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Il declino dell’impero cristiano

Pubblicato da Simona Maggiorelli su Novembre 30, 2009

Propaganda sui media e pesanti ingerenze nella politica italiana. La Chiesa torna alle crociate. Ecco come fermarla

di Federico Tulli

Francis Bacon

Estendere la capacità giuridica al concepito. È questa l’ultima pensata filo-vaticana del capogruppo Pdl al Senato, Maurizio Gasparri. Il senatore, lo stesso che definisce «banalizzazione della vita» l’eventuale decisione di abortire per via farmacologica cui avrebbero diritto le donne italiane con l’entrata in commercio della pillola Ru486, ha poi precisato: «Siamo fermamente convinti della necessità di una norma di carattere generale, in grado di tutelare il fondamentale principio di uguaglianza fin dal momento del concepimento».

Questa proposta, che trasformata in legge sarebbe una pietra tombale per la norma 194/78 sull’interruzione volontaria di gravidanza, è solo l’ultima di una lunga serie di entrate a gamba tesa delle istituzioni contro diritti civili faticosamente acquisiti. Si sommerebbe, infatti, alla legge 40/04 sulla fecondazione assistita, giudicata cinque anni dopo l’entrata in vigore parzialmente incostituzionale dall’Alta corte perché viola gli articoli 3 e 32 della Carta. Oppure ancora al ddl Calabrò sul testamento biologico, che impone il ricorso al sondino per l’alimentazione forzata, in barba al diritto all’autodeterminazione che sempre la nostra Costituzione riconosce ai malati. Interventi “duri”, che se da un lato ricalcano fedelmente le indicazioni ora della Conferenza episcopale italiana, ora di altre gerarchie dello Stato Vaticano, dall’altro dicono di una classe politica che si muove nella direzione opposta a quella della società civile che dovrebbe rappresentare. E dicono pure di un potere, quello della Chiesa cattolica, costretto a serrare le fila (e alzare il tiro sulla altrui libertà di pensiero) per bilanciare una costante quanto inesorabile perdita di incisività e appeal culturale e religioso nei confronti dei cittadini italiani. Queste considerazioni trovano adeguato sostegno nei numeri del Quinto rapporto sulla secolarizzazione in Italia a cura di Critica liberale e dell’Ufficio Nuovi diritti Cgil nazionale. Il documento viene presentato a Roma nell’ambito del convegno internazionale “La secolarizzazione in Europa”, organizzato dalla Fondazione Critica liberale in collaborazione con lo European liberal forum. Il nostro settimanale left anticipa i passaggi più significativi della relazione di Silvia Sansonetti, ricercatrice in Politiche sociali all’università Sapienza di Roma, da cui emerge la tendenza laica «del mutamento nel tempo degli atteggiamenti degli italiani, circa aspetti della loro vita potenzialmente legati ai valori di riferimento della religione cattolica».
I numeri parlano di diminuzione dei matrimoni concordatari e dei battesimi, crescita delle unioni civili, dei divorzi e del numero di figli nati al di fuori del matrimonio. Due le cause principali individuate da Sansonetti. Da un lato i cittadini italiani decidono sempre più in autonomia rispetto a ciò che è corretto per la Chiesa, dall’altro cresce il peso del multiculturalismo iniettato nella società dai milioni di immigrati che professano religioni differenti da quella cattolica.

Così abbiamo i matrimoni civili che sono passati dal 17,5 per cento del 1991 al 33,7 del 2006 sul totale dei matrimoni celebrati in Italia (civili + concordatari), e la percentuale dei bambini battezzati con età inferiore a un anno che nello stesso periodo è calata di 12 punti assestandosi al 79,2 per cento. Tale diminuzione, secondo la ricercatrice, può dipendere da due fattori: «Da un lato, l’apporto alla natalità totale del Paese degli immigrati che, in molti casi, non professano la religione cattolica, dall’altro, un nuovo atteggiamento dei genitori. Costoro non percepiscono più il battesimo come urgente e lo rimandano negli anni». Per quanto riguarda le libere unioni, nel ricordare che la loro tendenza era in costante aumento nel periodo per il quale il dato è disponibile (1993-2003), un indicatore per gli anni a seguire può essere rappresentato dal costante aumento del rapporto tra i figli naturali e i figli legittimi, vale a dire tra bambini nati da genitori non sposati e da genitori sposati. Ebbene, tra il 1991 e il 2007 lo scarto è di quasi dodici punti percentuali, raggiungendo il 20,7 per cento dei nati. Le sentenze di divorzio, infine, dopo un andamento calante tra il 1991 e il 1993 (da 23mila a 19.800), sono in continuo aumento tanto da aver raggiunto quota 49.500 due anni fa.

Fin qui i “comportamenti” sui quali è più marcata l’insistenza delle gerarchie ecclesiastiche nell’indicare la via “corretta” per i cattolici italiani. Sansonetti evidenzia poi altre due scelte per le quali «la Chiesa cattolica tende a esporsi meno pubblicamente ma che sono ugualmente legate al senso di appartenenza religiosa»: la frequenza dell’ora di religione nelle scuole pubbliche e il finanziamento dello Stato Vaticano con l’otto per mille del gettito fiscale girato alla Chiesa. La strategia di muoversi sottotraccia non sembra aver condotto a risultati utili per quanto riguarda la partecipazione all’ora di religione: dopo essersi mantenuta costantemente intorno al 93 per cento fino al 2003 negli ultimi tre anni è diminuita in misura limitata ma costante raggiungendo nel 2007 il 91 per cento. Diverso è il discorso relativo all’otto per mille. «La Chiesa non si è mai esposta con dichiarazioni esplicite, ma da molti anni, ormai, nel periodo della dichiarazione dei redditi propone una campagna pubblicitaria martellante sul proprio ruolo nella società italiana.
Questo strumento non sembra essere molto efficace visto che l’ammontare devoluto al Vaticano, dal 2003 al 2006, è diminuito da 1.016 milioni a 930 milioni di euro, e che solo nel 2007 si è registrato un aumento a 991 milioni di euro». Molto peggio è andato alle gerarchie ecclesiastiche con le donazioni volontarie. «Queste tra il 1991 e il 2007 sono scese da 21,2 a 16,8 miliardi di euro. Il numero delle offerte ricevute tra il 1991 e il 2006 era passato da 185mila a 155mila e per il valore medio dell’offerta da 114,5 a 105 euro. Nel 2007 – conclude Sansonetti – pur evidenziandosi un aumento nel numero di offerte (171.500), il valore medio è sceso a 98 euro». Se il piatto piange, il Vaticano non ride.

26 novembre da left-avvenimenti

Chiesa in bancarotta per pedofilia

Nella cattolicissima Irlanda sono circa 800, tra religiosi, sacerdoti e suore, le persone sotto processo per oltre 30mila casi di violenza sessuale. In totale, se condannati, il Vaticano dovrà pagare 1,1 miliardi di euro alle loro vittime. Il caso irlandese ricalca fedelmente quanto avvenuto nell’ultimo decennio negli Stati Uniti. Qui, fino a oggi, sono 4.392 i sacerdoti denunciati per pedofilia. Mentre i risarcimenti già versati in seguito a condanne definitive ammontano a 2,6 miliardi di dollari. Una somma che ha portato sull’orlo della bancarotta la Chiesa dello Stato che adotta come motto nazionale: “In God we trust”. In Italia, il fenomeno sembra essere ancora sommerso. Sono 73 i casi di violenza su minori e oltre 235 le vittime di sacerdoti e religiosi.

L’impero economico del Vaticano

Tra contributi diretti, finanziamenti e agevolazioni, ogni anno l’Italia dà 4,5 miliardi di euro alla Chiesa. La somma, secondo stime molto prudenti, si articola in vari filoni tra cui: un miliardo di euro dell’otto per mille, 950 milioni per gli stipendi di 22mila insegnanti di religione e 700 milioni di euro che Stato ed enti locali versano in base a convenzioni su scuola e sanità. Poi ci sono i tanti vantaggi fiscali di cui la Chiesa gode. Come lo sconto del 50 per cento su Ires e Irap, l’esenzione sull’Ici (da 400 a 700 milioni di euro. Fonte Anci) e le agevolazioni per il turismo cattolico. Per quanto riguarda le rendite immobiliari, secondo l’inchiesta di Curzio Maltese pubblicata ne La questua (Feltrinelli) il Vaticano possiede circa il 20 per cento del patrimonio immobiliare complessivo italiano.

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Nonostante Platone

Pubblicato da Simona Maggiorelli su Aprile 27, 2009

2254752359_f3c00ba4ac_b1Il suo l’Amore è un dio uscito per Feltrinelli (dopo una fortunata serie radiofonica) è diventato rapidamente un best seller. Per la semplicità e il rigore con cui Eva Cantarella conduce i suoi lettori nell’universo della mitologia e nella vita della polis antica. Già al lavoro su un ideale seguito di quel libro, sulla vita nella Roma antica, fra un impegno accademico e l’altro, Eva Cantarella è a Firenze per il convegno Donne in rivolta,organizzato dal Maggio musicale.

Il tema scelto dalla docente di diritto greco e romano dell’Università di Milano è una originale rilettura dell’Orestea e in particolare di Clitemnestra, figura tragica per antonomasia che, con la complicità di Egisto, diventa l’assassina di Agamennone.

Professoressa Cantarella perché questa scelta?

Fra tutti i personaggi tragici femminili è quello che più è stato oggetto di riletture interessanti. Da Dacia Maraini e Valeria Parrella. In lei colpisce la violenza terribile, anche psicologica, verso i figli Oreste e Elettra. Le femministe hanno scritto che non era cattiva, originariamente violenta. Ma vittima di quella che una volta si chiamava oppressione di genere. Nell’Orestea questo non è così chiaro, ma da altre fonti emerge cheha subito ingiustizie, che ha grande dignità, forza di carattere,consapevolezza della condizione di oppressione che grava sulle donne. Una condizione da cui secondo la Clitemnestra classica se ne può uscire solo “con la scure”. Ma più a fondo il personaggio pone la necessità di riflettere su come trasformare il rapporto con l’uomo.

Da studiosa di diritto antico che cosa l’ha interessata?

Sulla scia di riletture di antichisti e letterati sono tornata a esaminare l’ultima parte della storia. Clitemnestra è morta, c’è il processo a Oreste. La sua assoluzione contiene tutto il sensodell’Orestea. È la nascita deldiritto. Ma avviene con una sentenza che stabilisce la superiorità del padre e la conseguente subalternità della donna. Le Erinni che rappresentano la passione, le emozioni, la parte femminile del mondo, sono sconfitte dalla ragione. La nascita del diritto si lega alla fine di una fase che qualcuno, forse non del tutto impropriamente, ha voluto dire di matriarcato. Ma oggi, prendendo spunto da interessanti riletture del mito, c’è chi dice che il diritto non debba essere solo ragione. Per essere giusto, il diritto deve comprendere anche le emozioni.

00-3-ganymede-ferrara1Le donne, dice Aristotele, vanno messe sotto tutela. Perché non hanno il logos,non sono in grado di deliberare. In questo passaggio l’immagine e l’identità femminile vengono negate, deformate. Santippe, per esempio, è tramandata come la pestilenziale moglie di Socrate. Che fosse solo ribelle alla sua logica astratta del filosofo?

Tutto si può dire in tempi di revisionismo come quelli in cui viviamo, ma affermare che i Greci non fossero misogini è davvero difficile. Già Esiodo dice che Pandora, la prima donna, nasce perché Zeus deve mandare un castigo agli uomini. Così la dota di grazia e di desiderio struggente, e ne fa «una trappola da cui non si può sfuggire».

Esiodo dice che da quel momento gli uomini non vivranno più bene. Quali sono le radici di questa misoginia che fa distinguere Omero fra mogli obbedienti come Penelope e pericolose sirene?

Si radica nella necessità di controllare le donne. Dietro c’è la paura della sessualità femminile. Le donne sono sessualmente incontinenti, non si sanno controllare e, dal momento che fanno anche i figli, bisogna appropriarsi delle conseguenze dei rapporti. La teorizzazione della necessaria subalternità femminile cresce intorno a questa equazione. Donna uguale non razionale, materia, passività. Uomo, cioè spirito, logos

e tutto quanto.

Questo attacco all’identità femminile sarà ancora più forte nel passaggio dall’epoca pagana al cristianesimo?

Si compirà con l’identificazione fra donna-sesso-peccato, tipica della religione cristiana. Quanto al diritto, la libertà che le donne romane avevano avuto, sul piano sociale anche se solo nell’ambito del matrimonio, si riduce con gli imperatori cattolici. Giustiniano, per esempio, vieta il divorzio. E compare la punizione dell’aborto che primanon c’era. Con i Severi on era vietato perché si pensa che il feto abbia solo spes animantis. Homo non recte dicitur dicono i giuristi romani a proposito del feto. Andrebbe detto a Giuliano Ferrara. Però la donna che abortisce senza il consenso del marito viene punita. Ma se ha il suo consenso può continuare a farlo. Il cristianesimo, si sa, condannava l’aborto, ma gli imperatori cristiani non riuscirono subito ad adeguarsi fino in fondo alla sua morale perché era troppo in contrasto con la mentalità romana. Per esempio non riescono a vietare il divorzio consensuale. Oggi, insomma, con la legge 40 sulla fecondazione assistita, siamo regrediti perfino rispetto ad allora.

Riprendendo il titolo del convegno, “Donne in rivolta” che cosa pensa del pensiero femminista contemporaneo che, per esempio, con Judith Butler associa la liberazione delle donne alla cultura omosessuale e transgender?

Una prospettiva di questo tipo, devo ammettere, mi lascia più che perplessa. Il pensiero femminista mi ha sempre interessato molto. Ma da un po’ di anni, confesso, non riesco più a seguirlo. Da quello che capisco di questa nuova stagione del femminismo di cui mi accenna, posso solo dire che non credo che la liberazione delle donne passi da una rinuncia di questo genere . Penso semmai che in ciascuno di noi ci possa essere, per così dire, “una parte femminile”, sensibile e una maschile intesa come capacità teorica, logica. Ma come fatto interiore, che è cosa ben diversa- da quel capisco- dalla cultura tansgender. Sul piano della vita pubblica, invece, mi pare sia da percorrere la strada a cui accennavamo di un diritto che possa comprendere ragione ed emozione, dunque un discorso di conciliazione dei sessi sul piano del diritto.

Per finire, tornando al tema della conferenza che terrà a Firenze, perché le eroine della letteratura, tutte le più belle, le più libere dell’Ottocento e Novecento vengono fatte morire dai loro autori? Come se dovessero espiare?

Forse perché sono storie scritte degli uomini. Ma a ben pensare, non proprio tutte muoiono. La protagonista di Casa di bambola di Ibsen, per esempio scappa dal marito. Quando facevo il ginnasio,ricordo, mi portarono a vedere Nora seconda di Cesare Giulio Viola. Io che allora avevo appena letto Ibsen, sono uscii furente: Nora seconda era la stessa Nora. Ma pentita.

Carmen e le altre

Sensuale, libera, fedele solo al proprio desiderio, incurante dei giudizi. Così Carlos Saura torna a pensare e immaginare Carmen, protagonista 25 anni fa di un suo storico film, Carmen story, realizzato a partire dalle coreografie di Antonio Gades e dalle musiche del chitarrista Paco de Lucia. Di fatto, ci voleva l’affascinante sigaraia di Mérimée per convincere il cineasta spagnolo a tornare a mettersi in gioco con la lirica. Galeotta la proposta che gli è arrivata dal Maggio musicale fiorentino di curare la regia di un’opera per questa settantunesima edizione del festival. Così, dal 30 aprile all’11 maggio 2007, al Comunale di Firenze la Carmen di Georges Bizet trova un nuovo allestimento. Sul podio, il maestro Zubin Metha a dirigere l’Orchestra del Maggio. A dare voce a Carmen sarà Julia Gertseva, mentre Marcelo Alvarez è Don Josè, il brigadiere innamorato e tradito che impazzisce di gelosia e la uccide davanti all’arena di Siviglia, dove l’amante di Carmen, Escamillo, sta toreando«Una vicenda – sottolinea Saura- tristemente attuale. Le cronache nere traboccano di delitti efferati in cui la vittima è quasi sempre la donna». Ma il regista spagnolo, che si dice convinto che la radice del problema stia, in primis, nella testa degli uomini che temono il desiderio e la libertà delle donne («gli uomini perdono sempre la testa per Carmen ma poi vogliono farla diventare moglie e madre») non ha scelto una chiave realistica per questa sua nuova Carmen. Al contrario. Invece della assolata Spagna che potremmo aspettarci, punta su una raffinata veste scenografica, fatta di chiaroscuri e ombre cinesi. Ricreando in teatro quei giochi di luce che ora va sperimentando al cinema con Vincenzo Storaro, in un nuovo film sul mito di Don Giovanni, visto attraverso le vicende del librettista Lorenzo Da Ponte. Da una tragica storia di passione e morte, tipicamente ottocentesca, la 71/a edizione del Maggio approda il 5 giugno alla Phaedra contemporanea del compositore Hans Werner Henze. Poi il 21 giugno, proseguendo in un viaggio alla riscoperta delle figure femminili meno convenzionali della tradizione lirica, al Comunale torna Lady Macbeth nel distretto di Mzensk di Sostakovic diretta da James Conlon. Due i monologhi teatrali quest’anno: Il dolore di Marguerite Duras, interpretato da Mariangela Melato e la controversa Erodias di Testori riproposta da Lombardi e Tiezzi al Museo del Bargello. Mentre l’apertura del festival, il 26 aprile, è affidata a Charlotte Rampling (in foto), voce recitante de Il sopravvissuto di Varsavia di Schönberg direttoda Zubin Metha e con Peter Greenway nell’insolita veste di video jokey.Ma è soprattutto il trittico di debutti operistici a connotare questa edizione del Maggio dal titolo “Donne contro”, come racconta il direttore artistico Paolo Arcà: «Carmen, Fedra, Lady Macbeth, pur diversissime fra loro, sono tre protagoniste del teatro in musica con una personalità nitida, che si rapportano al loro ambiente con una caratterizzazione forte, vibrante, mai asservita o subalterna». Donne contro, certamente, ma anche eroine fragili, tragiche, come Katerina che Sostakovic fa precipitare in un gorgo autodistruttivo di fronte alla violenza dell’ambiente circostante, rappresentato da un mondo di pupazzi.


da left-Avvenimenti maggio 2008

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Non c’è democrazia senza laicità

Pubblicato da Simona Maggiorelli su Aprile 17, 2009

vecaIl filosofo Salvatore Veca interviene nel dibattito pubblico con un nuovo libro che declina il dizionario minimo del nostro vivere pubblico e civile

di Simona Maggiorelli

«Democrazia e laicità formano un binomio imprescindibile per la politica e le istituzioni – dice con passione Salvatore Veca, filosofo politico dell’Università di Pavia, che ora di queste due parole ha fatto il cuore del suo nuovo libro Dizionario minimo (Frassinelli). «Un binomio – precisa subito il professore – che vedo molto offeso in questa realtà italiana Per più ragioni diverse».

Di questo lei parlerà alla Biennale democrazia ideata da Zagrebelsky. Qualche anticipazione?

Il punto di partenza del mio discorso è che democrazia e laicità simul stabant simul cadent o stanno assieme oppure, assieme, cadono. Se la laicità è sotto pressione significa che le leggi, le scelte collettive pubbliche, sono fatte nell’interesse di qualcuno e non di tutti. Ovvero si trattano alcuni cittadini come di serie B, mentre chi condivide la scelta della maggioranza sarebbe di serie A.

Leggi ad personam e populismo, uso politico della paura, come lei ha scritto, connotano questo governo di destra. Mentre il premier Berlusconi sembra aver cominciato una campagna di autopromozione per il Quirinale dalle zone terremotate…

Il Premier cerca di far passare il messaggio “sono uno di voi” e usa un meccanismo fatuo di rassicurazione. In situazioni pubbliche all’estero, poi, l’abbiamo anche visto fare il joker e l’amicone. Come diceva Garboli, Berlusconi è un «tip pictoresque», è un piazzista lombardo, una specie di Sordi del Nord. Di fatto replica la classica forma del populismo, in tempi mutati. Per questo irriderlo non basta. Da sinistra bisogna dire: così non va! Ma dobbiamo anche indicare cosa va fatto in positivo.

veca1La Sinistra, però, appare afasica, specie sui diritti civili e sulle questioni bioetiche. Nel manifesto del Pd, ad esempio, si legge che la religione appartiene alla sfera pubblica. Ma «valori non negoziabili» come quelli che la Chiesa vorrebbe imporre come possono trovare cittadinanza nell’agone politico?

Valori e credenze religiose, a mio avviso, hanno diritto ad avere voce nella discussione pubblica – quella che in modo poco brillante va in scena a Porta a Porta ma anche quella che abita il dibattito alto – dando spazio a tutte le voci. Ma non dovrebbero avere voce in capitolo nello spazio di deliberazione di nuove norme.

Questa posizione la differenzia nettamente da Habermas.

Sì diversamente da lui e dagli altri fautori di tesi cosiddette postsecolari io credo quando si fanno delle scelte che valgono per chiunque e non per qualcuno, non possiamo che rimanere fermi al vecchio, semplice, rude principio della laicità delle istituzioni. Certo, non senza aver ascoltato tutte le voci. Ex ante io rispetto tutte le persone, anche se non condivido le loro ragioni. Ma se facciamo una legge sul biotestamento o sulle staminali, o sulla fecondazione assistita, non possiamo corroborare la nostra scelta legislativa sulla base di un insieme di credenze. Dobbiamo puntare su scelte che diano la massimo di libertà e di opzioni alle persone, purché non rechino danno agli altri. Alla domanda di eticizzare le istituzioni noi dobbiamo rispondere deflazionando.Dobbiamo fare leggi in questo ambito che non siano coercitive, ma dicano: se vuoi, puoi. Noi siamo scarsamente abituati al pluralismo, che addirittura viene avvertito come una sorta di catastrofe, quando invece è un tratto persistente del paesaggio delle democrazie recenti.

Il pluralismo spesso viene stigmatizzato come relativismo.

Ma il problema non è il relativismo. Il punto è prendere sul serio il pluralismo dei valori. Ci sono al mondo civiltà e culture in cui le persone hanno idea che le cose buone della vita siano diverse fra loro. Oppure, all’opposto ci sono valori come equità efficienza, libertà e sicurezza che sono per tutti importanti. Ma se io pedalo solo su uno di questi lo pago in termini di altri. Sicurezza e libertà sono entrambi valori, ma confliggono tra loro e devo trovare un’idea degli equilibri il più possibile coerente. Purtroppo nella offerta di politiche alternative c’è chi lavora sulla sicurezza ritenendo che i prezzi di libertà siano poca cosa.

In Italia la Destra ci marcia…

La Destra è una grande imprenditrice della paura sociale. Sia quando la paura è giustificata, sia quando non lo è perché è costruita dalla politica stessa. Il problema, torniamo a dire, non è il relativismo una parola da lasciare ai talk show o alle prediche dei preti, il punto è costruire a partire dalle nostre idee diverse un modo per convivere bene.

Lo sviluppo della scienza oggi si impone di rinegoziare certi valori e modi di pensare. Perché la sinistra non sa contrapporre risposte forti a chi pretende che solo la religione sia un’ancora per l’etica?

Sono molto preoccupato del fatto che la Sinistra – con la quale mi identifico con la Sinistra quale che sia da molti anni – non abbia la capacità e la forza di rispondere con chiarezza e con la volontà di farsi comprendere dalle persone, di fronte a questioni di questo genere Certo le esperienze legate allo sviluppo della conoscenza scientifica possono in alcuni suscitare incertezza perché il mondo viene messo a soqquadro e possiamo fare nuove cose che ci trovano impreparati. Di fronte a questo ci sono due risposte possibili: una è quella della scurita. La risposta di chi si immunizza rispetto ai rischi del cambiamento e usa i vecchi schemi di giudizio, religiosi etici riguardo a questioni come il far nascere e il morire. In questo caso le possibilità che la tecnica e la scienza ci offrono vengono stigmatizzate come “male” e così si chiede al politico e al legislatore di sanzionare con la forza della coercizione delle comunità morali omogenee, basate su convinzioni che spesso poi nella vita non sono messe in pratica nemmeno da chi le propugna. Il discorso, al fondo è, io non farò mai l’aborto, ma non voglio che altri lo facciano. E’ questa, badi bene, è una domanda nuova. Fin qui alla politica era sempre stata fatta una domanda di diritti per sé, perché erano negati.

Per questa via il ddl Calabrò sul biotestamento affida a politici e a sacerdoti senza competenze il diritto di imporre terapie mediche, obbligando il medico a una cattiva pratica. Cosa ne pensa?

Che è una barbarie. Spero in un referendum. Ma intanto penso che la Sinistra tutta dovrebbe ribadire con gran forza un principio di libertà fondamentale. Non dovremmo lasciare alla destra un termine prezioso come libertà. Parliamo della libertà delle persone di scegliere se stesse, ovviamente senza fare danno agli altri. Questo è un principio da urlare a voce alta.

Noi di sinistra «ci siamo decostruiti fin troppo», lei ha detto di recente. La Sinistra oggi dovrebbe sviluppare una nuova identità facendo proprie le nuove conoscenze scientifiche?

Senza dubbio. Certe leggende metropolitane sulla scienza come del resto convinzioni del genere “solo un dio ci può salvare” sono segni di scarsa civiltà.

Lei si è occupato di immagine della scienza. Perché in Italia più che altrove i ricercatori sono dipinti come novelli Frankestein?

E’ un fatto tipico in Italia. Non vale nel Nord d’Europa. Negli Usa la faccenda è più controversa. Ora è girato il vento, ma da poco tempo. I costruttori di Frankestein o chi fantastica su mondi fatti di cloni esprime una condanna della tecnica. In realtà sono gli scienziati stessi, per primi a non fare promesse irreali, dicendo noi ad oggi possiamo arrivare fino a qui. Ma noi vecchi illuministi troppo spesso dimentichiamo che certe leggende metropolitane sulla scienza fanno presa sulla percezione di larghe fette di popolazione. Sappiamo fare discorsi da cattedra, da aristocrazia intellettuale di sinistra. Ma trascuriamo che politicamente siamo una aristocrazia senza popolo.

C’è un problema di rappresentanza nel Pd e non solo?

Non c’è dubbio. E io trovo questa cosa gravissima.

da left-Avvenimenti

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Dalla Consulta il primo stop alla legge 40

Pubblicato da Simona Maggiorelli su Aprile 4, 2009

foto-preimplant-1di Simona Maggiorelli

Il coraggio e la tenacia dei cittadini che nelle aule di tribunale hanno fatto valere il diritto alla salute riconosciuto dalla Costituzione ha prodotto l’importante risultato di un primo stop della Consulta alla legge 40. Ma non possiamo dimenticare i danni che la norma sulla feceondazione assistita (Pma)  ha fatto in questi anni. Non solo alla salute delle donne, ma anche alla ricerca e allo sviluppo del Paese. Prima dell’entrata in vigore della legge nel 2004 l’Italia era all’avanguardia nella fecondazione assistita. Con centinaia di centri che praticavano la fecondazione eterologa, la crioconservazione degli embrioni,e la diagnosi preimpianto per selezionare quelli sani. Possibilità che nemmeno la sentenza della >Corte costituzionale ora ripristina. Le coppie, oggi, per ottenere queste terapie dovranno continuare ad andare all’estero.

E mentre la Camera swi deputati si appresta a vagliare un disegno di legge sul biotestamento che attacca l’autodeterminazione dei cittadini e il rapporto medico paziente, ciò che è accaduto nelle settimane scorse al senato ricorda da vicino quanto avvenne nel 2004 per la legge 40. D’un tratto un Parlamento blindato dalle logiche di maggioranza del centrodestra (con l’appoggio trasversale dei teodem)varò una legge anacronistica, che detta norme vessatorie, piene di contraddizioni, lontana anni luce dal sentire comune e dai nuovi modelli di vita di una società italiana secolarizzata come quella di oggi. Su una materia così delicata, che tocca la vita dei cittadini si giocò una partita di scambio politico fra governo e Vaticano. Una pagina nerissima di storia che il referendum del giugno 2005, purtroppo, non riuscì a cambiare. Le ragioni per votare quattro sì c’erano tutte, ma la formulazione capziosa dei quesiti sembrava fatta apposta per confondere il votante e, soprattutto, lo sleale intervento del Vaticano che spingeva per l’astensione impedì il raggiungimento del quorum. E di certo non aiutarono i tentennamenti dell’allora segretario Ds Piero Fassino e del suo partito. Così mentre ai banchetti della raccolta firme si registrava ogni giorno il no della gente (cattolica o meno) verso una legge che obbliga la donna a farsi impiantare embrioni anche se malati, i leader diessini e teodem, con Habermas paventavano le derive di una “genetica liberale” di cui non si è mai vista traccia in Italia. “Dove mai andremo a finire?” si domandava il filosofo tedesco, avventurandosi per un pendio scivoloso che in nome di un rischio remoto impone di rinunciare a risolvere casi concreti. Così, mentre Fassino (e oggi sulla stessa scia l’ex popolare Franceschini) metteva in guardia contro una fantasticata eugenetica, con la legge 40 si continua a impedire (ancora oggi) a persone con gravi malattie genetiche di mettere al mondo figli sani e si continua a tenere congelati ad aeternum gli embrioni, anche quelli abbandonati, che potrebbero servire per fare ricerca scientifica.

Sulla base della sentenza della Consulta è tempo di smantellare questa brutta legge. Un governo democratico lo farebbe. Altrimenti – come già si annuncia- saranno ancora una volta le coppie infertili o portatrici di gravi malattie genertiche a far valere i propri diritti nelle aule di tribunale. Ma che Paese è quello in cui il Parlamento e il governo non rappresentano i cittadini?

dal quotidiano Terra,4 aprile 2009

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Il dovere di curare

Pubblicato da Simona Maggiorelli su Marzo 27, 2009

L’anestetsista Mario Riccio: «C’era qualcuno che aveva diritto a interrompere la terapia, e quando ho accettato di occuparmi di lui ho sentito forte l’obbligo etico, ma ora dico anche giuridico, di dare una risposta a questa esigenza del paziente». Piergiorgio ha fatto riflettere tutti su un diritto considerato sacrilego.

In Italia è emergenza diritti civili. La sinistra si faccia interprete della domanda che viene anche dai giovani

di Simona Maggiorelli

il medico Mario Riccio

il medico Mario Riccio

«I temi di bioetica e i diritti civili sono un’emergenza in Italia. E la stiamo tirando troppo per le lunghe. Altri Paesi li hanno affrontati, discussi, hanno fatto leggi. È importante che si parli di testamento di vita, di aborto, di fecondazione assistita. Che si parli di pacs, di unioni civili. Nel centrosinistra fin qui non c’è stato modo di affrontarli. Lo hanno fatto, invece, i conservatori, il centrodestra, con la consegna totale di queste tematiche agli ambienti ecclesiastici. Questo soggetto nuovo, il Pd, su tutto questo tace. Non so – accenna Mario Riccio – se come medico posso permettermi di dire…ma questi sono argomenti molto importanti. E nessuno finora, a eccezione dell’area laica radicale, ha preso i mano la laicità come bandiera o come tematica chiara della propria proposizione ai cittadini». A un anno e due mesi dalla vicenda di Piergiorgio Welby il medico anestesista che lo aiutò nella sua battaglia politica torna a parlare. Ripercorrendo le tappe di una storia, quella di Welby, che oggi appare sempre più paradigmatica e con quella passione civile di chi ha “militato” a lungo nella Consulta di Milano, organizzando dibattiti e convegni di bioetica laica. «Senza troppi giri di parole – continua Riccio – a me piacerebbe sapere cosa vuole fare la sinistra la legge 194? Facciamo la moratoria? La fecondazione assistita? I tribunali continuano a dire che la legge 40 è incostituzionale, ci vogliamo mettere mano? Le coppie di fatto registrate nelle liste comunali delle unioni civili sono 700mila, in Italia un figlio su tre nasce da una coppia non sposata. Sono temi di primo piano nella vita dei cittadini. Ma vedo che nessuno se ne occupa. Spero che la Sinistra arcobaleno ne faccia un suo tema, un suo campo di battaglia, perché nella mia esperienza, di incontri e di dibattiti, noto che la base di questa sinistra ne parla. E se è vero, come si legge, che proprio a sinistra si potrebbe registrare un grosso astensionismo, rappresentare politicamente le esigenze dei cittadini su questo piano potrebbe essere una carta vincente. I giovani oggi hanno certamente il problema del mutuo, però una coppia di fatto che vuole un figlio, oppure che fa fatica ad averne uno, cerca delle risposte dalla politica».

Nella sua esperienza di medico quanto è sentita l’esigenza di una legge sul testamento biologico?

Mi pare chiaro che sia una necessità. Io vivo tutti giorni nell’area critica come rianimatore, ma la stessa esperienza la si vive nel campo oncologico, dove c’è sempre da scegliere, a un certo punto, se continuare la terapia o insistere, sono problematiche che toccano la vita di molti, quotidianamente.

Quanto il legislatore o il giudice possono legittimamente entrare in queste questioni? Il gup Renato Laviola, in particolare, nel caso di Welby, parlava di “diritto alla vita”. Parole che si addicono più a un uomo di Chiesa…

Se vogliamo tornare su quella storia, per il suo valore di prototipo, va ricordato che la vicenda non ebbe mai interruzione lungo una strada di una totale estraneità a un profilo penale. Mi spiego meglio. La Procura riconobbe che non c’era nessun profilo penale. E lo riconobbe anche il civile di Roma. In tutta quella storia ci fu solo una interruzione: il mio rinvio a giudizio da parte del gup Laviola che basò questa sua scelta su un supposto diritto alla vita. Ma la Carta fondamentale promuove lo sviluppo delle persone, l’istruzione, la salute eccetera, non parla mai di diritto alla vita. Del resto anche se ci fosse scritto diritto alla vita – cosa che non è – resterebbe il fatto che si tratterebbe di un diritto non di un dovere. Si può decidere se esercitarlo oppure no. Non esiste un diritto coercibile. A posteriori, oggi, mi rendo conto, però, che se non ci fosse stata la richiesta di rinvio a giudizio per me, forse non si sarebbe più parlato della vicenda Welby, con tutto il suo significato anche politico.

È stata una vicenda paradigmatica anche per quello che fu detto sulla questione sedazione.

Ora i toni, per fortuna, si sono raffreddati e mi fa piacere. È passato del resto un anno e mezzo, ma non posso dimenticare quel che disse l’ex presidente del Cnb Francesco d’Agostino: per lui il problema era se sedare Piergiorgio prima del distacco della macchina, se sedarlo dopo, se sedarlo poco o tanto. Sembrava quasi che se l’avessimo sedato troppo sarebbe stato un problema perché prima dovevamo farlo un po’ soffrire. Quando lessi tutto questo sulle pagine dei giornali mi prese lo sconforto. Pensavo che soluzione D’Agostino sarebbe stata di alto profilo etico e giuridico e dovetti leggere che stavano spiegando a me anestesista che tipo di farmaco usare e con quale dosaggio….

L’Italia continua a essere fanalino di coda nella terapia del dolore. Quanto la Chiesa riesce a intromettersi nel rapporto medico-paziente?

Giovanni XXIII sdoganò la morfina, disse che il dolore di per sé non è un valore, agli inizi degli anni ‘60. Ma questo discorso non è stato più fatto, né da Woytila né tanto meno da Ratzinger…Mi viene particolarmente difficile pensare a un dio, specie come quello che ci prospettano, un dio un po’ guardone che si introduce nelle camere da letto o che va a misurare il dolore. Io non sono un credente, sono un ateo agnostico, ma ipotizzando per un attimo un’entità soprannaturale, non lo vedrei impegnato a occuparsi della mia sessualità. Mi parrebbe un po’ offensivo.

Ma le cure palliative spesso non bastano, c’è anche il dolore psichico dei malati terminali a cui il medico di trova a dover rispondere?

E’ quello che con un termine tecnico si chiama dolore totale, è la sommatoria di dolore psichico e dolore fisico. Lo si riscontra, per esempio, nei malati oncologici terminali. Pensare di dover vivere in una situazione particolarmente umiliante è devastante, diventa un dolore incoercibile che non si riesce a gestire nemmeno con l’uso della terapia antalgica. Si parla molto di medicina palliativa, anche su questo l’Italia deve recuperare il ritardo ma esiste una quota limitata di pazienti per i quali queste armi risultano spuntate. È questo che ha spinto paesi avanzatissimi dal punto di vista sanitario come l’Olanda a permettere l’eutanasia. Va fatta una riflessione seria, pacata, su questo tema. Non ha nulla a che vedere con l’indifferenza verso chi è incurabile. Al contrario.

Dovrebbe essere una questione che pertiene al rapporto medico-paziente?

Citare le sentenze in Italia oggi, per qualcuno, è una cosa provocatoria, quasi terroristica, ma io sono orgoglioso di farlo con quella del Gup nella vicenda Welby, in cui c’era il diritto del paziente e il mio dovere. Io ho fatto semplicemente il mio dovere di medico e di questo io sono sempre stato convinto. Lo spiegai alla conferenza stampa dove tutti pensavano che il giorno prima si fosse consumato un assassinio. Ma la spiegazione che io detti credo con sufficiente serenità passò quasi come un atto di prosopopea. Qui c’era qualcuno che aveva diritto a interrompere la terapia, e quando ho accettato di occuparmi di questa persona ho sentito forte dentro di me il dovere etico, ma ora dico anche giuridico, di dare una risposta a questa esigenza del paziente. E quella che sembrava una cosa extra siderale, ovvero che un paziente in queste condizioni rifiutasse la terapia, oggi è una cosa accettata. Piergiorgio Welby ci ha fatto fare una riflessione su un diritto che allora tutti consideravano come un sacrilegio.

da left-Avvenimenti 15 febbraio 2008

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La lettera di Welby al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano

Caro Presidente,

scrivo a Lei, e attraverso Lei mi rivolgo anche a quei cit­tadini che avranno la possibilità di ascoltare queste mie pa­ro/e, questo mio grido, che non è di disperazione, ma carico di speranza umana e civile per questo nostro Paese.Fino a due mesi e mezzo fa la mia vita era sì segnata da difficoltà non indifferenti, ma almeno per qualche ora del giorno potevo, con l’ausilio del mio computer; scrivere, leg­gere, fare delle ricerche, incontrare gli amici su internet. Ora sono come sprofondato in un baratro da dove non trovo uscita. La giornata inizia con l’allarme del ventilatore polmo­nare mentre viene cambiato il filtro umidificatore e il catetere, trascorre con il sottofondo delta radio, tra frequenti aspirazioni delle secrezioni tracheali, monitorag­gio dei parametri ossimetrici, pulizie personali, medicazio­ni, bevute di Pulmocare. Una volta mi alzavo al più tardi alle dieci e mi mettevo a scrivere sul pc. Ora la mia patolo­gia, la distrofia muscolare, si è talmente aggravata da non consentirmi di compiere movimenti, il mio equilibrio fisico è diventato molto precario. A mezzogiorno con l’aiuto di mia moglie e di un assistente mi alzo, ma sempre più spesso riesco a malapena a star seduto senza aprire il computer perche sento una stanchezza mortale. Mi costringo sulla sedia per assumere almeno per un’ora una posizione diffi­rente di quella supina a letto. Tornato a letto, a volte, mi as­sopisco, ma mi risveglio spaventato, sudato e più stanco di prima. Allora faccio accendere la radio ma la ascolto di­strattamente. Non riesco a concentrarmi perche penso sem­pre a come mettere fine a questa vita. Verso le sei faccio un altro sforzo a mettermi seduto, con l’aiuto di mia moglie Mina e mio nipote Simone. Ogni giorno vado peggio, sem­pre più debole e stanco. Dopo circa un’ora mi accompagna­no a letto. Guardo la tv, aspettando che arrivi l’ora della compressa del tavor per addormentarmi e non sentire più nulla e nella speranza di non svegliarmi la mattina.

Io amo la vita, Presidente. Vita è la donna che ti ama, il vento tra i capelli, il sole sul viso, la passeggiata notturna con un amico, Vita è anche la donna che ti lascia, una gior­nata di pioggia, l’amico che ti delude. Io non sono né un malinconico né un maniaco depresso - morire mi fa orrore, purtroppo ciò che mi è rimasto non è più vita - è solo un te­stardo e insensato accanimento nel mantenere attive delle funzioni biologiche. Il mio corpo non è più mio, è lì, squa­dernato davanti a medici, assistenti, parenti. Montanelli mi capirebbe, Se fossi svizzero, belga o olandese potrei sot­trarmi a questo oltraggio estremo ma sono italiano e qui non c’è pietà. Starà pensando, Presidente, che sto invocando per me una «morte dignitosa». No, non si tratta di questo. E non parlo solo della mia, di morte. La morte non può essere «dignitosa», dignitosa, ovvero decorosa, dovrebbe essere la vita, in special modo quando si va affievolendo a causa della vecchiaia o delle malattie incurabili e inguaribili. La morte è altro. Definire la morte per eutanasia «dignitosa» è un modo di negare la tragicità del morire. È un continuare a muoversi nel solco dell’occultamento o del travisamento della morte che, scacciata dalle case, nascosta da un paravento negli ospedali, negletta nella solitudine dei gerontocomi, appare essere ciò che non è. Cos’è la morte? La morte è una condizione indispensabile per la vita. Ha scritto Eschilo: «Ostico, lottare. Sfacelo m’assale, gonfia fiumana. Oceano cieco, pozzo nero di pena m’accerchia senza spiragli. Non esiste approdo».

L’approdo esiste, ma l’eutanasia non è «morte dignitosa», ma morte opportuna, nelle parole dell’uomo di fede Jacques Pohier: Opportuno è ciò che «spinge verso il porto»; per Plutarco, la morte dei giovani è un naufragio, quella dei vecchi un approdare al porto e Leopardi la definisce il solo «luogo» dove è possibile un riposo, non lieto, ma sicuro.

In Italia, l’eutanasia è reato, ma ciò non vuoi dire che non «esista»: vi sono richieste di eutanasia che non vengono accolte per il timore dei medici di essere sottoposti a giudizio penale e viceversa, possono venir praticati atti eutanasici senza il consenso informato di pazienti coscienti. Per esaudire la richiesta di eutanasia, alcuni Paesi europei, Olanda, Belgio, hanno introdotto delle procedure che consentono al paziente «terminale» che ne faccia richiesta di programmare con il medico il percorso di «approdo» alla morte opportuna. Una legge sull’eutanasia non è più la richiesta incomprensibile di pochi eccentrici. Anche in Italia, i disegni di legge depositati nella scorsa legislatura erano già quattro o cinque. L’associazione degli anestesisti, pur con molta cautela, ha chiesto una legge più chiara; il recente pronunciamento dello scaduto (e non ancora rinnovato} Comitato nazionale per la bioetica sulle Direttive Anticipate di Trattamento ha messo in luce l’impossibilità di escludere ogni eventualità eutanasica nel caso in cui il medico si attenga alle disposizioni anticipate redatte dai pazienti. Anche nella diga opposta dalla Chiesa si stanno aprendo alcune falle che, pur restando nell’alveo della tradizione, permettono di intervenire pesantemente con le cure palliative e di non intervenire con terapie sproporzionate che non portino benefici concreti al paziente. L’opinione pubblica è sempre più cosciente dei rischi insiti nel lasciare al medico ogni decisione sulle terapie da praticare. Molti hanno assistito un famigliare, un amico o un congiunto durante una malattia incurabile e altamente invalidante e hanno maturato la decisione di, se fosse capitato a loro, non percorrere fino in fondo la stessa strada. Altri hanno assistito alla tragedia di una persona in stato vegetativo persistente.

Quando affrontiamo le tematiche legate al termine della vita, non ci si trova in presenza di uno scontro tra chi è a favore della vita e chi è a favore della morte: tutti i malati vogliono guarire, non morire. Chi condivide, con amore, il percorso obbligato che la malattia impone alla persona amata, desidera la sua guarigione. I medici, resi impotenti da patologie finora inguaribili, sperano nel miracolo laico della ricerca scientifica. 1ra desideri e speranze, il tempo scorre inesorabile e, con il passare del tempo, le speranze si affievoliscono e il desiderio di guarigione diventa desiderio di abbreviare un percorso di disperazione, prima che arrivi a quel termine naturale che le tecniche di rianimazione e i macchinari che supportano o simulano le funzioni vitali.

Piergiorgio Welby, 22 settembre 2006

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Legge 40, finalmente incostituzionale?

Pubblicato da Simona Maggiorelli su Marzo 26, 2009

L'avvocato Filomena Gallo

L'avvocato Filomena Gallo

A cinque anni dalla sua promulgazione, dopo un tentativo referendario di abrogazione e decine di cause in tutta Italia promosse da altrettante donne in difesa del proprio diritto alla salute, senza contare la messa all’indice da parte dell’intera comunità medico-scientifica, la legge 40/2004 sulla procreazione medicalmente assistita arriva per la seconda volta sotto la lente della Corte costituzionale. Che ha fissato per il 31 marzo l’udienza per valutare i punti sollevati nel 2008 dalle ordinanze del Tar del Lazio e del tribunale di Firenze.

Sotto accusa gli articoli 6 e 13 che impongono il divieto di revoca del consenso informato, il limite di impianto di tre embrioni e il divieto di congelarli. «A partire dall’articolo 1, la legge 40 non rispetta l’articolo 32 della Costituzione, perché viola il diritto alla salute della donna, ci ricorda l’avvocato Filomena Gallo, presidente dell’associazione Amica cicogna e vice presidente dell’associazione Luca Coscioni. “Ci auguriamo – aggiunge – che la Consulta colga l’occasione per rimediare a questi effetti». L’articolo 13 è per la seconda volta al vaglio della Corte. Che già il 9 novembre del 2006 aveva dichiarato inammissibile una questione di legittimità costituzionale sollevata dal tribunale di Cagliari. Ma poi, a settembre 2007, lo stesso tribunale aveva dato ragione a una donna portatrice di una grave malattia genetica che chiedeva il riconoscimento del diritto alla diagnosi preimpianto negato dalla legge 40. Un divieto questo parzialmente corretto dalle linee guida promulgate nel gennaio 2008 dall’allora ministro Livia Turco. Certo, viviamo giorni in cui il varo della legge sul testamento biologico così come  è stato elucubrato dal centrodestra non incute ottimismo. Il ddl Calabrò è stato definito- e non a torto- «testamento ideologico» dalla senatrice radicale del Pd Donatella Poretti. Anche la vice presidente del Senato Emma Bonino non ha mancato in questi ultimi giorni di ricordare le inquietanti analogie di questa nuova norma con quella sulla Pma. Per il comune impianto antiscientista e illiberale di ispirazione cattolica che caratterizza entrambe. E il pensiero che  ci possa essere ancora un ripensamento sulla legge 40 alimenta in queste ore le associazioni di pazienti sterili e infertili e chi questa norma la combatte sin da quando è stata proposta. La Corte costituzionale potrebbe, d’un sol colpo, se guardasse al vero, dichiarare incostituzionali  due  o più articoli della legge 40.

Anche sulla base dall’ennesima bocciatura subita dalla legge 40 per mano di giudici ordinari nelle scorse settimane: il tribunale di Milano con due diverse ordinanze del 6 e del 10 marzo ha ampliato quanto affermato dal tribunale di Firenze e dal Tar del Lazio. I giudici milanesi si sono pronunciati sui ricorsi presentati da due coppie siciliane portatrici di beta-talassemia e drepanocitosi abbinata a Beta-talassemia, sostenuti dalle associazioni Hera di Catania, Sos Infertilità di Milano e Cittadinanza attiva. In questo caso è stato messo in rilievo che le pratiche di Pma risultano lesive della salute della donna e soprattutto non sono conformi al principio di non invasività stabilito dall’articolo 4 della legge 40.  E ancora , risultano  invasivi e lesivi della integrità della salute della donna l’obbligo di produrre solo tre embrioni e di trasferirli tutti insieme contemporaneamente, il divieto di crioconservazione degli embrioni, la costrizione imposta alle coppie affette o portatricidi di gravi malattie genetiche di rinunciare a una gravidanza oppure di ricorrere poi all’aborto. Secondo il tribunale si tratta di norme troppo rigide che non tengono conto delle singole situazioni. Come dire che è il carattere generale di una legge a renderla inapplicabile nelle situazioni di cura. Dal momento che queste devono essere valutate caso per caso dall’unica persona autorizzata a farlo (tra l’altro per legge). E cioè, il medico.

– di Federico Tulli da Left Avvenimenti del 27 marzo 2009


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La legge 40 di nuovo a giudizio

Pubblicato da Simona Maggiorelli su Agosto 1, 2008

Un’ordinanza del giudice civile Isabella Mariani solleva nuovi dubbi di costituzionalità. Ora la parola torna alla Consulta Intanto Scienza e vita vorrebbe imporre alla donna il curator ventris di Simona Maggiorelli

La legge 40 torna a essere sottoposta al giudizio della Corte costituzionale grazie all’ordinanza emessa dal giudice civile di Firenze, Isabella Mariani. Un’ordinanza lunga 35 pagine e che solleva molti e consistenti dubbi di costituzionalità sulla legge 40 a partire da un punto nodale: l’equiparazione che la legge sulla fecondazione assistita stabilisce fra diritti di un astratto concepito e quelli della madre. Equiparazione che cozza in particolare con una importante sentenza del ‘75 che stabiliva una gerarchia fra i diritti di chi è persona e quelli di chi persona lo diventerà solo alla nascita, come riconosce il Codice civile. E questa volta in molti, non solo le associazioni dei malati, ma anche medici, operatori, ricercatori sperano che sia davvero la volta buona. Molti i punti che il giudice toscano ha messo in discussione. Riguardano, oltreché il divieto di diagnosi preimpianto (che le linee guida varate dall’ex ministro della Salute, Livia Turco, non hanno pienamente revocato), il numero fisso di embrioni che per legge si possono produrre in vitro (al massimo tre) e l’obbligo di trasferirli tutti in utero, senza che la donna possa revocare il consenso, ma anche il divieto di crioconservazione degli embrioni. Punti talmente qualificanti che se la Consulta desse ragione alle istanze sollevate dal giudice fiorentino, la legge 40 sarebbe ripulita dalla gran parte dei suoi più odiosi e assurdi divieti, restituendo così ai medici la possibilità di scegliere di caso in caso la terapia adeguata. Ma veniamo ai punti salienti di questa storia. La coppia protagonista di questa vicenda è la stessa che, nel dicembre scorso, ricorrendo al tribunale, era riuscita a vedersi riconoscere il diritto alla diagnosi genetica preimpianto in quanto portatrice di una grave malattia genetica ad alta possibilità di trasmissione ai figli. Già allora il giudice Mariani disse che dopo quel risultato necessario nell’immediato alla coppia, si sarebbe riservata di andare più a fondo. E coraggiosamente lo ha fatto. «Ma grande è stata la sorpresa – racconta l’avvocato difensore della coppia, Gianni Baldini – quando all’udienza si è presentato un esponente di Scienza e vita» con la pretesa di costituirsi parte civile e di essere nominato curatore speciale degli embrioni. «Niente meno che il curator ventris di buona memoria del diritto romano – sottolinea Baldini -. Voleva che il giudice togliesse ai genitori la patria potestà sugli embrioni per assumerla lui come curatore speciale evidenziando il conflitto di interesse fra la madre e gli embrioni. Una cosa che non era mai accaduta prima, che ci ha lasciato tutti basiti». Il curator ventris non a caso era quella figura istituzionale nel diritto romano che interveniva quando una donna incinta era senza pater familias e senza marito, perché vedova o altro. «Per il codice dei latini la donna non era cittadina, ma praticamente una schiava e si pensava che il suo ventre necessitasse di un tutore perché non avrebbe certamente saputo gestirlo da sola», chiosa Baldini, docente di Biodiritto all’università di Firenze. Di colpo un salto indietro di più di duemila anni. Che il giudice, per fortuna, ha prontamente respinto, snocciolando ai rappresentanti di Scienza e vita tutte le ragioni strettamente giuridiche per cui non potevano in alcun modo farsi portatori di interessi specifici, né essere legittimati a estromettere i genitori dalla disponibilità sul materiale genetico che essi avevano prodotto, insomma che non potevano in nessun modo essere nominati parte civile. «Che il giudice chiamato a rispondere a Scienza e vita avesse la competenza e la sensibilità della Mariani è stato importante, temo le cose sarebbero andate diversamente se ci fosse stato qualcun altro» si lascia scappare l’avvocato che da tempo segue le cause che riguardano la legge 40 difendendo i diritti negati delle coppie sterili o portatrici di malattie genetiche che si rivolgono all’associazione Madre provetta. E se per la risposta della Corte costituzionale bisognerà aspettare con ogni probabilità fino a inizio 2009, nelle prossime settimane altri casi di coppie che sono ricorse al tribunale arriveranno a giudizio.

Left 31/08

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Vogliono annullare le donne

Pubblicato da Simona Maggiorelli su Febbraio 15, 2008

Stefano Rodotà: Il corpo della donna rischia di diventare qualcosa su cui legiferare indipendentemente dalla sua volontà. È incivile
di Simona Maggiorelli

Dopo la moratoria contro l’aborto lanciata da Ferrara che ora si candida con una lista pro-life sponsorizzato dalla Cei, Berlusconi alza il tiro e propone all’Onu di sottoscrivere la «tutela del non nato, fin dal concepimento». Intanto la responsabile “famiglie” di Forza Italia, la senatrice Burani Procaccini, già preconizza: «Con la nuova legislatura presenteremo un progetto di legge di modifica della 194, con una serie di misure di prevenzione obbligatorie e prevedendo l’interruzione volontaria di gravidanza solo a determinate e ristrettissime condizioni».

«L’iniziativa di Berlusconi e più in generale l’attacco alla 194 deriva dal rapporto sempre più forte tra le indicazioni delle gerarchie ecclesiastiche e il modo in cui una parte del mondo politico le ha raccolte», argomenta Stefano Rodotà, docente di Diritto Civile alla Sapienza di Roma ed ex garante della privacy. In Italia abbiamo avuto due episodi molto rivelatori: la legge 40 e il referendum. In questo “crescendo” Ferrara ha lanciato la proposta di una modifica della dichiarazione del 1948. E lo ha fatto manipolando fortemente i dati, facendo del terrorismo sui numeri, per esempio riguardo al deficit di nati che secondo lui sarebbe dovuto all’aborto. Dimenticando che l’aborto è un fenomeno che accompagna l’umanità dalle origini».

Professor Rodotà, qual è secondo lei il rischio più grave che minaccia il Paese in questa fase di regressione nel campo dei diritti civili?
Temo che sull’onda di questa enfasi propagandistica e ideologica molto forte si azzeri la presenza femminile. Mentre si fa finta di non conoscere gli effetti positivi delle discipline di interruzione della gravidanza sia in termini di riduzione degli aborti sia in termini di tutela della salute delle donne non più esposte ai rischi della clandestinità.

Il blitz delle forze dell’ordine nel reparto di ginecologia a Napoli parla di un clima da Medioevo. Che ne pensa?
È un fatto gravissimo. Purtroppo sta accadendo quello che non era difficile prevedere. Nel momento in cui si crea un clima di intimidazione e condanna di chi ricorre a ciò che è legalmente previsto, scattano azioni che puntano all’azzeramento della soggettività femminile e a una messa in discussione radicale e illegittima delle stesse norme vigenti. Quello che è accaduto a Napoli è assolutamente fuori dal diritto. Bisogna ricostruire immediatamente la legalità con un’inchiesta che chiarisca come sia potuto accadere.

Casini, Ferrara, ma anche la Binetti nel Pd parlano di “diritto alla vita”, ma nella Costituzione non c’è traccia di questo.
Il tentativo di cercare di estrarre dalla Costituzione una nozione di diritto alla vita non ha fondamenti. Lo stesso di può dire se guardiamo alla giurisprudenza internazionale. Nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, il diritto alla vita non è stato mai considerato come qualcosa da chiamare in causa per impedire l’aborto. Il diritto alla vita è concepito in relazione alla pena di morte. Non è un caso Ferrara sia partito proprio dalla moratoria sulla pena di monte mettendola in parallelo con quella sull’aborto con una forzatura evidentissima.

Equiparazione da cui si deduce che per lui le donne sono assassine?
È il risultato dell’azzeramento della soggettività femminile di cui dicevo prima. Il corpo della donna diviene qualcosa su cui si può legiferare indipendentemente dalla sua volontà. È una regressione civile gravissima.

Da Il Foglio parte anche una campagna per la “privacy del non nato”.
Che cosa significa privacy del non nato? È stravagante anche l’uso della terminologia. Questa contrapposizione fra il concepito e la donna è una vecchia idea che ha portato a prevedere la necessità di regolare il comportamento della madre in modo autoritario. Una contrapposizione tra diritti che nega un dato di natura, la compenetrazione tra il feto e la soggettività della madre. Non si può scorporare e contrapporre. Questo porta a ipotizzare che ci debba essere qualche altro soggetto che decide quali sono i diritti del nascituro e che può farli valere anche contro la madre, contro la sua volontà.

Parlare di diritti dell’embrione cozza con la storia del diritto. Già nel codice napoleonico era previsto che i diritti si acquisiscono alla nascita.
Questa è la tradizione civilistica. Su questo si è inserito un modo improprio, distorto, di affrontare la questione. Si è detto che il concepito ha gli stessi diritti della persona. Un’affermazione ideologica. Una serie di inestricabili problemi giuridici dimostrano la fallacia di questa equiparazione. Un rischio che la riflessione giuridica più consapevole aveva già iniziato a mettere in evidenza e cioè che per quanto riguarda l’embrione, il suo cosiddetto “statuto”, si possono anche prevedere delle tutele differenziate, ma partendo dalla premessa che embrione e persona sono cose diverse. Questa furiosa equiparazione produce delle aberrazioni giuridiche che non possono essere in alcun modo risolte.

Left 7/08

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La truffa della legge 40

Pubblicato da Simona Maggiorelli su Marzo 17, 2006

Due anni di applicazione della legge 40: i primi risultati

di Simona Maggiorelli

Il comitato Scienza e Vita guidato da Paola Binetti (ora candidata della Margherita), come molti ricorderanno fece l’anno scorso una fortissima battaglia pro legge 40. Basata su un preciso assunto: il far west procreativo stava imperversando in Italia, a tutto discapito degli embrioni, cattolicamente considerati sacri e intoccabili. E per scongiurare nonne mamme una produzione di embrioni a fini di ricerca, urgevano severi divieti. Ora, a due anni dall’entrata in vigore della legge sulla fecondazione assistita, i dati pubblicati dall’Istituto superiore di sanità dicono che quel far west paventato era una macroscopica bugia. Non che le associazioni di malati, e ancor più i medici, non l’avessero più volte denunciato, ma la smentita arriva ora con tutti i crismi di ufficialità dal Ministro della Salute. Facendo un po’ di storia tutto parte dal Luglio scorso, quando associazioni come Amica Cicogna, Madre Provetta, Unbambino.it, Cercounbimbo, insieme a altre, hanno cominciato a bussare alle porte del ministero perché, come previsto dalla legge 40 (in uno dei suoi pochi articoli condivisi da maggioranza e opposizione), fosse pubblicato il registro nazionale dei centri italiani di fecondazione assistita. Il ministro, nonostante i molti proclami, ha nicchiato a lungo. Ma ora, come ultimo atto prima delle dimissioni, e con un anno di ritardo rispetto ai tempi stabiliti per legge, ha varato l’atteso registro rendendo pubblici i dati del 2004. E che si scopre? Intanto che la percentuale di successo dei trattamenti, in meno di due anni, è passata dal 29 per cento al 25,3 per cento. Fatto grave per una legge che, come qualsiasi altra in campo sanitario, dovrebbe tutelare la salute dei cittadini, assicurando pratiche mediche sempre più efficaci e ai passo con i tempi. Già nei mesi scorsi Luca Gianaroli, direttore scientifico del Sismer di Bologna, uno dei più Importanti centri di fecondazione assistita, aveva lanciato un allarme: con la legge 40 è in aumento il numero degli aborti. «Non poteva essere altrimenti – denuncia il professore – dal momento che da due anni a questa parte è proibita in Italia la diagnosi preimpianto». E le donne possono ricorrere all’aborto terapeutico solo dopo analisi prenatali come amniocentesi e villocentesi. Ma dal neonato registro (che solo da maggio comincerà a accogliere le informazioni che riguardano il 2005) emerge anche che nel normale trattamento dell’infertilità, oggi in Italia, si ottengono molti meno risultati che in passato. Secondo l’istituto Superiore di sanità, nel 2004, sono nati con fecondazione in vitro circa 150 bambini in meno dell’anno precedente. Ma c’è anche un altro dato interessante: dei 3Omila embrioni congelati in 20 anni, nel 2004 ne restano solo 2.100 abbandonati. Tutti gli altri sono stati scongelati e hanno permesso la nascita di centinaia di bambini. «Sono informazioni molto significative – commenta la ginecologa Anna Pia Ferraretti del Sismer e responsabile per l’Italia del registro europeo di fecondazione assistita -. Confermano il quadro delle informazioni che, a titolo volontario e senza essere obblighi di legge, i centri ci inviavano già prima della nuova norma». Contrariamente a quanto sosteneva la propaganda pro legge 40 in Italia è sempre esistita una sorta di autoregolamentazione da parte dei centri di fecondazione assistita. «Ma ciò non toglie – precisa Ferraretti – che un registro nazionale pubblico e obbligatorio sia un fatto importantissimo. Anche per ricreare quel clima di fiducia verso queste pratiche mediche che in Italia si è andato deteriorando. A Fronte di una richiesta crescente da parte delle coppie, che oggi, come è noto, preferiscono andare all’estero». Un turismo dei diritti che, con il trascorrere dei mesi, mostra aspetti di sempre maggiore ingiustizia sociale. » Una ricerca su un campione di 500 coppie che si sono rivolte alla nostra associazione per avere dei consigli – racconta l’avvocato Filomena Gallo di Amica Cicogna – la dice lunga sulle evoluzioni del fenomeno. Nel 2003 ci chiedevano informazioni su trattamenti di fecondazione, sia eterologa che omologa. L’anno dopo ci chiedevano solo a quali centri stranieri potersi rivolgere. Da un anno, invece, sempre più spesso, le coppie si rivolgono a centri europei anche per quei trattamenti consentiti in Italia, come la fecondazione omologa. Semplicemente perché si sentono più tutelati, dal momento che all’estero è consentito il congelamento e la conservazione degli embrioni». Di pari passo va registrato anche un forte incremento dei prezzi. In un noto centro spagnolo – prosegue l’avvocato Gallo – in media, su 1300 coppie straniere, 350 sono italiane. Ma se un trattamento per una coppia spagnola costa 2mila euro, per una italiana ne costa 3mila». E questo senza contare i costi aggiuntivi per i farmaci. Gli stimolanti ormonali, come le gonadotropine, se prescritte in base a protocolli stranieri, non vengono rimborsate dal sistema sanitario nazionale e le pazienti che fanno i trattamenti all’estero devono pagarle interamente di tasca propria. Ma c’è anche un altro aspetto preoccupante che emerge dal registro dell’Istituto superiore di sanità: i 268 centri di fecondazione assistita riconosciuti dallo Stato, negli ultimi due anni, hanno rallentato molto l’attività. Tanto che, se l’Italia prima dell’entrata in vigore della legge 40 era al quarto posto in Europa per cicli di trattamenti, ora rischia di precipitare agli ultimi posti. L’attività dei centri si fa più sporadica, più frammentata, a tutto svantaggio delle pazienti. Mentre il danno alla ricerca italiana potrebbe trasformarsi presto in un gap profondissimo. E a esprimere una forte preoccupazione, non sono solo gli scienziati italiani, ma anche il coordinatore del registro europeo di fecondazione assistita, il ginecologo scandinavo, Karl Nigren.» La situazione italiana – ha raccontato in un convegno romano organizzato dalla Rosa nel pugno – si distacca in modo sempre più netta dal positivo andamento europeo. Oggi in Europa i trattamenti di fecondazione assistita sono in netta crescita, così come il successo dei risultati. In Scandinava, per esempio, cinque bambini su cento nascono grazie a questi trattamenti. Diversamente che in Italia, dove la legge impone di impiantare fino a tre embrioni, in Europa – continua Nigren – si tende a trasferire sempre meno embrioni, tanto che ormai sono quasi del tutto spariti casi di parti plurigemellari, con meno problemi medici, meno rischi per la salute della donna che, una volta, dopo essersi sottoposta alle terapie, poteva trovarsi davanti allo choc di ritrovarsi con tre o quattro gemelli». Ben consapevoli di questo quadro e di fronte al silenzio assordante della Casa della libertà e dell’Unione, nel cui programma non si è sprecata neanche una riga su questi temi, un gruppo di scienziati – da Anna Pia Ferraretti a Luca Gianaroli del Sismer; da Giulio Cossu del San Raffaele di Milano, a Mirella Parachini del San Filippo Neri di Roma, a responsabili di centri di fecondazione assistita come Francesco Fiorentino, Marco Favara e Mimmo Danza – hanno deciso di rimboccarsi le maniche e di scendere direttamente in politica. Candidati nelle liste della Rosa del pugno promettono di dare battaglia in Parlamento sui temi della ricerca scientifica e per l’abrogazione della legge 40. I Ds , invece, hanno candidato l’unico altro scienziato italiano, il chirurgo Ignazio Marino, che insieme a Vescovi si è cattolicamente schierato in difesa della tutela degli embrioni. Rifiutando, paradossalmente, la candidatura a Carlo Flamigni, pioniere della fecondazione assistita in Italia.

Left Avvenimenti 17 marzo 2006

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