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La rete che dà forza alla creatività

Pubblicato da Simona Maggiorelli su Ottobre 2, 2009

di Simona Maggiorelli

Gabriella Belli

Gabriella Belli, direttore del Mart

Mentre la gran parte delle istituzioni culturali  è in grande sofferenza  per i massicci tagli ai finanziamenti pubblici decisi dal governo Berlusconi, la direttrice del Mart di Rovereto, Gabriella Belli, segnala un dato in controtendenza, del tutto inaspettato: «L’interesse per l’arte contemporanea nel nostro Paese è in crescita». E in veste di presidente dell’Amaci (la rete nata dal “basso” che riunisce ventisette spazi museali) spiega: «Dalla lettura dei dati dell’ultimo anno risulta che gli spazi del contemporaneo hanno tenuto bene alla crisi che ha colpito tutti i musei, non solo in Italia».
L’arte contemporanea in Italia è sempre stata la Cenerentola. Non lo è più?
Sta crescendo anche da noi un mondo dell’arte composto di artisti, pubblico di appassionati e moltissimi giovani. Ma, quest’anno, ha inciso anche la Biennale di Venezia che attrae sempre pubblico straniero.
Mettersi in rete, unire le forze in progetti come l’Amaci quanto conta?
Il progetto è nato per far circolare le conoscenze e il sapere che ognuno di noi ha maturato negli anni. Anche se la rete dell’Amaci riunisce realtà diverse: musei, fondazioni, realtà piccole e grandi nate in contesti territoriali lontani fra loro. Ma c’è un dato che ci unisce sul piano gestionale: il trenta per cento delle nostre risorse viene dal privato. E la fisionomia degli sponsor va maturando. Negli anni Novanta le banche o le imprese che investivano in questo settore non esprimevano competenze specifiche. Oggi i partner privati, senza interferire nelle scelte di direzione culturale, orientano il marketing. E sono spariti gli sponsor che investono per un vantaggio politico immediato.
Defiscalizzare le donazioni potrebbe essere d’incentivo agli investimenti?
Avere un vebti per cento in meno di Iva  sulle spalle per un museo significa, per esempio, poter investire di più sulla collezione permanente. I maggiori musei in Europa e nel mondo aggiornano le collezioni. Da noi è raro. Invece è importante fare investimenti lungimiranti, non effimeri, anche se daranno risultati culturali solo sul lungo periodo. Il più importante investimento, comunque, riguarda la formazione. Se fin da bambini si è “esposti” a stimoli culturali, cresce l’esigenza di arte, di cinema, di musica. La maggioranza di quei giovani diventeranno, da grandi, visitatori attenti, partecipi.
Il Mart di Rovereto è un’eccellenza riconosciuta anche all’estero. Come si diventa un modello?
Il Mart ha una bella storia alle spalle. La nostra forza è stata la continuità nel lavoro e la coerenza del progetto culturale. Favorita anche dal fatto che, casualmente, non ci siano stati cambi di direzione.
Dopo il Puskin e l’Ermitage, il Gropius-Bau di Berlino ospita fino a gennaio la sua mostra I linguaggi del futurismo. Il Mart ormai esporta progetti?
Sì, ma richiede molto sacrificio. Esportare progetti culturali è un superlavoro che non produce risultati immediati e che richiede un team di lavoro davvero motivato. I miei collaboratori, per capirci, vanno a cento all’ora. Ma occorre anche il sostegno della politica, in senso alto. Le amministrazioni locali tentine ci sostengono, capiscono l’importante di istituzioni in crescita come la nostra la nostra. Ma Rovereto fa 30mila abitanti e tutta la regione 450mila. Il Mart non può vivere solo di pubblico locale, per quanto ci segua con grande attenzione.
Come si riesce allora ad attrarre pubblico da fuori regione e dall’estero?
Con progetti culturali organici, come accennavo. Il Mart si è costruito l’ identità  su progetti trasversali dedicati ad arte e scienza, arte e teatro, arte e musica. E così via. Ma anche attraverso una forte politica di investimenti nella collezione permanente. Negli anni Ottanta non avevamo da prestare. Oggi tra depositi e collezioni contiamo su 13mila opere, fra cui molti capolavori.
Al Mart è conservato un nucleo importante di opere futuriste. E a Marinetti e compagni lei dedicò una grossa mostra a Parigi.
Come valuta gli eventi del centenario 2009?

La compresenza di molte mostre ne ha penalizzate alcune. Non si può fare una mostra sul Futurismo senza opere di Boccioni. Ma la sua produzione, come è noto, non fu amplissima (morì a 37 anni). Così, alcune esposizioni del centenario risultano acefale. Senza contare che le sue opere più interessanti erano in mostra a Parigi e Londra. Parlo di quelle conservate in America perché l’Italia degli anni Cinquanta, curiosamente, le rigettò. Detto questo, ho trovato l’operazione di ricostruzione storica fatta dal Pompidou piuttosto strana: se si selezionano opere fino al 1916 o il 1918, non si vede il senso complessivo del Futurismo, anche nelle sue derive. In più esporre opere cubiste di Braque e Picasso accanto a quelle futuriste segnala uno scarto innegabile. E non a vantaggio di Severini e sodali. La grande mostra del 1986 a palazzo Grassi aveva segnato un avanzamento negli studi: l’importanza del futurismo risiede nel suo sperimentare ad ampio raggio, fra arte, cinema, teatro, moda. Nella ricerca dell’opera totale. Mostre come quella di Parigi ci fanno tornare indietro.

LA GIORNATA NAZIONALE DELL’ARTE CONTEMPORANEA
Leone d’oro alla Biennale di Venezia 2009, Tobias Rehberger il 3 ottobre, per la quinta giornata nazionale del contemporaneo organizzata dall’Amaci (Associazione musei d’arte contemporanea italiani), presenta il suo ultimo lavoro al MAXXI di Roma. All’esterno del museo progettato da Zaha Hadid  e che sarà inaugurato ufficialmente nel 2010 l’artista tedesco ha realizzato un’installazione con giochi di luci che prosegue la ricerca sviluppata in videoinstallazioni concepite come stranianti riletture di capolavori del cinema, da Welles a Kubrick. L’intervento di Rehberger nella capitale si inserisce in un calendario fittissimo di mostre ed eventi che il 3 ottobre s’inaugurano in contemporanea. Dal Museon di Bolzano in giù.  In Lombardia, per esempio, parte il progetto Twister che dissemina nuovi lavori di artisti come Loris Cecchini, Massimo Bartolini, Marzia Migliora e altri nell’hinterland milanse. A Firenze, invece, la notte tra il 2 e il 3 ottobre apre i battenti EX3, il nuovo Centro per l’Arte Contemporanea di Firenze che sarà inaugurato il 29 ottobre con la personale di Rosefeldt e Tweedy.
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Barceló, il primitivo

Pubblicato da Simona Maggiorelli su Giugno 10, 2009

miquel barcelo'

miquel barcelo'

Imprendibile Miquel Barceló, curioso viaggiatore e ricercatore fra tecniche e stili. Innamorato di “arte primitiva”, dei paesaggi di Maiorca dove è nato, e ancor più dei deserti del Mali, incessantemente rimescola tradizione e innovazione. Figlio d’arte, cresciuto in Accademia, questo cinquantaduenne artista che il Padiglione spagnolo della 53° Biennale di Venezia ha eletto a suo unico rappresentante in laguna, ha il pregio di sapersi esprimere attraverso una pittura materica viva, grezza, immediatamente comunicativa. Solo all’apparenza naif.

Dietro a certe sue figure stilizzate che sembrano incise su una superficie stratificata di lunga sedimentazione geologica e, più ancora, dietro a certe sue marine lattee, fatte di soffici onde, che quasi si lasciano toccare, in realtà non ci sono solo riferimenti all’arte preistorica spagnola e alla pittura materica contemporanea del catalano Tàpies. Ma vi si può leggere in filigrana anche una dichiarato e personalissimo omaggio alla lezione di Lucio Fontana, quando nel Manifesto Blanco scriveva di «un’arte nuova che prende i suoi elementi dalla natura»; di un’arte astratta che non è rappresentazione realistica di uomini, animali e cose, ma che prende energia dalla materia viva, dal movimento delle forme naturali che, hanno capacità di svilupparsi, per poi rappresentare qualcosa di altro e di più profondo. Ma da Fontana Miquel Barceló dichiara anche di aver mutuato una certa idea di arte tetradimensionale che va oltre la classica tridimensionalità, per creare ambienti che alludono a una spazialità nuova e – nella lettura che ne fa l’artista spagnolo – più umana. Così, quando nel 2004 fu chiesto a Barceló di affrescare la cappella S. Pere della cattedrale di Palma di Maiorca, lui ha interamente riplasmato le pareti interne della chiesa con una pittura stratificata fatta di solo colore, rendendole porose, accidentate, vissute, togliendo loro quella geometrica e ripida verticalità con cui l’architettura gotica esprimeva il rimando a un orizzonte divino e metafisico.

Ancora più divertito e, per certi versi, spiazzante l’intervento che Barceló ha realizzato l’anno scorso nella sala dei diritti umani nel palazzo dell’Onu a Ginevra, mescolando tradizione barocca e dripping alla Pollock, fino a trasformare l’intera cupola ellissoidale della sala (di 1.300 metri quadri) in un mosso antro rococò, con il colore che cola dal soffitto in concrezioni simili a stalagmiti. Visto da sotto, nella visione d’insieme, i vari colori formano un affascinante e movimentato quadro astratto. Un’opera imponente, di grande impatto visivo, e che è valsa all’artista spagnolo anche qualche accusa di gigantismo. A noi è sembrata piuttosto un’opera ironicamente anti monumentale e che racconta appieno lo spirito più giocoso e vitale dell’universo artistico di Barceló, legato paganamente al flusso della vita, alla materia, ma con un forte senso della storia umana, del passare del tempo e dei geniali salti in avanti che uno scatto di fantasia può produrre. Così nell’improvvisa intuizione dell’artista anche il meccanico e ripetitivo lavoro delle termiti può essere utile all’immagine nuova che lui intende cavare dal legno. Ma anche i pigmenti locali e addirittura le sabbie e i diversi sedimenti fluviali del Senegal, del Burkina Faso e del Mali nelle mani dell’artista capace di esprimere una propria e originale visione, possono diventare strumenti preziosi di espressione. Ce lo raccontano in particolare i disegni realizzati da Barceló negli anni Ottanta e Novanta durante alcuni dei suoi numerosi viaggi in Africa ma anche alcuni nuovi e intensi paesaggi realizzati in piccole tele in anni più recenti. Insieme a una selezione di ceramiche, dal 7 giugno, sono esposti nella personale che Enrique Juncosa dedica a Barceló nei giardini della Biennale, all’interno del padiglione spagnolo.

dal settimanale left avvenimenti 5 giugno 2009

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Mona Hatoum, e quei virus nasconti di violenza

Pubblicato da Simona Maggiorelli su Giugno 2, 2009

Mona Hatoum

Mona Hatoum

Sedie intessute da tele di ragno. E casette da incubo. Se la “normalità” è abitata dalla pazzia

di Simona Maggiorelli

Sono oggetti magici, domestici e insieme unheimlich, sottilmente inquietanti, le opere con cui Mona Hatoum da trent’anni va costruendo il suo universo d’arte. Sedie di ferro battuto intessute di rosse tele di ragno, gioielli di vetro che, visti da vicino, rivelano di essere delle bombe a mano. E ancora, grandi mappe del mondo, bianche, di latte, che mostrano la ferita di confini geografici incisi con il sangue, ma anche mappe del suo Paese d’origine, la Palestina, ricamate sopra cuscini da notte e di sogno, aprendo il cuore a una speranza di pace tessuta con filoforte. Ma torna in mente anche quella che è diventata un po’ l’immagine simbolo della poetica di Hatoum: un’ammaliante stanza nella penombra illuminata da un caleidoscopio di luci. Sulle pareti, una parata di stelle lucenti, ma fra di esse, a ben guardare, si scorgono le sagome di militari armati.
Tutta l’opera di Mona Hatoum – fatta di installazioni, sculture, opere di videoarte – può essere letta come un’accorata riflessione sulla guerra, sulla violenza dello sradicamento, sul dolore per la cancellazione di diritti umani fondamentali. Temi su cui Hatoum lavora fin da quando, giovanissima, dovette fuggire dalla città in cui viveva: una Beirut della metà degli anni Settanta devastata dalle bombe e lacerata da conflitti interni. Ma anche a Londra e poi a Berlino, dove ora spesso l’artista preferisce stare, la sua ricerca, non ha perso profondità e mordente. Anzi. Come racconta la retrospettiva Interior landscape (paesaggi interiori) che, dal 4 giugno al 20 settembre ( catalogo Charta), le dedica la Fondazione Querini Stampalia di Venezia, Mona Hatoum è passata dall’indagare la guerra e la devastazione fisica a esplorare qualcosa di più difficile da evidenziare e denunciare: quella violenza invisibile, e non meno distruttiva, che contrassegna rapporti umani malati. Anche in ambienti familiari, dove apparentemente non scorre sangue.


da Terra del 2 giugno, 2009

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Mediterraneo, mare d’arte

Pubblicato da Simona Maggiorelli su Maggio 31, 2009


Dal 7 giugno la 53ª Biennale di Venezia si fa porta d’Oriente, invitando a scoprire le tracce di un millenario incontro di civiltà.

di Simona Maggiorelli

Binabine, masque

Binabine, masque

Per secoli Venezia ha costruito la sua identità in un tessuto vivo di rapporti con l’Oriente. I viaggi di Marco Polo ce lo raccontano in chiave immaginifica e potente. Ma basta dare un’occhiata alla storia della Repubblica veneziana, nella lunga durata che va dall’anno Mille fino alla sua caduta alla fine del Settecento, per rendersi conto degli scambi continui con il mondo arabo abbiano sedimentato in lagunam le tracce di un millenario incontro di civiltà ricca e aperta alle suggestioni provenienti da Bisanzio ma anche dalla via carovaniera dell’incenso e delle spezie, dalla Persia e dall’Impero ottomano. La pittura veneta ne reca tracce brillanti, come rivelano i broccati delle trecentesche Madonne di Paolo Veneziano nel museo dell’Accademia. E più ancora certi capolavori del Quattrocento. Emblematico il Ritratto del sultano Mehmed II di Gentile Bellini.

Ma “visioni” di Oriente compaiono anche in Carpaccio mentre Giorgione ne I tre filosofi (1508) sembra lasciarsi affascinare dall’averroismo. Per non dire poi delle ascendenze arabe della cifra più caratteristica della pittura veneta: il colorismo, che maestri come Bellini, Tiziano, Veronese e Tintoretto svilupparono anche attraverso lo studio dei pigmenti delle miniature persiane, aprendosi agli effetti cromatici e alle spettacolari variazioni di toni di quelle opere di piccole dimensioni che arrivano dall’Oriente in opere di raffinta riilegatura. Un incontro di culture che ha lasciato tantissime testimonianze nelle chiese e nei musei di Venezia. E che la 53esima edizione della Biennale d’arte dal 6 giugno invita a riscoprire, disseminando mostre ed eventi collaterali alla rassegna intitolata Fare mondi negli angoli più diversi e suggestivi della città. Con un’attenzione particolare al dialogo fra arte contemporanea d’Oriente e di Occidente.

Emily Jacir, stazione 2008-2209

Emily Jacir, stazione 2008-2209

Così fra i 77 padiglioni nazionali, che quest’anno fanno segnare un record di presenze alla Biennale diretta da Daniel Birnbaum, compaiono per la prima volta gli Emirati Arabi, mentre tornano a essere rappresentati in laguna Iran, Siria e Palestina. E se manifestazioni come Art Dubai o la nona edizione della Sharjah biennal hanno avuto nei mesi scorsi una forte risonanza in Europa, l’effetto spiazzamento che ha prodotto la collettiva Unveiled, new art of the middle East proposta fino al 6 maggio scorso dalla Galleria Saatchi di Londra la dice lunga sui cliché con cui il pubblico occidentale ancora oggi si accosta alla sfaccettata galassia dell’arte araba. «Dopo anni spesi a cercare di trasmettere il mio appassionato interesse per il Medio Oriente e per l’arte araba moderna e contemporanea, l’argomento è diventato di gran moda» commenta la storica dell’arte Martina Corgnati sulla rivista Magazines. Ma da quel momento, nota la studiosa, è diventato tutto un proliferare di “esperti”, di viaggiatori dell’ultima ora, «di mostre e pubblicazioni che, fatte salve come sempre le eccezioni, hannosoltanto contribuito ad accrescere l’immensa confusione che oggi è diventata più densa e impenetrabile delle tempeste di sabbia nei deserti». Fra le confusioni interpretative più comuni e macroscopiche, la riduzione di tutti o quasi gli artisti arabi a una medesima matrice religiosa islamica. Tanto che di fronte alle opere d’arte (figurativa e non) selezionate da un gallerista pur à la page come Saatchi, c’è stato chi si è stupito del loro tono polemico e talvolta provocatorio. Ma se è vero che gli artisti di Unveiled erano soprattutto giovani emigrati in Occidente decisi a tagliare recisamente i ponti con le rispettive culture d’origine, la Biennale di Venezia – almeno sulla carta- dichiara di voler offrire panoramiche approfondite sulla scena artistica di città simbolo del mondo arabo come, per esempio, Marrakech, Teheran e Damasco. Così nel padiglione del Marocco allestito in Santa Maria della Pietà dal 6 giugno si potrà conoscere più da vicino la nuova “onda marocchina” cresciuta dal 2006 intorno al Centro di arte contemporanea di Rabat ma anche il lavoro di due personalità di spicco come l’artista Fathiya Tahiri che rilegge in forme sensuali i gioielli femminili della tradizione berbera, praticando al contempo una pittura astratta, intimista e altamente poetica.legato alla tradizione africana, rielabora l’iconografia delle maschere e dei totem scolpiti l’artista e scrittore Mahi Binebine, usando pigmenti puri stesi con le mani sulla tela oppure realizzando immagini inquiete e dolenti, con interventi che bruciano la tela. Immagini sfocate, indefinite con cui Binebine “completa” l’epos dei suoi romanzi, spesso dedicati all’esilio e all’emigrazione. E se i temi politici e la denuncia dei diritti umani violati sono il filo rosso che lega il lavoro dei sette artisti che a Venezia rappresentano la Palestina, negli spazi del Convento di S. Cosma e S. Damiano accanto a opere di forte impatto emotivo che vogliono dare un volto e una voce alle vittime civili dell’esercito israeliano, troviamo anche le creazioni di Emily Jacir che provano a immaginarsi un futuro multietnico e aperto al dialogo fra culture diverse. Al registro poetico e vitale della giovane artista palestinese fa eco il registro alto ma intriso di dolore della più matura Mona Hatoum. Artista palestinese che ha vissuto per molti anni da esule a Londra. Al suo lavoro trentennale la Fondazione Querini Stampalia dedica la retrospettiva Interior landscape, con 25 opere scelte insieme alla curatrice Chiara Bertola e in cui Hatoum evoca dolenti ”paesaggi interiori” legati a situazioni di sradicamento, di lontanza, di guerra. Solo nel padiglione della Siria, alla fine, ritroviamo la seduzione di un possibile e pieno dialogo fra culture diverse, senza sanguinose lacerazioni.In Ca’ Zenobio dal 7 giugno artisti siriani e italiani s’incontrano sul tema “Mediterraneo, crocevia di arte”. Curata da Spatafora e Dall’Ara la rassegna getta un ponte fra l’arte materica di un maestro come Yasser Hammoud e il realismo magico di Issam Darwich. Con loro si dipana la riflessione di artisti come Franca Pisani, Concetto Pozzati e molti altri.

L’Inaugurazione

La nuova Punta

della Dogana

punta della dogana

punta della dogana

Se ne parla da anni ed è uno dei più attesi eventi d’arte dell’anno: parliamo del recupero del complesso monumentale di Punta della Dogana, restaurato dall’architetto giapponese Tadao Ando, nel rispetto degli spazi originari. «L’edificio di Punta della Dogana – ha spiegato lo stesso Ando – ha una struttura semplice. Il volume crea un triangolo, analogo alla punta dell’isola di Dorsoduro, mentre gli interni sono ripartiti in lunghi rettangoli. Il lavoro di restauro – precisa l’architetto giapponese – è stato eseguito con un profondo rispetto per questo edificio emblematico, tutte le partizioni aggiunte nel corso delle ristrutturazioni precedenti sono state rimosse per ripristinare le forme della primissima costruzione. Riportando alla luce le pareti in mattoni e le capriate. In modo che lo spazio che rimanda alle antiche usanze marinare, ritrovasse le sua propria energia». In queste suggestive sale affacciate sul mare il francese Francois Pinault (che gestisce già Palazzo Grassi) espone opere della sua vastissima collezione d’arte.

Granelli di poesia

Incontro con l’artista iraniano Mosehen Vasiri

«Le immagini della pittura di Vasiri appartengono alla categoria delle impronte, dei segni, cioè, che il nostro essere imprime nell’essere del mondo e per mezzo dei quali costruisce la sua esperienza» scriveva Argan nel 1960 a proposito delle sorprendenti Sabbie interiori con cui l’artista iraniano esordiva nel panorama dell’arte italiana, in quegli anni vivacizzato dallanuova esperienza dell’Arte povera. Arrivato a Roma pochi anni prima, senza conoscere una parola di italiano e con pochi soldi, il giovanissimo Vasiri, fresco di diploma all’Accademia di Teheran, aveva deciso di andare all’estero per crescere artisticamente nel confronto con altre culture. «In Accademia non avevo incontrato maestri in grado di insegnarmi cose nuove – racconta Vasiri che a 85 anni continua ogni giorno a sviluppare la sua ricerca artistica-. Ma soprattutto il modello che ci veniva indicato era un certo realismo sociale mutuato dall’Urss. In pratica realismo di regime. «Benché all’epoca sapessi poco di arte – spiega Vasiri- maturai un istintivo rifiuto verso questo modo di dipingere, perché vedevo che il colore non era mezzo di espressione ma serviva solo a riprodurre la realtà». A fagli cambiare strada di lì a poco sarebbe stato l’incontro, anche se indiretto, con l’arte di Van Gogh e di Cézanne: «Un insegnante dell’Accademia tornò da Parigi con alcune stampe. D’un tratto mi si aprì un orizzonte sconosciuto di libertà di espressione e decisi di seguire quella via». Una strada di ricerca personale che di lì a poco in Italia sarebbe stata corroborata da alcuni incontri, come quello con Toti Scjaloia, che fece conoscere a Vasiri l’action painting di Pollock. Ma importante fu anche conoscere l’arte di Burri e di Fontana. Fino a quella improvvisa intuizione che la sabbia di Castel Gandolfo che ricordava a Vasiri quella del deserto, poteva formare immagini evocative, segni sconosciuti ma che parlavano a chi sapeva lasciarsi andare nel guardarli. Nasce così la prima serie di Sabbie interiori che Vasiri realizzò a Roma tra il ‘60 e il ‘63 e che dal 5 al 30 giugno la storica dell’arte Marina Giorgini presenta nello spazio Studioplano in Fondamenta della Misericordia a Venezia. «Vasiri torna a Venezia dopo cinquant’anni dalla sua prima partecipazione alla 29° edizione della Biennale – annota la curatrice – un appuntamento a cui Vasiri si era presentato con un dipinto ancora figurativo e riecheggiante memorie persiane».

da left-Avvenimenti del 29 maggio 2009

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La nuova frontiera della bioarte

Pubblicato da Simona Maggiorelli su Maggio 20, 2009


Intellettuali e artisti  in una due giorni di studi per parlare di creatività, scienza e  nuovo ambiente umano

di Simona Maggiorelli

Love difference di Pistoletto

Love difference di Pistoletto

Derrick de Kerckhove, con l’antropologo Marc Augé e l’artista Michelangelo Pistoletto, ideatore alla metà degli anni Sessanta dei primi quadri specchianti nonché della celebre Venere degli stracci, sono fra i protagonisti di una due giorni dedicata alla bioarte, il 22 e 23 maggio nel museo di palazzo Tornielli, a Miasino e Ameno, in provincia di Novara. Con loro, tra gli altri, ci saranno i critici d’arte Massimo Melotti e Francesca Alfano Miglietti ma anche lo studioso di nuovi media Juan Carlos de Martin.

Con il titolo “Futura. Mutamenti e visioni del contemporaneo” prende il via un dialogo fra filosofi, artisti e scienziati per riflettere sugli sviluppi del biotech ma anche delle sue ricadute, nella realtà e in quello che una volta si chiamava “l’immaginario collettivo”. La due giorni di studi, promossa dall’associazione Asilo bianco, ha un obiettivo preciso: mettere in moto la creatività in ogni campo per migliorare la qualità della vita delle persone senza distruggere il paesaggio. Anzi al contrario mettendo l’arte, la creatività ma anche l’innovazione tecnologica “a servizio” del territorio, per il rispetto della natura, ma anche e soprattutto per creare un ambiente più umano. Così se i protagonisti della land art degli anni Settanta costruivano con terra e sassi spirali sulla superficie dei grandi laghi dello Utah oppure sorvolavano lo Yucatan per andare a mettere frammenti di specchio fra gli alberi, oggi i fautori della bioarte utilizzano le scoperte fatte nei laboratori di genetica per far discutere sulle possibilità positive ma anche sui rischi dell’uso indiscriminato della genetica (vedi l’interessante volume Dalla land art alla bioarte, Hopefulmonster).

«Una visione del futuro – spiega il bioartista Paolo Gilardi – non può che nascere da un’analisi delle mutazioni in atto nella contemporaneità. Ma è qui che si presenta la sfida che consiste nel discriminare le tendenze “vincenti”. La ricerca artistica fornisce a questa analisi la “lente” della soggettività ma anche dei bisogni e delle esigenze collettive più profondi». La ricerca della bioarte, così si fa parente stretta della bioetica e della biopolitica mettendo in rete a livello globale tutti quegli artisti che «si interrogano sul rapporto dell’uomo con la natura e prefigurano esperienze esistenziali nuove sul piano dei comportamenti, delle relazioni e della visione euristica del mondo». Un progetto che Gilardi cerca di realizzare anche attraverso il lavoro dell’Art program del Parco d’arte vivente, la nuova istituzione civica di Torino dedicata al rapporto tra arte e natura.

love difference 2E di ricerca artistica “responsabile”, aperta al sociale, parla anche l’artista Michelangelo Pistoletto, con il progetto Love difference, realizzato a più mani con altri artisti e con una associazione no profit nata proprio per «stimolare il dialogo tra le persone che appartengono a diversi background culturali, politici o religiosi». Un progetto che nella Biennale di Venezia del 2005 sfociò nel progetto Terzo Paradiso. «Il Terzo Paradiso è il nuovo mito che porta ognuno ad assumere una personale responsabilità in questo frangente epocale. Significa – spiega Pistoletto – il passaggio a un nuovo livello di civiltà planetaria, indispensabile per assicurare al genere umano la propria sopravvivenza».

da Terra del 20 maggio 2009

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Fuori dall’euforia della pop art

Pubblicato da Simona Maggiorelli su Aprile 10, 2009

A tre anni dalla sua scomparsa una monografia curata da Fabrizio D’Amico invita a rileggere l’opera di Mimmo Rotella

di Simona Maggiorelli

mimmoLa reazione all’informale alla sua furia iconoclasta e nihilista, sfociata nel “suicidio” di artisti come Pollock, negli anni Sessanta fu fortissima.Ma se l’arte povera cercò una via di uscita da quel caos attraverso un nuovo e più intimo rapporto con la realtà, la pop art annullò ogni tormento con l’euforia di immagini cartellonistiche e piatte. Sulla lacerazione non sanata e non ricomposta di Rothko, di Stella e degli artisti che animarono la cosiddetta scuola di New York, Warhol e compagni stesero una mano di sgargiante vernice: Marylin in serigrafia accanto a una gigantografia di una lattina di zuppa; frammenti di realtà quotidiana riprodotti in una cartellonistica seriale. Con la pop art l’immagine si fa piatta e indifferente. Ma se la Biennale di Venezia  del 1964 segnò anche in Europa l’affermazione del pensiero unico di Warhol, con una profusione di opere che isolano oggetti e merci per farne dei feticci, delle icone, dei totem, il filone italiano che ne fu più influenzato non può essere ascritto tout court a quella tendenza di riduzione al grado zero della creatività.

Pensiamo, in questo caso, all’opera di un artista come Mimmo Rotella che – a tre anni dalla sua scomparsa- una monografia curata da Fabrizio D’Amico (Rotella, disegni, Umberto Allemandi editore) invita a rileggere, prestando particolare attenzione alla sua ricca attività di disegnatore.

Accanto all’immagine più nota dell’artista romano, fantasioso compositore di quadri con la tecnica del décollage, emerge così anche un suo tratto più intimo che si esprime in tavole colorate di vaga ispirazione picassiana e in disegni e bozzetti: nel corso del tempo, via via sempre più stilizzati, specie quando si tratta di ritratti di persone e nudi di donna. Con tutta evidenza, già negli anni Settanta, Rotella era del tutto fuori dalla celebrazione del trionfo della merce tipica di Lichtenstein, Johns, Dine, per quanto ironica fosse verso i meccanismi del consumismo e della società di massa.

Dopo l’informale e l’insana vertigine di una perdita totale del rapporto con la realtà, la strada scelta da Rotella non sarà quella di riprodurla anche se in termini polemici e corrosivi. Se qualcosa mutua dall’arte americana è piuttosto lo stile combinatorio del new dada alla Rauschenberg. Ma anche in questo caso il suo riuso di lacerti di realtà, cartelloni strappati e locandine del cinema, non mira banalmente allo scenografico. Quelle immagini rovinate e strappate diventano per Rotella il vocabolario con cui creare un sua visione del mondo. «Per strada mi colpirono alcuni muri tappezzati di affissi lacerati- raccontava lui stesso-. Mi affascinavano letteralmente, anche perché pensavo allora che la pittura era finita e che bisognava scoprire qualcosa di nuovo, di vivo e di attuale. Sicché la sera cominciavo a lacerare questi manifesti, a strapparli dai muri e li portavo a studio… componendoli in immagini nuove».

da left Avvenimenti 24 aprile 2009

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Zero Tolerance verso dio

Pubblicato da Simona Maggiorelli su Febbraio 6, 2009

539123210_441ef33331_b di Simona Maggiorelli

La rivolta di un artista contro la xenofobia va “in scena” con immagini dirompenti nella multietnica Torino: città di frontiera, avamposto verso l’Europa, ma da sempre teatro di un aspro conflitto fra “città alta” e immigrazione. I migranti degli anni 50 e 60 arrivavano dal Sud d’Italia. Quelli di oggi, ugualmente in cerca di lavoro e di una vita migliore, arrivano dall’Africa, dalla Romania e dall’Albania…La violenza resta la stessa. Anche se cambiano “le parole che escludono”.

Adel Abdessemed ripercorre quelle rotte reinventando la propria storia. Nato a Costantine nel ‘71 e fuggito dall’Algeria al tempo della dittatura militare, prima è approdato in Francia, poi – forte di una ricerca artistica dirompente – si è fatto la sua strada nella Grande Mela. Le sue immagini orchestrate mescolando mezzi differenti (video, fotografia, scultura, performance) raccontano il dolore dell’esilio, dello sradicamento, denunciano la violenza razzista. Ma soprattutto esprimono un forte rifiuto del fondamentalismo. Cristiano o islamico che sia. Un rifiuto che nelle sue opere si esprime spesso attraverso il ribaltamento, il gusto di dire il contrario di ciò che è. Non a caso la sua personale alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo di Torino (fino al 18 maggio) si intitola ironicamente Le ali di dio.

Con linguaggio schietto e per questo “scandaloso”, Adel infrange i tabù religiosi con immagini che parlano di desiderio e di un’irrazionale “selvaggio” come un possente leone che, solitario, si aggira nel cuore della metropoli (Séparation, 2006). Poi, con un meccanico tango fra una donna in abito da sposa e uno scimmione Adel rovescia vecchie e noiose fiabe. Mentre in Foot on (2003) è ancora il piede nudo di una ragazza che, elegante, scansa una lattina di Coca Cola a dare il senso di un netto  rifiuto dei falsi miti a stelle e strisce. Ma non sono sempre immagini “belle”. Una carcassa di auto arsa e rovesciata, nella sua nuda brutalità, in Zero Tolerance (2006) diventa inaspettatamente un monumento ai ribelli caduti della banlieue parigina. E uno scroscio di latte che inzuppa un uomo di colore (Zen, 2000) è insieme denuncia dello sguardo violento dell’uomo bianco,quanto della feroce superstizione religiosa che in Tanzania condanna a morte gli albini. Nella fucina artistica di Abdessemed le immagini, anche quelle più comuni, perdono la scorza dell’ordinario per offrire la sorpresa di un pensiero imprevisto. In un fertile corto circuito di senso. In un subitaneo ribaltamento di punti di vista. Talvolta scioccante. E se in Real Time (2003)  Adel mette in scena un Ratto d’Europa visto attraverso la lente delle più recenti ingiustizie perpetrate dal mondo occidentale ai danni del Medioriente in Mohammedkarlpolpot (1999) l’artista algerino urla che il genocidio non appartiene solo all’imperialismo. Ma può accadere ovunque se alla pazzia di uno o di pochi si allea inspiegabilmente la pazzia di una folla di gregari. Nell’immaginario di Adel Mohammedkarlpolpot rappresenta la violenza di ogni ideologia astratta e religiosa. “E’ insieme la rappresentazione del profeta, del filosofo e del dittatore: una trinità in grado di catturare l’immaginazione delle masse” scrive il curatore Francesco Bonami. Che così conclude: “Non  è la speranza che Adel ci offre, ma la volontà di combattere il torpore della realtà, a cui troppo spesso ci abituiamo. Abbiamo bisogno dell’amore come una forza che ci spinga tutti a ribellarci all’ingiustizia. E tuttavia, come il Karamazov di Dostoevskij sappiamo che la salvezza di uno non serve a nulla se non ci salviamo tutti. L’arte di Abdessemed è amore spogliato di ogni debolezza romantica”. Amore come forza, come passione vitale, mai come sentimentalismo. da Left-Avvenimenti 13 febbraio

Da Sud a Nord e viceversa. Luca Vitone e Adel Abdessemed. Due artisti in transito di Simona Maggiorelli

Cosmopolita per scelta ma anche per “errore” ( nel 2003 la Biennale di Venezia per sbaglio lo dava per svizzero) Luca Vitone è spesso in transito fra Genova ( dove è nato), Milano ( dove vive) e New York ( dove lavora). Ma questo suo Ultimo viaggio lo ha portato a cambiare rotta. Lo racconta la sua nuova mostra alla Nomas Foundation di Roma. Curata dal critico d’arte Cornelia Lauf segna una nuova tappa della riflessione che Vitone sul rapporto fra luogo e mappa, fra curiosità del viaggiare e di nuovi incontri e voglia di perdersi in se stessi. Classe 1964 e con un tratto di esperienza artistica condivisa con l’amica e concittadina Vanesse Beecroft, Vitone, nonostante una scelta stilistica scabra e quasi minimalista, non invita a chiusura solipsistica. Prova ne è questa mostra romana che, in un combinato disposto di fotografia, video, sabbia e vecchie auto apre le mura di una stanza a orizzonti sconfinati. Vitone esplora le trasformazioni sociali dei territori che attraversa cercando le tracce vive delle tradizioni locali. La spinta creativa in questo a caso viene dalla memoria di un viaggio in auto da Genova al Golfo Persico compiuto dall’artista quando era poco più che adolescente. In Ultimo viaggio ( aperta fino al 20 marzo) tracce di autobiografia d’artista si intrecciano poeticamente a schegge di immaginario collettivo sull’eterno sogno di una libera fuga verso il Sud. Un viaggio da Sud, dal sole del Nordafrica al Nord delle nebbie di Torino, invece, è quello compiuto dall’artista algerino Adel Abdessemed che alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo. Fuggito dal suo Paese ai tempi della dittatura militare, Abdessemed si è trasferito in Francia con la famiglia quando era ancora bambino e oggi vive e lavora a New York. All’incrocio di queste diverse rotte culturali e di vita nasce il suo lavoro che mescola video, fotografia, scultura e performance. A Torino, in questa mostra curata da Francesco Bonami, Abdessemed gioca causticamente con Ali di dio mescolando in chiave spiazzante sesso, religione e politica. Le sue opere sono spesso giudicate scandalose perché usano un linguaggio scarno e diretto. Al fondo, come nel caso di questa mostra torinese, vi si legge una denuncia della violenza della religione, ma anche di ogni razzismo e di ogni eslusione fatta sulla base di pregiudizi, paure, deliri che alterano l’immagine dell’altro. Fra la bellezza delle immagini e la violenza dell’ideologia che nascondono Abdessemed crea un potente corto circuito. A crearlo, nelle opere di questo giovane artista algerino, può essere anche del latte versato sul volto di una persona di colore. La tensione emotiva che da artista riesce a creare si trasforma in una salutare scossa emotiva in chi guarda. Per esprimere la cieca violenza di certa idee sull’altro in Practice zero tolerance del 2008 gli basta un calco in terracotta della cracassa di un auto carbonizzata e riversa un un fianco. Dal quotidiano Notizie Verdi, 11 febbraio 2009

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Nel segno di Caravaggio

Pubblicato da Simona Maggiorelli su Dicembre 29, 2008

Due mostre dedicate al genio del Seicento e la Biennale firmata da Birnbaum fra gli eventi più attesi del 2009 di Simona Maggiorelli

Se il 2009 sarà l’anno dell’attesa Biennale di Venezia firmata dallo svedese Birnbaum, quello alle porte, dal punto di vista dell’arte, tocca rassegnarsi, sarà anche l’anno del Futurismo e del suo inventore, quel Filippo Tommaso Marinetti che, annusato lo spirito dell’avanguardia parigina, ne fece una traduzione casereccia e fascistoide inneggiando alla nuova era «dell’uomo dalle parti intercambiabili» e al mito di una modernità fatta di sole macchine. Accanto alla ridda di mostre e pubblicazioni – perlopiù a uso romano e milanese e delle rispettive giunte – spiccano, però, oltre alla monografia edita da Skira, alcune iniziative come l’uscita del libro dello studioso di letteratura russa Guido Carpi, Futuriste. L’altra metà dell’avanguardia (Castelvecchi) e la mostra al Mart di Rovereto dedicata alle invenzioni creative del cubofuturismo russo, ben lontano dalla retorica retriva del futurismo nostrano. Ma intanto, in attesa dei cosiddetti grandi eventi, già da gennaio, fioriscono qua e là in Italia esposizioni, apparentemente “in minore” ma che hanno il pregio di invitare il pubblico a tornare a godersi grandi classici. A cominciare dalla mostra che Brera dedica dal 19 gennaio, nell’occasione del bicentenario della sua Pinacoteca, all’opera geniale di Caravaggio e incentrata su alcune opere come La cena di Emmaus del 1606, qui a confronto con un’altra edizione autografa dell’opera conservata alla National Gallery di Londra. Una mostra, quella di Brera che sarà accompagnata da catalogo Electa a cura dell’allieva di Longhi, Mina Gregori e che, idealmente, avrà un seguito a settembre, a Roma, con la rassegna Caravaggio e Bacon alla Galleria Borghese, incentrata su un confronto per molti versi ossimorico, fra il maestro del Seicento italiano e il pittore irlandese ora celebrato in una mostra alla Tate Gallery di Londra; un confronto fra antico e moderno pensato da Claudio Strinati e Michel Peppiatt, in accordo con quella ipervalutazione che le angosciate visioni di Bacon continuano ad avere da alcuni anni in Europa e negli Usa. Ancora fra i “grandi eventi” una proposta Electa nata in collaborazione con il Comune di Urbino, che in primavera ospiterà una mostra dedicata ai lavori giovanili di Raffaello raccogliendo in Palazzo Ducale una ventina di dipinti e altrettanti disegni del pittore urbinate. A Forlì invece, dal 25 gennaio, si ripercorre L’ideale classico tra scultura e pittura di Antonio Canova, con alcuni inediti confronti con opere di Raffaello e Tiziano. Dalla instancabile fucina di Linea d’ombra libri, coprotagonista di tutte le mostre di Marco Goldin, poi, una doppia proposta per la friulana Villa Manin: una mostra dal 26 settembre dedicata all’età di Corot e Monet e, quasi in contemporanea, una rassegna dedicata al simbolismo e alla secessione viennese, raccontata attraverso le opere di Boecklin, Klimt e Schiele. E poi, per approdare al Novecento, al Palaexpo di Roma (ora sotto la guida di Ida Gianelli) una mostra dedicata ad Alexander Calder, e alle sue architetture aeree in lamine colorate che cambiano forma a ogni soffio d’aria e, sempre a Roma, alla Gnam, dal 4 marzo, una retrospettiva dedicata a uno degli artisti americani contemporanei più noti: Cy Twombly. Infine, da non perdere di vista, la grande retrospettiva che la Galleria nazionale dell’Umbria dedica dal 4 aprile ad Alberto Burri, la più importante nella sua terra natale, dopo la grande mostra che gli ha appena dedicato la Triennale di Milano.

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Fontana, lo scultore

Pubblicato da Simona Maggiorelli su Novembre 28, 2008

A Genova un’antologica racconta la coerenza della ricerca dell’artista italo-argentino di Simona Maggiorelli

Il grande arabesco di luce della Triennale di Milano del 1951 accoglie il visitatore all’ingresso. Ma subito si precipita nel buio di pece di “concetti spaziali” ribollenti di riflessi. Per approdare poi ai fuochi di artificio di un rosa acceso, crivellato di buchi; un rosa impossibile da trovare in natura. Nelle prime stanze dell’appartamento del doge in Palazzo Ducale a Genova opposti mondi di colore introducono all’universo prismatico dell’arte di Lucio Fontana. Poi è la volta dell’oro caldo, materico e barocco, della stanza delle “Venezie” e del rosso vivo, pulsante, delle “Attese”, percorse dal dinamismo di tagli che cambiano al mutare del nostro sguardo e a seconda dell’incidenza della luce sulle zone d’ombra che si aprono all’interno della tela, là dove è stata lacerata dai fendenti ritmici e precisi dell’artista. Fino a che il respiro si blocca in una sala di un bianco “metafisico” inviolato. Al centro, la celebre tela ovale intitolata La fine di Dio, che Fontana realizzò nel 1963. Ogni sala, una scelta monocroma. Sono il colore e la luce, come questa mostra genovese dichiara fin dal titolo a scandire il percorso di questa antologica di Lucio Fontana (aperta fino al 15 febbraio, catalogo Skira, Lucio Fontana, luce e colore). Non una più prevedibile sequenza cronologica. Una buona parte delle 130 opere raccolte dai curatori Sergio Casoli e Elena Geuna in collaborazione con la Fondazione Lucio Fontana provengono da collezioni private, ma non è solo la rarità della loro esposizione al pubblico a rendere particolarmente interessante questa retrospettiva. In anni recenti e (finalmente) di grande fortuna critica dell’artista italo-argentino sono tantissimi gli eventi a lui dedicati. fontana_Più volte ce ne siamo occupati anche in queste pagine. Dalla grande mostra al Centre Pompidou a quella dell’estate scorsa a Londra, è stato l’aspetto eclettico, imprevedibile, dissacrante, iconoclasta dell’arte di Fontana a essere portato in primo piano. Certo, i buchi di Fontana che fecero scandalo alla Biennale di Venezia del 1950 superavano in modo rivoluzionario e dirompente la bidimensionalità del quadro, sussumendo lo spazio reale in quello artistico. Mentre i successivi ambienti spaziali sembravano alludere a una tridimensionalità che non è soltanto fisica, ma anche interiore. Ma dalle prime sculture degli anni 30 ai buchi, ai tagli, alle ceramiche, fino alle originali riletture del mito dell’opera totale negli ambienti spaziali degli ultimi anni, un medesimo e rigorosissimo filo di ricerca sembra percorrere le intuizioni e le invenzioni di Fontana. La ricerca sulla luce e sul colore sono il filo rosso, come ci racconta la mostra genovese. Ma non solo. Fontana nasce scultore e, come suggerisce Enrico Crispolti nel libro Lucio Fontana, scultore (Electa), forse fu sempre e “soltanto” scultore. Nella ricerca di una nuova spazialità, che non si esplica meramente nella realtà materiale, ma presuppone uno spazio interiore da parte dell’artista, una sua fantasia interna e più profonda che non lo porta a scolpire solo degli oggetti.

Left 48/08

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Nacque in prigionia il genio di Burri

Pubblicato da Simona Maggiorelli su Novembre 19, 2006

In mostra le opere che l’Italia provinciale denunciò all’Ufficio di igiene. Le famose tele di “sacchi” bucati e logorati erano i “materiali” dei campi di concentramento e insieme la trasfigurazione delle tragedie vissute in guerra. Solo l’arte poteva, se non sanare, almeno tentare di esprimere una protesta, che andasse al di là di un semplice grido di dolore

di Simona Maggiorelli

alberto-burriNel cortile di un campo per prigionieri di guerra, in una zona desertica del Texas, il medico Alberto Burri diventò artista.
Troppo angoscioso e atroce quello che gli era capitato di vedere sotto le bombe, nella distruzione di uomini e di cose che la guerra aveva prodotto. Lui, giovane ufficiale medico fatto prigioniero in Tunisia, si trovò, così, a provare ad elaborare quell’immenso dramma con quel che aveva sotto mano. Con pochissimo. Pezzi di corda, sacchi di juta, qualche resto di spazzatura.
Solo l’arte, in quella situazione poteva, se non sanare, almeno tentare di esprimere una protesta duratura, che andasse al di là di un semplice grido di dolore. Nacque così il primo Saccodi Burri, fatto di materie poverissime, tela logorata, bucata e consunta, muffe e materiali di rottamazione. Quel Sacco che esibendo una realtà lacera, ferita, ridotta a brandelli, fece scandalo alla sua prima apparizione nella Galleria di arte moderna di Roma, nel 1960 e alla Biennale di Venezia. Al punto da sollevare interpellanze parlamentari e, persino, denunce all’Ufficio di igiene. Quello che è certo e che l’arte italiana, che negli anni delle avanguardie storiche non aveva avuto un Picasso, ma solo qualche attardato futurista, si trovò davanti, per la prima volta, un modo di fare arte che non era più mimesi della realtà, ma composizioni astratte di buchi, strappi, improvvise bruciature che riuscivano a rappresentare il dramma di una generazione più di un qualunque ritratto. E con la sensazione che poi non si sarebbe più tornati indietro. Almeno non nel senso di ritornare a un figurativo rassicurante come lo intendeva l’ultimo Ottocento. La svolta di Burri e di alcuni altri artisti che, con mezzi diversi, stavano percorrendo le stesse strade (in primis Fontana, ma anche il francese Yves Klein e poi Beuys, Kounellis, Pistoletto e molti altri) apriva a un nuovo modo di concepire lo spazio, coinvolgendo direttamente lo spettatore, inviatandolo a diventare anche lui, con quadri specchianti e sculture da abitar la fondamentale triade artista, ambiente, spettatore. Di questo mutamento, che fu un terremoto per l’arte del dopoguerra, e che apriva alla sperimentazione di nuovi materiali (ferro, legno, catrame, feltro, vetro, ma anche vinavil, cellotex e molto altro) e, dal punto di vista dei contenuti apriva ai temi della pace, dell’ambiente, di un nuovo umanesimo, Alberto Burri fu protagonista schivo, ma assoluto.
La mostra che si apre il 17 novembre alle Scuderie del Quirinale a Roma lo racconta. Riscoprendo, a dieci anni dalla scomparsa dell’artista umbro, la centralità e dell’attualità di queste sue invenzioni creative, che poi sarebbero state riprese, sviluppate, trasformate e portate avanti da più di una generazione di artisti: dal gruppo dell’Arte povera in Italia, ma anche da artisti americani come Rauschenberg o Schnabel che, proprio grazie anche al rapporto diretto con Burri, riuscirono a sviluppare un proprio modo originale di fare arte, sfuggendo alla piattezza seriale della pop art, che negli anni Sessanta, Oltreoceano e non solo, era padrona assoluta della scena artistica. Maurizio Calvesi che è stato fin dagli anni Cinquanta uno dei primi studiosi dell’opera di Burri ma anche, appena qualche mese fa, artefice di una delle più complete retrospettive di Burri, nella sua terra di origine, Città di Castello, per questa nuova e importante esposizione romana, intitolata Burri, gli artisti e la materia 1945-2004, seleziona un nucleo forte di 21 opere, fra le più significative dell’opera di Burri, da Grande sacco e Rosso degli anni Cinquanta fino ai Cretti degli anni Settanta e all’ultimo Cretto nero e oro del 1994, costruendo a raggiera, tutt’intorno percorsi di assonanze e vicinanze con opere di artisti dell’Arte povera e della scena internazionale, coeva e successiva a Burri. Inedito il parallelo che Calvesi getta fra Burri e Klein, affiancando i sanguigni Rossi del maestro umbro, con i vibranti monocromi bluoltremare, con cui l’artista francese, scomparso a soli 34 anni, riusciva a cambiare, la qualità emotiva.
Celebre Immateriel in cui Klein utilizzava un procedimento simile di cartoni compressi e bruciati che poi andavano a formare, nel finito, aloni diafani e evanescenti, evocando l’idea di umani ridotti a flebili ombre. Più noto, invece, ma non meno affascinante da vedere finalmente dal vivo il confronto fra l’uso dei materiali poveri da parte di Burri e da parte dei cosiddetti artisti dell’arte povera: da Kounellis con opere fatte di acqua, fuoco e terra, da Zorio e Merz nei loro esperimenti con il neon e la luce, da Pistoletto che in questa mostra romana è rappresentato dalla sua opera simbolo, la Venere degli stracci del 1967. E ancora i primi cementarmati di Uncini e l’omaggio a Burri di Ceroli.
E poi guardando Oltralpe, gli assemblaggi dell’artista umbro in un confronto vivo con gli organismi di oggetti e le splendide composizioni di violini bianchi dell’appena scomparso Arman; i segreti richiami fra le terre scavate e scure di Burri e i marroni e gli arancio caldi dello spagnolo Tapies. E poi opere di Kiefer, Twombly, Canogar, Cesar, Millares, Nicholson, Beuys in una tentacolare diramarsi di proposte che scovano radici comuni fra le scoperte di Burri e quelle quelle di artisti, a volte, davvero a lui lontanissimi, non solo geograficamente. Trasformando, fino al 16 febbraio, le sale delle Scuderie del Quirinale in un percorso generosissimo di sorprese.

da Europa,  19 novembre 2006

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