amori (Fazi) di Jacques Attali ci offre lo spunto per riprendere il filo del discorso che su left avevamo avviato in occasione della giornata contro la violenza sulle donne. Sul numero 47 del nostro settimanale provammo ad articolarlo in un confronto a più voci con una psichiatra, una studentessa dell’Onda, una medievista e una filosofa. Un libro per molti aspetti intrigante quello di Attali ma in cui traspare in filigrana una riflessione sul “desiderio”, tipica di una certa cultura francese che ha visto protagonisti personaggi come Foucault e Lacan. Alla fine del suo excursus storico Attali preconizza che la liberazione della sessua-lità dai ceppi della repressione porterà in futuro a una «nuova tipologia di relazioni simultanee». Ciascuno potrà avere più partner sessuali indifferentemente omosessuali o eterosessuali nell’ambito di quello che Attali definisce come poliamore, polifamiglia o polifedeltà. Dietro, fa capolino l’idea lacaniana che l’oggetto del desiderio e la sua soddisfazione non possano esistere. E questo in linea con Freud che ha sempre sostenuto la perenne mutevolezza delle forme “inevitabilmente” polimorfe della sessualità. Ma dal libro di Attali emerge anche un legame con un certo Nietzsche il quale – come ricostruisce l’interessante I filosofi e l’amore di Aude Lancelin e Marie Lemonnier appena uscito per Raffaello Cortina – denunciava con nettezza il cristianesimo in quanto tentativo di cristallizzare e soffocare la sessualità nella istituzione monogamica. Un Nietzsche, però, nel libro di Attali, in certo modo adulterato, perché riletto (certo non nella chiave filonazista della sorella Elisabeth che manipolò l’opera dell’autore de La gaia scienza) ma in quella subdolamente perniciosa di Foucault che denunciava la violenza del cristianesimo in nome di una libertà sessuale, che di sessuale non aveva nulla, dacché teorizzava un pensiero criminale come la pedofilia. Come si può leggere in un libro di qualche anno fa di Michel Foucault, Follia e psichiatria (Raffaello Cortina).

A livello più palese c’è poi nell’opera di Attali un esplicito riferimento all’antropologia strutturale francese di Claude Lévi-Strauss che ha scritto dell’esistenza di oltre duemila “culture”, ciascuna con un proprio sistema di valori. Secondo Lévi-Strauss, che ha appena compiuto cento anni, le relazioni sessuali e della parentela troverebbero una diversa «invenzione» e regolamentazione secondo dei modelli strutturali non equiparabili. Dal suo punto di vista la poliandria non si può dire sia migliore della poliginia e della monogamia, l’eterosessualità della omosessualità. Raccogliendo questo pensiero e in accordo con il pensiero debole francese degli anni Ottanta e Novanta Attali si situa dalla parte di un relativismo che azzera le differenze. L’indagine sul rapporto fra uomo e donna di Attali, attraverso la raccolta di materiali storici, esemplifica proprio questo tipo di pensiero. Da una parte si avrebbe quindi il polimorfismo della sessualità come derivato del relativismo e della molteplicità delle culture umane, dall’altro il tentativo storicamente legato al cristianesimo di imporre un’idea universale di uomo e un’etica “sessuale” generalizzabile cui dovrebbero sottomettersi tutti gli esseri umani. Ma la morale monogamica e sacramentale della sessualità, di fatto, coincide con il suo annullamento dato che – a partire da Paolo di Tarso e sant’Agostino – l’astinenza diventa valore supremo per evitare il disordine che la donna e il desiderio che suscita potrebbero introdurre nella vita spirituale del cristiano.

Una “faccenda” ancora una volta ben esemplificata il libro I filosofi e l’amore nel capitolo dedicato a Kierkegaard: «L’incontro con Regina fu per lui l’occasione per mettere in discussione il suo doloroso rapporto con dio e con il cri- stianesimo che gli era stato inculcato fin dalla più tenera giovinezza». Ma all’emergere del desiderio il filosofo rispose con un freddo annullamento. E la ragazza tentò il suicidio. Tornando al libro di Attali ciò che colpisce è il suo carattere quasi ossimorico. Per il consigliere di Sarkozy l’unica evoluzione umana possibile sarebbe l’accettazione dell’aspetto già originariamente ibrido e polimorfo della sessualità. Che nell’Homo sapiens sapiens si sarebbe espressa fin dall’inizio in una molteplicità e variabiltà di forme che nell’epoca attuale, andrebbe solo accettata, sposando in toto il pessimismo postmoderno di certa cultura francese contemporanea. Ma Amori tuttavia lascia aperti una serie di interrogativi. Interrogativi non di poco conto, del genere: esiste un fondamento naturale e universale della sessualità umana? E questo al di là della apparente diversità dei comportamenti nella storia? Rispondere a domande simili, per chi scrive, è molto difficile senza far riferimento a un ricerca sulla realtà umana che non si limiti a una descrizione di comportamenti ma che si addentri nel cuore più profondo del rapporto con il diverso da sé. Di certo quella speranza transitata nel ‘60, attraverso Reich, di una “ rivoluzione sessuale” finì nella regressione, nel delirio dell’abolizione dei generi sessuali, nell’apparente eversività del pensiero transgender. Che – forse varrebbe la pena di dirlo ad Attali – è cosa ben diversa da un rapporto di desiderio fra uomo e donna. Rapporto dialettico, irrazionale e potenzialmente creativo, al di là di fare dei figli. Per questo massimamente eversivo agli occhi di ogni raziona-lista, religioso o post sessantottino che sia.
Left 51/08

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La donna e il serpente

Pubblicato da Simona Maggiorelli su Novembre 21, 2008

Durante il ’68 la rivolta dei giovani fu inquinata da “maestri” come Foucault che proponeva Freud e Heidegger come se fossero dei progressisti. Il femminismo è caduto in questa trappola di Simona Maggiorelli


Nella cultura di fine 800, quando le donne finalmente cominciarono a emergere sul palcoscenico della storia, la sessualità caotica e indifferenziata del mondo greco-romano, condannata dal cattolicesimo (in nome di un ideale di astinenza che annullava il corpo e gli affetti), ritornava negli scritti freudiani e nella sua idea di inconscio che aveva in sé un fondo limaccioso di crimine e di tragedia. La pederastia di Laio e il suo impulso figlicida avevano consegnato Edipo a un destino di colpa per l’amore esclusivo della madre. Freud si identificò con Edipo. Ma soprattutto con Laio quando disse che i bambini vengono al mondo morti, cioè narcisisti, uccisi da quel pensiero che annulla la trasformazione che avviene alla nascita.

Non a caso nel famoso sogno di Irma, con l’immagine delle placche di pus in gola, Freud riattualizza nel linguaggio pseudoscientifico della psicoanalisi la condanna cattolica del desiderio ritenuto malattia organica e incurabile. Similmente nel caso Schreber Freud dice che la causa della psicosi era stata una «fantasia erotica femminile» mentre il «tenero impulso passivo» dell’Uomo dei lupi diventava un segno di perversione.

Lungo tutto il 900 le avanguardie dadaiste e surrealiste, che si illudevano di poter sfruttare a scopi creativi la dissociazione freudiana, esibivano una sessualità ambigua e indifferente non disdegnando, come nel caso di Duchamp, il travestitismo. Apparentemente amanti di belle donne, Man Ray e compagni fecero di Kiki de Montparnasse un’icona patinata e senza movimento “spingendola” nel suicidio di alcol e droghe. Durante il Sessantotto la rivolta dei giovani cercherà di portare alla luce quanto la psicoanalisi aveva sepolto nell’inconscio.

La spinta verso una “rivoluzione sessuale”, la critica della famiglia presa da Reich, la rivolta affrontata senza identità e senza una valida teoria scientifica, libererà perversione e pazzia. Lo stesso epigono di Freud, Wilhelm Reich, finirà dietro le sbarre di un carcere. Un altro maestro del ’68, Foucault si fece apologeta della pedofilia e portò nella rivolta giovanile la mela avvelenata dell’«essere per la morte» di Heidegger. Mentre Deleuze, l’autore dell’Antiedipo e delle «macchine desideranti», finirà suicida. In questa congerie culturale la psicoanalisi (di cui la Sinistra fin lì poco si era interessata) fu spacciata per una pratica rivoluzionaria.

Marx veniva accostato a quel Freud che parlava di inconscio perverso, filogeneticamente ereditato, che negava ogni possibilità di trasformazione psichica. Di questa frode, purtroppo, furono vittime e insieme complici i movimenti femministi che nella psicoanalisi contaminata con le pratiche di autocoscienza cercavano una liberazione delle donne. Pensatrici e psicoanaliste come Julia Kristeva e Luce Irigaray sono state le teoriche di questo tipo di pensiero scrivendo, sulla scorta di Lacan, della impossibilità di vivere il desiderio e negando qualunque possibilità di rapporto fra donna e uomo. Vestali del dolore hanno rinchiuso le donne in una diversità irriducibile che rischia di diventare autistica.

In anni più recenti poi, una ulteriore e ancora più distruttiva deriva del femminismo: assumendo l’orizzonte che propone la statunitense Judith Butler in libri come La disfatta del genere (Meltemi) le femministe che si legano al movimento lesbico arrivano a proporre come liberazione delle donne l’annullamento della propria identità, frantumata e disciolta nel transgender. Forse nemmeno il logos occidentale e il Cristianesimo sono riusciti ad arrivare a tanto.

Left 47/08

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