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		<title>Il codice cifrato della bellezza</title>
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		<pubDate>Fri, 18 Dec 2009 12:15:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Simona Maggiorelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Simona Maggiorelli
Nella  galassia dell’ arte islamica in cui si intrecciano differenti culture. Lo storico dell’arte Luca Mozzati con il nuovo libro Arte islamica (Mondadori arte) invita a un viaggio nel mondo variegato nato dall’incontro fra i primi conquistatori arabi e la straordinaria eredità mesopotamica, iranica, ma anche bizantina. Un universo complesso che trova espressione [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=simonamaggiorelli.wordpress.com&blog=6061751&post=2594&subd=simonamaggiorelli&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><div id=":6d">di Simona Maggiorelli</div>
<div><a href="http://simonamaggiorelli.files.wordpress.com/2009/12/luca.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-2599" title="Luca" src="http://simonamaggiorelli.files.wordpress.com/2009/12/luca.jpg?w=232&#038;h=300" alt="" width="232" height="300" /></a>Nella  galassia dell’ arte islamica in cui si intrecciano differenti culture. Lo storico dell’arte Luca Mozzati con il nuovo libro <em>Arte islamica </em>(Mondadori arte) invita a un viaggio nel mondo variegato nato dall’incontro fra i primi conquistatori arabi e la straordinaria eredità mesopotamica, iranica, ma anche bizantina. Un universo complesso che trova espressione nella pittura, nell’architettura, nella calligrafia, nella ceramica, nei tappeti e che a nostri occhi occidentali, troppo spesso, risulta lontano, appiattito, alterato da pregiudizi. Come quello che vorrebbe l’arte islamica rigidamente aniconica  oppure la posizione dell’artista<em> tout court</em> schiacciata da quella del committente religioso, quando in realtà nell’Islam, come scrive Mozzati « non esistono chiesa, sacerdoti o sacramenti».</div>
<div><a href="http://simonamaggiorelli.files.wordpress.com/2009/12/arte-islamica.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-2606" title="arte islamica" src="http://simonamaggiorelli.files.wordpress.com/2009/12/arte-islamica.jpg?w=225&#038;h=244" alt="" width="225" height="244" /></a>«Per cominciare &#8211; spiega il professore &#8211; va detto che nell’arte islamica il concetto di artista, come soggetto creatore, non esiste. Fino al Rinascimento non ci fu nemmeno da noi. Possiamo parlare di esplicita volontà individuale con artisti come Michelangelo. Non prima. Ma il fatto che uno si muova all’interno di canoni formali non pregiudica l’eventuale espressione di contenuti individuali, anche se nell’Islam per noi possono non essere immediatamente leggibili».</div>
<div>Così se la floridissima miniatura e la tradizione di libri illustrati che si sviluppò nell’impero ottomano, in Persia e in parte dell’Asia ci appare in certo modo più familiare, la scintillante cascata di stalattiti (muqarnas) che sovrasta moschee, madrase e tante architetture islamiche ci seduce sul piano emotivo, ma perlopiù ci lascia disarmati dal punto di vista della decodificazione del suo significato di rappresentazione della bellezza dell’infinito pulsare del cosmo. «Importanti apparati decorativi a carattere logico-matematico connotano l’arte islamica &#8211; approfondisce Mozzati -. Si presentano come una sorta di linguaggio cifrato. Chi è in grado di comprenderne la bellezza,  vi può cogliere quell’assoluto che nell’Islam pertiene all’ambito del divino». In capolavori come la ceramica a mosaico della moschea del venerdì a Yazsd, per esempio, l’ alternanza ritmica  di bianco turchese blu e marrone e la trama delicata del disegno floreale crescono su un rigoroso disegno geometrico. «Il senso lirico sovrapposto a quello razionale &#8211; prosegue Mozzati &#8211; sembra ricordare che per cogliere l’invisibile che si cela dietro quanto possiamo vedere bisogna fare appello alle facoltà intellettuali come a quelle emotive».</div>
<div><strong>Professor Mozzati, nell’ Islam il divino è ritenuto non rappresentabile? </strong></div>
<div>Certo non è rappresentabile in forma antropomorfa. Per i musulmani, così come per gli ebrei, sarebbe una bestemmia. Lo rappresentano in letteratura ma mai in pittura tranne rarissime eccezioni. Per trasmettere un messaggio che parli dell’esistenza di dio fanno ricorso a un tipo di bellezza che non è individuale e arbitraria ma astratto-geometrica. Rimanda alla legge che sottostà alla creazione. Come espressione di un’intelligenza divina che secondo la logica islamica permea tutto.</div>
<div><strong>Dio creatore onnipotente  e insieme arbitrio umano. Come possono coesistere?</strong><br />
E una delle aporie dell’Islam. Nel Corano c’è l’assoluta necessità di obbedire a Dio, quanto la possibilità di agire secondo ciò che si sente. La lettura fondamentalista porta alla tragedia. Come è accaduto anche nel Cristianesimo. Le matrici delle due religioni sono simili: l’Islam, del resto, emerge dal  Cristianesimo orientale del  V e VI secolo.</div>
<div><strong>Lei accennava al nesso fra bellezza e geometria.Quali rapporti ci furono fra Islam, Platonismo e poi con il neoplatonismo?</strong><br />
Il rapporto con tutta la filosofia greca antica fu molto forte. Nell’Islam c’è stata enorme attenzione per la scienza greca, almeno fino al XII e XIII secolo. Le più importanti personalità della matematica, della geometria, dell’astronomia nel X e XI secolo, non a caso, sono emerse in ambito islamico. La filosofia neoplatonica ipotizza un mondo superiore, un mondo altro, diverso da quello quotidiano. E in questo ci può essere un nesso. I musulmani credono che tutto accadrà nell’al di là, ma a differenza dei cristiani non hanno il senso drammatico del peccato, della colpa da espiare.</div>
<div><strong>Alle origini del Cristianesimo ci fu una fase di iconoclastia feroce. Si parla di aniconismo, invece, per l’arte islamica. è corretto?</strong><br />
La nostra iconoclastia fu contemporanea al sorgere dell’Islam che molto probabilmente ne fu influenzato. Il rischio dell’idolatria era molto sentito dagli intellettuali costantinopolitani. Ma i monaci erano iconolatri e ritenevano l’icona fondamentale per la trasmissione del messaggio. Nell’Islam, in realtà, la questione dell’aniconismo è più tarda:  nell VIII secolo troviamo i primi hadit che proibiscono le immagini nei luoghi sacri. (O meglio di preghiera dacché nell’Islam non esistono luoghi sacri eccezion fatta per la Mecca). Dipingere figure umane in una moschea sarebbe blasfemia perché ci si metterebbe in concorrenza con il creatore e si farebbe una brutta copia di ciò che lui ha realizzato. Non dimentichiamo che nella spiritualità orientale la figura umana rappresentata è pensata come animata e viva. Quando gli egizi facevano delle statue poi “ infondevano” loro la vita. In tutto l’Oriente si riscontra un  certo pudore nel rappresentare l’essere umano.</div>
<div><strong>Ma a Damasco ci sono scene erotiche nelle case affrescate fatte costruire dai califfi. Come si spiega? </strong><br />
I primi Califfi vi trovarono chiese cristiane piene di affreschi e ne percepirono il significato propagandistico. Così si dettero a costruire splendide architetture per dare un senso identitario ai musulmani. Per le moschee scelgono decorazioni a dimensione astratta e atemporale ma nelle abitazioni profane aristocratiche si riscontra una assoluta libertà di rappresentazione: scene di caccia e di guerra, balli, donne nude, scene erotiche esplicite, ma confinate nella sfera privata. Non si ostentavano perché il popolo non avrebbe accettato questa libertà delle élite.</div>
<div><strong>I califfi rifiutarono la condanna dell’architettura espressa da Maometto?</strong><br />
Gli Abbasidi, in particolare, ristabilirono un culto imperiale di tipo persiano: il califfo aveva un suo spazio a parte nella moschea, camminava sui tappeti, era una sorta di dio in terra, cosa del tutto inusuale nell&#8217;Islam che non conosce una gerarchia nel luogo di preghiera.  Di fatto gli arabi erano stati dei barboni nel deserto e dal deserto poi  partì la rivolta contro la corruzione di quelli arrivati al trono.  Nel mondo arabo è successo molte volte. Gli arabi, diversamente dai persiani, venivano dal deserto ed erano abituati a condizioni di vita estreme e avevano un radicalismo di pensiero altrettanto estremo. i Persiani, invece, avevano una cultura diversa, alta, millenaria.</div>
<div><strong>L’influenza araba fu importante anche in Spagna e in Sicilia; come si configurò questo rapporto che oggi appare stranamente rimmegato negli studi e più ancora nella politica che ha parlato di radici cristiane dell&#8217;Europa?</strong><br />
Gli artigiani e gli artisti che i Normanni radunarono intorno a sé erano cristiani che avendo lavorato in ambito musulmano si erano islamizzati nello stile. Così in Sicilia troviamo opere dall’iconografia cristiana ma di “spirito” islamico, a sua volta sedimentato sul bizantino cristiano. Così nascono i padiglioni di caccia normanni. La zisa, la cuba, la cubola sono architetture islamico orientali, fatte per regnanti cristiani. Lo stesso vale per le cattedrali di Cefalù e Monreale. In Spagna c’è l’arte mozarabica, per la Sicilia parliamo di arte normanna ma bisognerebbe dire arte islamica in tempo cristiano. Non abbiamo una definizione corretta. Di certo ci fu un’osmosi continua fra le diverse culture.</div>
<div>da left-avvenimenti del 18 dicembre 2009</div>
<table cellpadding="0">
<tbody>
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<div>pondi</div>
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<div><img src="http://mail.google.com/mail/images/cleardot.gif" alt="" /> Inoltra</div>
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</tbody>
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		<title>Utamaro, nella città senza notte</title>
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		<pubDate>Sat, 12 Dec 2009 17:30:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Simona Maggiorelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Mentre in palazzo Reale  Milano prosegue fino al 31 gennaio la mostra Shunga: arte e letteratura nell’erotismo giapponese, lo studioso Gian Carlo Calza torna a esplorare il mondo fluttuante
di Simona Maggiorelli
Dopo Genji il principe splendente, in cui Gian Carlo Calza ricostruisce la storia dell’omonimo romanzo giapponese e della sua geniale autrice vissuta intorno all’anno Mille [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=simonamaggiorelli.wordpress.com&blog=6061751&post=2510&subd=simonamaggiorelli&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><em>Mentre in palazzo Reale  Milano prosegue fino al 31 gennaio la mostra Shunga: arte e letteratura nell’erotismo giapponese, </em><em>lo studioso Gian Carlo Calza torna a esplorare il mondo fluttuante</em></p>
<p>di Simona Maggiorelli</p>
<div id="attachment_2512" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a href="http://simonamaggiorelli.files.wordpress.com/2009/12/un-disegno-di-utamaro.jpg"><img class="size-medium wp-image-2512" title="un-disegno-di-utamaro" src="http://simonamaggiorelli.files.wordpress.com/2009/12/un-disegno-di-utamaro.jpg?w=300&#038;h=163" alt="" width="300" height="163" /></a><p class="wp-caption-text">Utamaro, un disegno</p></div>
<p>Dopo <em>Genji il principe splendente</em>, in cui Gian Carlo Calza ricostruisce la storia dell’omonimo romanzo giapponese e della sua geniale autrice vissuta intorno all’anno Mille nella città di Heian (Kyoto), lo studioso di storia e arte asiatica esce con un nuovo libro illustrato nella collana Pesci rossi di Electa. Un raffinato volume Utamaro e il quartiere del piacere in cui ricostruisce la storia e la fortuna de <em>Gli annali delle case verdi,</em> in cui l’artista giapponese celebra il mondo fluttuante (ukiyoe) e le sue eroine, creando una serie straordinaria di ritratti femminili.</p>
<p>«Il libro &#8211; racconta Calza &#8211; fu concepito per far sognare chi non poteva vivere quel mondo di piaceri che veniva descritto o, in qualche più raro caso, per ricordare». Di fatto, insieme all’ex samurai ed editore Jippensha Ikku (1765-1831), Kitagawa Utamaro creò agli inizi dell’800 una delle opere simbolo di quella cultura &#8211; condivisa da colte cortigiane, nobili e ricchi mercanti &#8211; dalla quale  maturarono innovazioni culturali profonde, importantissime per un Giappone ingessato in un interminabile Medioevo.</p>
<div id="attachment_2514" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><a href="http://simonamaggiorelli.files.wordpress.com/2009/12/ukiyoe_13.jpg"><img class="size-medium wp-image-2514" title="ukiyoe_13" src="http://simonamaggiorelli.files.wordpress.com/2009/12/ukiyoe_13.jpg?w=300&#038;h=194" alt="" width="300" height="194" /></a><p class="wp-caption-text">Utamaro , Ukiyoe</p></div>
<p>Due volumi che mentre descrivevano il corredo notturno delle cortigiane e il debutto in società delle loro assistenti, oppure la cerimonia del tè e quella delle lanterne, diffondevano i contenuti di una filosofia e di uno stile di vita in cui la consapevolezza dell’impermanenza di tutte le cose, anche le più belle, si mescolava a disciplina e studio assiduo delle arti.</p>
<p>Unica ancora nel mondo fluttuante, la passione amorosa. Nella rappresentazione che ne dà, la letteratura nasce da piccoli gesti, da apparizioni furtive e veniva coltivata attraverso allusioni e sotterfugi per sfuggire al rigido cerimoniale delle corti. Di fatto, amori mercenari in cui le cortigiane non conoscevano diritti. Ma Utamaro, in omaggio alla femminilità, non si stancava di offrirne ritratti idealizzati, in figure slanciate ed eleganti, dall’espressione distaccata e assorta.</p>
<p>da left-avvenimenti 5 dicembre 2009</p>
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		<title>Immagini dal mondo fluttuante</title>
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		<pubDate>Fri, 11 Dec 2009 22:00:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Simona Maggiorelli</dc:creator>
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L&#8217;arte stilizzata del  giapponese Hiroshige, che piaceva a Van Gogh


di Simona Maggiorelli



Chi abbia avuto la fortuna di vederle accanto, da vicino- come ci è capitato al Museo Van Gogh di Amsterdam &#8211; il paragone fra le due opere risulta piuttosto imbarazzante. Tanto la potenza del colore e l&#8217;invenzione d&#8217;immagine del Susino in fiore [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=simonamaggiorelli.wordpress.com&blog=6061751&post=729&subd=simonamaggiorelli&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p style="margin-bottom:0;">
<p style="margin-bottom:0;"><strong><em> </em></strong></p>
<div id="attachment_782" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><strong><em><strong><em><img class="size-medium wp-image-782" title="hiroshige_van_gogh_1" src="http://simonamaggiorelli.files.wordpress.com/2009/02/hiroshige_van_gogh_1.jpg?w=300&#038;h=203" alt="La stampa di Hiroshige e a destra il quadro di Van Gogh" width="300" height="203" /></em></strong></em></strong><p class="wp-caption-text">La stampa di Hiroshige e a destra il quadro di Van Gogh</p></div>
<p><strong><em> </em></strong></p>
<p style="margin-bottom:0;"><strong><em>L&#8217;arte stilizzata del  giapponese Hiroshige, che piaceva a Van Gogh<br />
</em></strong></p>
<p style="margin-bottom:0;">
<p style="margin-bottom:0;"><span style="color:#800000;"><em><strong>di Simona Maggiorelli</strong></em></span></p>
<p style="margin-bottom:0;">
<p style="margin-bottom:0;">
<p style="margin-bottom:0;">
<p style="margin-bottom:0;">Chi abbia avuto la fortuna di vederle accanto, da vicino- come ci è capitato al Museo Van Gogh di Amsterdam &#8211; il paragone fra le due opere risulta piuttosto imbarazzante. Tanto la potenza del colore e l&#8217;invenzione d&#8217;immagine del <em>Susino in fiore</em><span style="font-style:normal;"> (1887) di</span> Vincent Van Gogh sovrasta l&#8217;originale xilografia realizzata dal maestro giapponese  Utagawa Hiroshige nel 1857 e su cui l&#8217;opera del pittore olandese era esemplata: omaggio di un allievo che non aveva piena consapevolezza del proprio genio a un maestro che, tuttavia, ne restava irrimediabilmente aduggiato.</p>
<p style="margin-bottom:0;">
<p style="margin-bottom:0;">Ma ora, incontrando di nuovo questa xilografia originale de <em>L&#8217;albero di susino nella casa del tè a Keimedo</em> nell&#8217;ambito della coerente ricostruzione dell&#8217;arte di Hiroshige curata da Gian Carlo Calza nelle sale del Museo Fondazione Roma in via del Corso (fino al 7 giugno, catalogo Skira) si riesce a vederla in un&#8217;altra ottica, riuscendo a ricollocarla nel suo contesto storico originario e apprezzandone i valori di immediatezza, di precisione, in un ventaglio di colori, a un tempo vastissimo e calibrato. Al centro della scena  un ramo fiorito su uno sfondo albeggiante, virato al rosso. Una composizione apparentemente semplice, ma che si staglia potente come una pittura di arte astratta.<span style="font-family:Times New Roman,serif;"><br />
</span></p>
<p style="margin-bottom:0;">
<p style="margin-bottom:0;">Di stampe giapponesi ci eravamo già occupati su <em>left</em> a proposito della ristampa del libro <em>Stampe giapponesi. Un&#8217;interpretazione </em><span style="font-style:normal;"> di Frank Lloyd Wright, ma vale la pena di fare ancora una scappata nel Sol levante con questa ampia mostra organizzata nell&#8217;ex Museo del Corso a Roma da Calza, docente  dell&#8217;università Ca&#8217; Foscari di Venezia e curatore di una recente mostra sull&#8217;arte del Giappone alla Fondazione Cini di Venezia. Con il suo libro e con questa mostra il professore invita a un viaggio in un Giappone antico: quello della cultura Ukiyo-e, fra  immagini dal &#8220;mondo fluttuante&#8221;, secondo l&#8217;impetuosa  cultura giovane che fiorì fin dal XVII secolo nelle città di Edo (oggi Tokyo) e di Osaka e Kyoto. Prima documentata in opere in inchiostro cinese, poi in stampe colorate a mano e successivamente in stampa policrome, di fatto  un&#8217;arte raffinatissima che si sviluppò come un percorso parallelo di pittura e poesia ( Hiroshige stesso fu anche poeta).  Era l&#8217;impronta culturale di una nascente borghesia giapponese, che avrebbe avuto un&#8217;influenza fortissima sugli artisti d&#8217;Occidente: dagli impressionisti a van Gogh, come dicevamo, e successivamente dall&#8217;architettura organica al beat.</span></p>
<p style="margin-bottom:0;">
<p style="margin-bottom:0;"><span style="font-style:normal;">Così in un percorso espositivo allestito come  un viaggio di fantasia nel Giappone antico sfilano immagini di una natura indomita e potente, onde vertiginose di tsunami, ma anche &#8211; intercalati di versi poetici- schizzi delicati di giardini,  uccelli, vedute fiorite. Ma che incredibilmente non hanno nulla di decorativo. L&#8217;assenza di chiaroscuro, l&#8217;uso di colori piatti, lo studio della composizione fanno di queste stampe un esempio di arte originalissima. &#8220;Hiroshige visse in un&#8217;epoca del Giappone socialmente e artisticamente molto ricca di fermeneti&#8221;, spiega Gian Carlo Calza.Il paese era uscito tardivamente dal medioevo ma fra la fine del Settecento e nella prima metà dell&#8217;Ottocento l&#8217;arte delle stampe divenne un&#8217;arte insieme raffinata e popolare, non più esclusivo appannaggio di una elite. Il rapporto con la natura &#8211; prosegue Calza- fu uno degli aspetti centrali di una cultura che aveva radici antichissime: secondo i miti delle origini in cui uomini e dei, piante e animali, rocce e oceani erano sorti da un&#8217;unica fonte che li rendeva parimenti degni di rispetto&#8221;. </span></p>
<p style="margin-bottom:0;">
<p><span style="font-style:normal;">Ma-facendo un passo indietro nel tempo &#8211; a Calza si deve anche una bella introduzione alla antica</span> letteratura giapponese, pubblicata per i tipi di Electa, nella collana Pesci rossi. Diversamente da quando accadeva nelle regioni dell&#8217;Europa cavalleresca, l&#8217;antica letteratura giapponese era in gran parte scritta da donne come si evince da <em>Genji il principe splendente</em><span style="font-style:normal;">, il libro in cui  Gian Carlo Calza ricostruisce la genesi del celebre romanzo </span><em><span style="font-weight:normal;">Genji </span></em><span style="font-style:normal;">scritto nel 1008 a Heian (Kyoto) dalla dama di corte Murakasi Shikibu e che rappresenta “la massima espressione del filone letterario femminile in lingua volgare”. Al centro della vicenda, l&#8217;immagine ideale di un principe, Genji, che in un&#8217;epoca medievale assai misogina quale quella in cui era ambientato il romanzo, aveva una profonda lealtà verso tutte le donne della sua vita. Considerato il primo “romanzo psicologico” della letteratura non solo giapponese, il romanzo ha avuto una circolazione anche al di là delle barriere linguistiche grazie alla più antica illustrazione rimasta del racconto: rotoli dipinti di circa un secolo posteriori alla stesura del romanzo e che avrebbero impresso un&#8217;immagine potente nella storia della pittura giapponese. Tanto da influenzare profondamente anche l&#8217;arte ottocentesca di Hiroshige  come si può ben vedere in questa retrospettiva romana.</span></p>
<p style="margin-bottom:0;"><span style="font-style:normal;"> da <em>Left-Avvenimenti</em> del 13 febbraio 2009<br />
</span></p>
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		<title>Il fascino della linea</title>
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		<pubDate>Fri, 11 Dec 2009 09:29:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Simona Maggiorelli</dc:creator>
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Cromia spregiudicata e forme essenziali. Un&#8217;interpretazione delle stampe giapponesi firmata da architetto ribelle come Frank Lloyd Wright

di Simona Maggiorelli

Senza apparente ricercatezza. Forme ridotte all&#8217;essenziale. Al punto che paesaggi, ritratti e perfino scene intime e erotiche arrivano a sembrare creazioni astratte. Lontane da ogni mimesis, le stampe di Hiroshige (1797-1858) appaiono come invenzioni di fantasia. [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=simonamaggiorelli.wordpress.com&blog=6061751&post=499&subd=simonamaggiorelli&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p style="margin-bottom:0;"><span style="font-family:Times New Roman,serif;"> </span></p>
<div id="attachment_1070" class="wp-caption alignleft" style="width: 216px"><img class="size-medium wp-image-1070" title="sez-2_20" src="http://simonamaggiorelli.files.wordpress.com/2009/02/sez-2_20.jpg?w=206&#038;h=300" alt="Hiroshige" width="206" height="300" /><p class="wp-caption-text">Hiroshige</p></div>
<p>Cromia spregiudicata e forme essenziali. Un&#8217;interpretazione delle stampe giapponesi firmata da architetto ribelle come Frank Lloyd Wright</p>
<p style="margin-bottom:0;">
<p style="margin-bottom:0;"><span style="font-family:Times New Roman,serif;">di Simona Maggiorelli</span></p>
<p style="margin-bottom:0;">
<p style="margin-bottom:0;"><span style="font-family:Times New Roman,serif;">Senza apparente ricercatezza. Forme ridotte all&#8217;essenziale. Al punto che paesaggi, ritratti e perfino scene intime e erotiche arrivano a sembrare creazioni astratte. Lontane da ogni mimesis, le stampe di Hiroshige (1797-1858) appaiono come invenzioni di fantasia. E più ancora le vedute del ribelle Hokusai (1760-1849) che, in una società feudale rigida come quella del Giappone del XIX secolo, intuì la potenza di questa arte popolare e, in chiave polemica, la rivolse contro la supremazia della tradizione classica. Facendone un&#8217;arte “d&#8217;avanguardia”.Nella serie dedicata al monte Fuji di Hokusai, a ogni nuovo punto di vista corrisponde un cambio di tono; e il monte visto dal fiume Sumida si tinge di rosso, ma se è visto dal ponte, al crepuscolo, diventa blu come l&#8217;acqua profonda.</span></p>
<p style="margin-bottom:0;"><span style="font-family:Times New Roman,serif;">La linea – come notava Frank Lloyd Wright &#8211; è il fulcro di questa antica arte;è la corda musicale che fa risuonare l&#8217;insieme. Linee nette, definite,“che rimangono impresse sulla carta delicata quando questa riceve il colore dalla matrice in legno incisa”. Linee che  fanno immagini distillate, realizzate per decantazione, libere da ogni superfluo. Mentre una cromia spregiuducata, a base di colore piatto, senza ombre o chiaroscuri,diventa l&#8217;altro elemento fondamentale della composizione. Due aspetti quello della semplificazione e della ricerca intorno colore puro che attrassero anche Vincent Van Gogh, che dalla Provenza scriveva che al Meridione “si vede con un occhio più giapponese, si sente il colore in modo diverso”. Alla continua ricerca di una tecnica pittorica che gli permettesse di esprimere appieno la propria originale “visione”,Van Gogh ravvisava nelle stampe giapponesi un&#8217;arte fatta di regole e infinita attenzione alla natura, ma da cui potevano scaturire straordinarie invenzioni. E le sue stesse sue copie da Hiroshige ( nella foto) si dimostrano potenti reinvenzioni.</span></p>
<p style="margin-bottom:0;"><span style="font-family:Times New Roman,serif;"> Proprio questa serrata dialettica fra forma, canone e libera fantasia agli inizi del Novecento &#8211; sull&#8217;altra sponda dell&#8217;Oceano e in un contesto culturale del tutto diverso da quello di Van Gogh &#8211; colpì profondamente un architetto come Wright. Spirito libero e anticonformista, il leggendario  architetto della casa sulle cascate si innamorò delle stampe giapponesi per quella loro capacità di suscitare emozioni profonde al di là di ogni comprensione razionale. Come se in quei segni e in quelle forme essenziali rimanesse  qualcosa di profondamente umano, “una qualità psichica”, qualcosa della fantasia più profonda, della personalità e del calore emotivo dell&#8217;artista. Durante i suoi numerosi viaggi in Giappone (non solo per la costruzione del celebre Imperial Hotel) Wright diventò uno dei più fini conoscitori delle stampe giapponesi. Ne divenne collezionista, mercante, ma soprattutto sensibile interprete. Come si evince da </span><span style="font-family:Times New Roman,serif;"><em>Le stampe giapponesi, una interpretazione, </em></span><span style="font-family:Times New Roman,serif;"><span style="font-style:normal;">il saggio del 1912 recuperato e ora pubblicato da Electa con interventi di Margo Stipe e  Francesco Dal Co. Un saggio quasi rapsodico nell&#8217;andamento e ricco di intuizioni. Wright capiva quanto fosse importante per l&#8217;arte americana malata di troppo razionalismo confrontarsi con una cultura  e con forme</span></span><span style="font-family:Times New Roman,serif;"> completamente estranee alla tradizione Usa ed europea. “L&#8217;arte giapponese &#8211; scriveva &#8211; è poeticamente simbolica, quella occidentale tende a un realismo che finisce per essere pateticamente letterale”. Nelle stampe giapponesi Wright vede qualcosa che si avvicina al suo modo di sentire l&#8217;architettura come un modo di progettare forme “organiche”, con un organizzazione ben definita degli elementi in un insieme vitale. Quell&#8217;ideale estetico e insieme di vita che come, ha raccontato ne </span><span style="font-family:Times New Roman,serif;"><em>La fonte meravigliosa</em></span><span style="font-family:Times New Roman,serif;"> la scrittrice Ayn Rand, Wright cercò sempre senza scendere a compromessi. da Left-Avvenimenti<br />
</span></p>
  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/simonamaggiorelli.wordpress.com/499/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/simonamaggiorelli.wordpress.com/499/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/simonamaggiorelli.wordpress.com/499/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/simonamaggiorelli.wordpress.com/499/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/simonamaggiorelli.wordpress.com/499/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/simonamaggiorelli.wordpress.com/499/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/simonamaggiorelli.wordpress.com/499/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/simonamaggiorelli.wordpress.com/499/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/simonamaggiorelli.wordpress.com/499/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/simonamaggiorelli.wordpress.com/499/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=simonamaggiorelli.wordpress.com&blog=6061751&post=499&subd=simonamaggiorelli&ref=&feed=1" /></div>]]></content:encoded>
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		<title>Giorgione, tra realtà e mito</title>
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		<pubDate>Thu, 10 Dec 2009 10:01:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Simona Maggiorelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Simona Maggiorelli
Di lui non esiste firma riconosciuta come autografa e i documenti ufficiali che lo riguardano sono pochissimi. Tanto che se non fossero stati ritrovati quelli relativi a un’opera (andata perduta) che gli fu commissionata nel 1507 per Palazzo Ducale o i contratti che riguardano gli affreschi del Fondaco dei Tedeschi di cui La [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=simonamaggiorelli.wordpress.com&blog=6061751&post=2478&subd=simonamaggiorelli&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p>di Simona Maggiorelli</p>
<div id="attachment_2500" class="wp-caption alignleft" style="width: 278px"><a href="http://simonamaggiorelli.files.wordpress.com/2009/12/giorgione_tempest1.jpg"><img class="size-medium wp-image-2500" title="Giorgione_tempest" src="http://simonamaggiorelli.files.wordpress.com/2009/12/giorgione_tempest1.jpg?w=268&#038;h=300" alt="" width="268" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">giorgione, tempesta</p></div>
<p>Di lui non esiste firma riconosciuta come autografa e i documenti ufficiali che lo riguardano sono pochissimi. Tanto che se non fossero stati ritrovati quelli relativi a un’opera (andata perduta) che gli fu commissionata nel 1507 per Palazzo Ducale o i contratti che riguardano gli affreschi del Fondaco dei Tedeschi di cui<em> La nuda </em>è uno dei pochi lacerti superstiti, «Giorgione potrebbe tranquillamente non esser mai esistito».</p>
<p>Ad affermarlo, non troppo provocatoriamente, è il direttore dei Musei Vaticani Antonio Paolucci nel catalogo Skira che accompagna la mostra <em>Giorgione. Dipinti e misteri di un genio</em> (dal 12 dicembre all’11 aprile nel Museo Casa di Giorgione a Castelfranco Veneto). Ricordandoci che anche la morte prematura del pittore, a poco più di trent’anni a causa della peste che colpì Venezia nel 1510, è riportata solo da una lettera di Isabella d’Este a un suo faccendiere attraverso il quale aveva sperato di ottenere una a noi sconosciuta «pictura de una nocte» del geniale artista.</p>
<p>Ma per amore verso la straordinaria arte di Giorgione e volendo dare un po’ di fiducia ai cronisti del Cinquecento (Vasari compreso), ripercorriamo qui anche la tradizione che vuole Giorgio Zorzi da Castelfranco nato nel 1477 (o al più un anno dopo) da una famiglia povera e presto andato a farsi le ossa nella bottega di un pittore affermato come Giovanni Bellini. Tra le fonti che riportano questi scarni dati biografici, il Ridolfi, in particolare, sostiene che dopo un breve apprendistato Giorgione scelse di non legarsi a una bottega precisa ma di darsi le possibilità che apre l’essere “mobile” e indipendente.</p>
<p>Giovane, di bell’aspetto, abile nella musica, il pittore che avrebbe rivoluzionato il modo di dipingere  aprendo la strada alla pittura tonale, non ebbe difficoltà a inserirsi nella vivace vita culturale delle élite veneziane. Lungo questa via, Lionello Puppi che &#8211; assieme a Paolucci e a Enrico Maria Dal Pozzolo &#8211; ha curato la grande mostra di Castelfranco Veneto, ricostruisce nel catalogo Skira lo “spregiudicato”<em> milieu </em>culturale in cui Giorgione operò, stimolato da committenti provenienti dalla ricca e laica borghesia mercantile di Venezia e dalla comunità tedesca che viveva nella città lagunare (da qui il fertile contatto che l’artista ebbe con la grafica nordica e l’inquieta pittura di Dürer).</p>
<div id="attachment_2503" class="wp-caption alignright" style="width: 224px"><a href="http://simonamaggiorelli.files.wordpress.com/2009/12/medium_giorgione-self-portrait.jpg"><img class="size-medium wp-image-2503" title="medium_Giorgione - Self-Portrait" src="http://simonamaggiorelli.files.wordpress.com/2009/12/medium_giorgione-self-portrait.jpg?w=214&#038;h=240" alt="" width="214" height="240" /></a><p class="wp-caption-text">Giorgione, autoritratto</p></div>
<p>Senza dimenticare, fra i committenti che si rivelarono importanti per il lavoro di Giorgione, anche figure come il cardinal Domenico Grimani che con ogni probabilità gli fece conoscere alcune opere di Leonardo. E che la geniale ricerca leonardiana sullo sfumato avesse profondamente colpito il giovane pittore, tanto da spingerlo lungo quella strada a trovare una propria originale cifra stilistica, ne è prova evidente un capolavoro come<em> La tempest</em>a. Dipinto criptico quanto affascinante, eccezionalmente prestato (vista la sua fragilità) dalle Gallerie dell’Accademia di Venezia per questa rassegna che, in occasione dei cinquecento  anni dalla morte del maestro di Castelfranco, raduna gran parte dell’esiguo corpus delle sue opere giunto fino a noi.</p>
<p>In questo quadro, come del resto nel cosiddetto <em>Tramonto</em> proveniente dalla National Gallery di Londra, si coglie tutta la portata della rivoluzione coloristica che il pittore veneto realizzò adottando un atteggiamento sperimentale verso la natura analogo a quello di Leonardo: il movimento continuo degli elementi, la fusione atmosferica delle forme e la potenza espressiva del colore ne <em>La tempesta</em> fanno sì che la natura stessa diventi protagonista, restituendo il vissuto emotivo dei personaggi e indirettamente quello dell’autore. Tanto da spingere lo spettatore a “tuffarsi “in questo paesaggio inquieto e vibrante distogliendolo dalla decifrazione razionale dell’episodio qui rappresentato.</p>
<p>E sul quale, tuttavia, sono stati versati fiumi d’inchiostro. Senza che la critica d’arte e gli studi di iconologia siano mai arrivati di fatto a una lettura certa e definitiva. Nei secoli si è parlato di allegoria alchemica, di idillio bucolico, di ermetico gioco mitologico. E più in dettaglio di raffigurazione di episodi delle <em>Metamorfosi</em> di Ovidio oppure della <em>Tebaide</em> di Stazio. E se Marcantonio Michiel nel Cinqeucento aveva parlato de «la zingara e il soldato», secondo Schrey agli inizi del Novecento i due protagonisti del quadro erano i progenitori dell’umanità scampati dal diluvio universale. Per arrivare poi a Salvatore Settis che nel celebre saggio <em>La tempesta interpretata</em> (Einaudi) legge le due figure come Adamo ed Eva dopo la cacciata dall’Eden.</p>
<p>Ma forse, con Antonio Paolucci oggi potremmo finalmente dire che è il temporale il vero protagonista della tela e non inteso come mera descrizione di un banale evento atmosferico. Quello che vediamo, scrive il curatore della mostra castellana «è un temporale d’estate nella campagna intorno a Castelfranco, con le nuvole nero-grigio-viola che ruotano nel cielo fattosi improvvisamente buio, con il vento che squassa le chiome degli alberi e il fulmine che tocca di una luce livida e spettrale le mura del borgo» Una natura che è sì «vero visibile» ma che nelle sue epifanie e metamorfosi qui sembra evocare piuttosto “una tempesta emotiva”, o meglio l’inquieto vissuto emotivo che l’autore regala ai due enigmatici protagonisti. «Un temporale d’estate protagonista del quadro, come molti secoli dopo lo sarà la montagna Sainte Victoire per Cézanne o  come saranno le Ninfee per Monet. Con questo &#8211; precisa Paolucci &#8211; non si vuol dire che Giorgione è precursore dell’impressionismo. Si vuol dire semplicemente che la modernità nelle arti visuali incomincia anche con <em>La tempesta</em>». Certo è che in questa opera, come nel <em>Tramonto</em> o come accadeva già nella Pala di Castelfranco, Giorgione supera completamente la prospettiva rinascimentale che costruiva il paesaggio in modo architettonico. E in quell’impasto sfocato e nella tessitura continua della pittura senza disegno come è quella di Giorgione (diversamente da quella di Leonardo) si legge un’immagine latente mutevole e viva, diversissima dalla durezza smaltata della pittura quattrocentesca che prima di lui era ancora dominante nell’area veneta. La pittura tonale di Tiziano, Veronese e Tintoretto sarebbe venuta dopo.</p>
<p>da left-Avvenimenti 11 dicembre 2009</p>
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		<title>Giorgione, le meraviglie dell&#8217;arte</title>
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		<pubDate>Thu, 10 Dec 2009 09:55:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Simona Maggiorelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Simona Maggiorelli
 
VENEZIA. Solo nove opere. Ma che, nella loro misteriosa essenzialità, formano un potente iato nella catena di capolavori delle Gallerie dell’Accademia. Dopo ori bizantineggianti , dopo le addensate tele di Carpaccio pullulanti di figure in ordinate cornici architettoniche, dopo il trionfo della luce nella pittura tonale di Veronese e la teatralità drammatica [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=simonamaggiorelli.wordpress.com&blog=6061751&post=2485&subd=simonamaggiorelli&ref=&feed=1" />]]></description>
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<p><span style="font-family:Times New Roman,serif;"><span style="font-size:small;"> </span></span></p>
<div id="attachment_2492" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a href="http://simonamaggiorelli.files.wordpress.com/2009/12/giorgione_002y.jpg"><img class="size-medium wp-image-2492" title="giorgione_002y" src="http://simonamaggiorelli.files.wordpress.com/2009/12/giorgione_002y.jpg?w=300&#038;h=225" alt="" width="300" height="225" /></a><p class="wp-caption-text">Giorgione Danae</p></div>
<p>VENEZIA. Solo nove opere. Ma che, nella loro misteriosa essenzialità, formano un potente iato nella catena di capolavori delle Gallerie dell’Accademia. Dopo ori bizantineggianti , dopo le addensate tele di Carpaccio pullulanti di figure in ordinate cornici architettoniche, dopo il trionfo della luce nella pittura tonale di Veronese e la teatralità drammatica di Tintoretto, nell’ultima sala &#8211; poco prima dell’uscita, come in una bolla &#8211; si apre il potente silenzio delle tele di Giorgione.</p>
<p><span style="font-family:Times New Roman,serif;"><span style="font-size:small;">Un silenzio denso di segni inquieti, difficili da decifrare, nella celebrata <em>Tempesta</em>. La silenziosa ma fremente presenza femminile della <em>Laura</em> di Vienna. L’intensità dello sguardo muto con cui la splendida <em>Vecchia </em>con in mano un cartiglio su cui è scritto “Col tempo” sembra invocare clemenza per i segni che la vita le ha lasciati incisi sulla pelle. Ma soprattutto, a incipit della mostra<em>Giorgione. Le meraviglie dell’arte”</em> curata da Giovanna Nepi Scirè, il magnetico silenzio che emana dalla Pala di Castelfranco di recente restaurata nei laboratori dell’Accademia e con la supervisione dell’Opificio delle pietre dure di Firenze.</span></span></p>
<p><span style="font-family:Times New Roman,serif;"><span style="font-size:small;">Protetta in una teca climatizzata e illuminata da luci laterali, la Pala sembra venire incontro allo spettatore: il restauro ha restituito una radiosa luminosità ai colori. Liberata dalla patina grigia, la Madonna in trono si staglia con un’evidenza monumentale, come se fosse tridimensionale scultura, invece che pittura. Mentre la misteriosa verticalità che Giorgione dette alla struttura allungata del trono, ancor più, sembra dare a tutto il complesso un moto ascensionale. Potenza d’immagine e allusività criptica del messaggio. Qui allo zenit, nella tristezza che vela lo sguardo della Madonna, in contrasto con il chiarore albeggiante del paesaggio che si apre alle sue spalle. Quella speciale mistura di evocatività, intimismo, scandaglio interiore che fin dai tempi del Vasari ha contribuito a dare al pittore di Castelfranco Veneto un <em>allure</em> romantica e di mistero, qui c’è tutta. Un’aura di intrigante segretezza , non solo determinata dalle poche notizie biografiche che abbiamo su Giorgione, prematuramente scomparso a 33 anni nell’epidemia di peste che colpì Venezia nel 1510, ma anche, e soprattutto, dettata dalla complessità delle sue rare opere ( il catalogo di Giorgione raggiunge appena il numero di venticinque ), dalla genialità di immagini che, in tempi in cui le ragioni della committenza pesavano parecchio, riuscivano ad essere libere dalla rigidità e dalle imposizioni del canone. </span></span></p>
<p><span style="font-family:Times New Roman,serif;"><span style="font-size:small;"> </span></span></p>
<div id="attachment_2493" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><a href="http://simonamaggiorelli.files.wordpress.com/2009/12/giorgione_003.jpg"><img class="size-medium wp-image-2493" title="giorgione_003" src="http://simonamaggiorelli.files.wordpress.com/2009/12/giorgione_003.jpg?w=300&#038;h=225" alt="" width="300" height="225" /></a><p class="wp-caption-text">Giorgione, i tre filosofi</p></div>
<p>Rafforzano questa tesi l’incontro dal vivo con queste nove opere di Giorgione per la prima volta in sequenza, ma anche, sul piano degli studi, i tre importanti contributi pubblicati nel catalogo edito da Marsilio. Approfondendo lo studio dei pochi documenti esistenti e rigettando l’ipotesi di un incontro fra Giorgione e Leonardo a Venezia, Antonio Gentili tratteggia l’immagine di un pittore geniale e isolato, dedito a studi di astrologia, poco propenso a dirsi integralmente cattolico e per questo lasciato ai margini dalle grandi commissioni ecclesiastiche , che il più giovane Tiziano, invece, riusciva a raccogliere a piene mani. Un profilo di artista appartato, tormentato, anticonformista, che richiama la figura del ragazzetto scalzo appoggiato a una roccia fuori dalla città murata dell’unico disegno autografo rimasto, prezioso prestito del museo di Rotterdam alla mostra veneziana. E’ soprattutto alla luce dei nuovi esami radiografici dei “Tre filosofi” di Vienna che Gentili rafforza i suoi convincimenti. Sotto la versione definitiva del quadro ora a Venezia affiorano segnali astrologici e più nette connotazioni dei tre personaggi come patriarchi e simboli delle tre religioni monoteistiche, l’ebrea, la cristiana e l’islamica, da Giorgione poste pariteticamente sullo stesso piano, equiparate nel grado di importanza, e tutte ugualmente giudicate prossime a un epocale tracollo. Più forzata e capziosa &#8211; come ha notato per primo Antonio Pinelli &#8211; appare invece la seconda parte del saggio di Gentili, là dove ipotizza un Giorgione filo ebreo, contagiato da una visione saturnina e apocalittica derivata da una certa committenza ebraica. Se è vero come è vero che tutta l’opera di Giorgione è pervasa da una sottile inquietudine, da un allusività drammatica, da un rigorismo morale interiorizzato e forte, con Bernard Aikema la seconda delle tre firme in catalogo, viene piuttosto da ascriverla al rapporto continuo che Giorgione ebbe con pittori e incisori tedeschi.</p>
<p><span style="font-family:Times New Roman,serif;"><span style="font-size:small;"></p>
<div id="attachment_2551" class="wp-caption alignleft" style="width: 258px"><a href="http://simonamaggiorelli.files.wordpress.com/2009/12/6giorgioneritrattoludovisi.jpg"><img class="size-medium wp-image-2551" title="6GiorgioneRitrattoLudovisi" src="http://simonamaggiorelli.files.wordpress.com/2009/12/6giorgioneritrattoludovisi.jpg?w=248&#038;h=300" alt="" width="248" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Giorgione, ritratto Ludovisi</p></div>
<p>E in particolare con la pittura di Durer che fu a Venezia dal 1505 al 1507. Dal rapporto con l’opera del tedesco sicuramente nacque il potente autoritratto che Giorgione realizzò dipingendosi come un David saturnino, con uno sguardo bruciante di malinconia .Un timbro di struggente malinconia che Salvatore Settis indaga ora nella Pala di Castelfranco, per la prima volta arrivando a darle una data certa , il 1504, l’anno in cui morì giovanissimo Matteo Costanzo, soldato e rampollo di una famiglia nobile siciliana stabilitasi a Castelfranco. Il padre Tuzio commissionò la Pala a Giorgione, prova ne è la presenza dello stemma di famiglia che campeggia sul quadro. A partire da questa attestazione Settis rilegge il trono della Madonna come sarcofago di porfido, simbolo regio in Sicilia e in questo caso precisa allusione al titolo di viceré di Cipro che Tuzio Costanzo poteva vantare, sperando prima o poi di poter tornare a mettere le mani sui propri possedimenti. E proprio in questa chiave funebre, Settis spiega lo sguardo di tristezza che si accende sul volto della Madonna e del bambino. </span></span></p>
<p><span style="font-family:Times New Roman,serif;"><span style="font-size:small;">Ma le novità e le scoperte di questa preziosa mostra di Giorgione ( in attesa di un’antologica che fin qui non si è potuta realizzare per difficoltà di prestito e rischi eccessivi nel trasporto delle opere ) riguardano anche inaspettati ritrovamenti, come quello del “Putto alato”, un frammento della facciata del Fondaco dei Tedeschi, a cui Giorgione lavorò nel 1508, a due anni dalla morte, e del quale si credeva fosse rimasta solo la diafana immagine della “Nuda”, energica e tondeggiante figura femminile senza volto, di cui oggi si intravedono solo i solidi contorni. Messi l’uno accanto all’altro, due preziosi tasselli di un tutto purtroppo andato irrimediabilmente perduto. Ma qualcosa della libertà e della leggerezza delle immagini che una volta campeggiavano sulle pareti del Fondaco veneziano affrescato da Giorgione ci arriva attraverso la figura in dissoluzione di questo putto che si arrampica su un ramo rigoglioso di frutti. Si sapeva che era stato acquistato da Ruskin nella seconda metà dell’Ottocento, ma poi se ne erano perse le tracce, fino alla recente ricomparsa in una collezione privata. Altra nuova acquisizione, il “Cristo portacroce” della Scuola Grande di San Rocco che dopo anni di accesi dibattiti è stato definitivamente sussunto al ridottissimo catalogo di Giorgione. Un Cristo malinconico e dolcissimo, immagine sfumata per la stesura sottile del colore ma anche per le tante mani di devoti che vi si sono posate sopra, visto che la tela per molto tempo rimase collocata sul pilastro dell’abside.</span></span></p>
<p><span style="font-family:Times New Roman,serif;"><span style="font-size:small;">La mostra, nella Galleria dell’Accademia, resterà aperta fino al 22 febbraio 2004. Poi “La tempesta” e “La vecchia”, per quattro mesi saranno esposti al Kunsthistorisches di Vienna. </span></span></p>
<p><span style="font-family:Times New Roman,serif;"><span style="font-size:small;">Dal quotidiano Europa, 12 novembre 2003<br />
</span></span></p>
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		<title>Lettera d&#8217;amore a Istanbul</title>
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		<pubDate>Mon, 07 Dec 2009 14:03:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Simona Maggiorelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Orhan Pamuk presenta il  libro fotografico di un compagno di infannzia e sodale nella ricerca artisticaGli scatti  di Güler offrono la possibilità di vedere «accanto alla modernità, la semplicità e l’ingenuità». E scrive l’autore del romanzo Il mio nome  è rosso: «non è tristezza»
di Simona Maggiorelli
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			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><em>Orhan Pamuk presenta il  libro fotografico di un compagno di infannzia e sodale nella ricerca artisticaGli scatti  di Güler offrono la possibilità di vedere «accanto alla modernità, la semplicità e l’ingenuità». E scrive l’autore del romanzo Il mio nome  è rosso: «non è tristezza»</em></p>
<p>di Simona Maggiorelli</p>
<div id="attachment_2519" class="wp-caption alignleft" style="width: 246px"><a href="http://simonamaggiorelli.files.wordpress.com/2009/12/istanbul-300.jpg"><img class="size-medium wp-image-2519" title="Istanbul - 300" src="http://simonamaggiorelli.files.wordpress.com/2009/12/istanbul-300.jpg?w=236&#038;h=300" alt="" width="236" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Istanbul</p></div>
<p>E&#8217; una Istanbul in poetico  bianco e nero, di palazzi antichi, minareti e rigattarie, di nebbia mista a odore di spezie e caffè. Una città dal fascino retrò con baci rubati per le strade e donne velate in luoghi di preghiera. Una capitale in cui, negli anni Cinquanta, la modernità arrivava a passo lento ma inarrestabile fra i resti scintillanti dell’impero ottomano e la voce potente del muezzin. Il fotografo Ara Güler nel libro <em>Istanbul </em>(Mondadori) ha composto una lettera d’amore per immagini dedicata alla sua città natale. Riportando anche lo scrittore e Premio Nobel Orhan Pamuk a rivivere le atmosfere di un’infanzia trascorsa a giocare sul selciato di antiche chiese bizantine e al porto, fra i pescatori, a guardare le navi partire.</p>
<p>«Seduti in un caffè sulle rive del Bosforo non vediamo più i pescatori stendere le reti sul pontile o sulla banchina, Ma d’inverno e in autunno capita ancora che una miriade di pesci affluisca nelle acque del Bosforo e, come nelle fotografie di Ara Güler &#8211; annota Pamuk nel libro -l’ingresso del Bosforo o del Corno d’Oro si riempiano improvvisamente di centinaia di migliaia di barche». Un paesaggio che oggi lo scrittore turco osserva da lontano, dalla finestra del suo appartamento di Cihangir dove scrive i suoi romanzi. E queste foto di Güler velate di malinconia, mostrando contasti e inaspettate coesistenze fra vecchio e nuovo, suonano come il perfetto alter ego della vista sulla capitale che Pamuk ha affrescato due anni fa nel libro <em>Istanbul (</em>Einaudi).</p>
<p>Forse non è un caso che entrambi, da giovani, volessero fare i pittori. Gli scatti di Güler offrono la possibilità d vedere «accanto alla modernità, la semplicità e l’ingenuità e &#8211; fa giustamente notare Pamuk- non è tristezza». Per quanto poveri siano i carretti e spiazzanti gli asini dei venditori di pane in mezzo a rutilante movimento della capitale, o per quanto sfuggente sia lo sguardo delle donne impaurite e sorprese dall’obiettivo, la sensazione che le immagini di Güler comunicano a prima vista è quella di una contagiosa vitalità, oseremmo quasi dire di allegria.<br />
Perfino nelle fabbriche abbandonate e nelle case fatiscenti l’atmosfera non è mai oppressiva o del tutto disperata. Quasi che l’umanità di chi le abita colorasse i luoghi. E di fronte a questi toccanti quadri hanno il sapore di somma sprezzatura le parole di Ara Güler quando afferma che «la fotografia non è arte» e che le sue immagini hanno un valore puramente documentaristico.</p>
<p>I CANTASTORIE DI  STAMBOUL</p>
<p>Ho voluto offrire in quest’antologia, una rosa di storie che con le mie stesse mani ho raccolto nel variopinto giardino del folklore turco» scriveva lo studioso ungherese Ignácz Kúnos dando alle stampe le fiabe raccolte nel corso dei suoi viaggi attraverso l’Anatolia e ora riproposte da Donzelli in un ricco volume illustrato.<br />
«Non mi sono servito di libri &#8211; spiegava Kúnos &#8211; dal momento che la Turchia non è terra di lettere, e non esiste nessun libro del genere; ma, quale attento ascoltatore dei cantastorie, mi sono messo a trascriverli. Sono le storie che si possono udire ogni giorno, nei pressi di Stamboul, nelle casette sgangherate che formano questo quartiere di Costantinopoli essenzialmente turco, e che le donne del luogo, intorno al focolare, raccontano ai bambini o alle amiche». Le fiabe turche, proseguiva Kúnos «sono come il cristallo, che riverbera i raggi del sole in una miriade di fulgidi colori; limpide come il cielo sereno; trasparenti come la rugiada su un bocciolo di rosa. In breve, le fiabe turche non sono Le Mille e una notte. Sono, piuttosto, I Mille e un giorno».<br />
Lo studioso di folklore decise di consegnare alla scrittura il patrimonio favolistico popolare di una cruciale terra di confine tra Oriente e Occidente. E perché la circolazione di queste fiabe fosse la più ampia possibile, scelse di trascriverle e pubblicarle in inglese. Prima di oggi quelle storie di Padiscià, sultane, visir, animali parlanti, draghi, spiritelli buoni e dei crudeli non avevano mai raggiunto direttamente il pubblico italiano. La carica immaginifica di queste Fiabe turche edite da Donzelli trova forza anche nella grafica risposta secondo i disegni originali concepiti da Pogány e qui fedelmente riprodotti.</p>
<p>QUELLA BISANZIO CHE PER I CATTOLICI ERA IL MALE<br />
Per secoli gli studi medievali occidentali Bisanzio era stata considerata più che altro come una coda tardiva e decadente dell’antichità greco-romana. E quando uno studioso russo come Georg Ostrogorsky cominciò a dimostrare con i suoi libri quanta importanza avesse avuto nello sviluppo della civiltà, in Europa di metà ’900 ancora c’era chi sgranava gli occhi. «Che quell’impero millenario, oggetto di pregiudizi tenaci e secolari rancori confessionali da parte della Chiesa di Roma, non meritasse il disdegno da cui era tradizionalmente circondato fu per molti una vera rivelazione» annota Mario Gallina nell’introduzione al libro di Ivan Djuric’ <em>Il crepuscolo di Bisanzio </em>(Donzelli, 412 pagine, 19,50 euro). Cresciuto intellettualmente nella scuola di studi bizantini che Ostrogorsky fondò a Belgrado dopo essere stato cacciato dalla Germania nazista, Djuric’ mette a profitto la lezione del maestro, dimostrando l’infondatezza scientifica di quei pregiudizi che avevano sempre dipinto Bisanzio come il regno del “Male”, incarnato in un esasperato politicismo e nella decadenza dello spirito pubblico. Al centro di questo studio che si legge come un romanzo in primis gli eventi storici del XIV quando Bisanzio «non era più padrona di sé e fu costretta a fare i conti con il suo declino».        s.m.</p>
<p>Lo &#8220;SCONTRO&#8221; DI CIVILTA^ SECONDO WU MING<br />
Dieci  anni fa esordirono firmandosi Luther Blissett. La vicenda si svolgeva nella Istanbul del 1555 e in Q si ripercorreva a ritroso la storia d’Europa e le guerre interne alla cristianità. Oggi, quello stesso collettivo di scrittori si firma Wu Ming e ritorna a parlare delle guerre ai confini dell’Impero ottomano. Questa volta in Altai (Einaudi, 411 pagine, 19,50 euro) le gesta narrate da Wu Ming muovono da Venezia.<br />
Siamo nel 1569 e un boato scuote la notte.<br />
È l’Arsenale che va a fuoco, subito si apre la caccia al colpevole. Un agente della Serenissima fugge verso oriente, smarrito, «l’anima rigirata come un paio di brache». Approderà a Costantinopoli. Qui conosce Giuseppe Nasi, nemico e spauracchio d’Europa, potente giudeo che dal Bosforo lancia una sfida al mondo e a due millenni di oppressione. Intanto, sempre ai confini dell’Impero, un altro uomo si mette in viaggio, per l’ultimo appuntamento con la Storia. Gli echi di rivolte, intrighi, scontri di civiltà incalzano. Nicosia, Famagosta, Lepanto: uomini e navi corrono verso lo scontro finale tra islam e cristianesimo. Tra Oriente e Occidente. Mondi divisi e diversi in tutto. Anche negli effluvi. «Ogni città ha un odore di fondo: Venezia è muffa e salmastro, Salonicco sa di piscio, Costantinopoli di terra bagnata e fatica e sogno».</p>
<p><a href="http://simonamaggiorelli.files.wordpress.com/2009/12/i-signori-degli-orizzonti.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-2545" title="I signori degli orizzonti" src="http://simonamaggiorelli.files.wordpress.com/2009/12/i-signori-degli-orizzonti.jpg?w=200&#038;h=273" alt="" width="200" height="273" /></a>IL REGNO DEI SIGNORI DEGLI ORIZZONTI<br />
A Est, dal Mar Rosso lungo il Nilo sino all’Algeria; a Ovest, dal Mar Caspio fino alle porte di Vienna lungo il Danubio. Quella degli Ottomani è stata una storia di espansione e declino durata 600 anni. Comincia al termine del XIII secolo ai piedi delle montagne dell’Anatolia, da qui si muove travolgendo il potere bizantino fino ad arrivare alla costruzione di un impero che all’epoca del suo massimo splendore si estendeva, appunto, dal Danubio al Nilo. L’impero era islamico, ma molti dei suoi sudditi non erano musulmani e nessuno cercava di convertirli. Nel saggio storico I signori degli orizzonti (Einaudi, 356 pagine, 32 euro) Jason Goodwin ci accompagna lungo un viaggio che segue ora il ritmo di vita all’interno dell’Impero ora il modo in cui gli Ottomani combattevano o andavano per mare. L’impressione che si prova è di trovarsi davvero nel regno dei «signori degli orizzonti». Non meno intriganti sono i tre libri che hanno come protagonista Yashim, l’eunuco detective che vive nella Istanbul dell’Ottocento. Ne <em>Il ritratto di Bellini</em>, Il serpente di pietra e L’albero dei giannizzeri, tutti pubblicati per Einaudi, attraverso le inchieste del saggio Yashim, Goodwin offre un elegantissimo affresco dell’antica grandezza della capitale imperiale ottomana. La cui storia non può prescindere dai rapporti, anche culturali, con Venezia e Vienna.</p>
<p>dal quotidiano Terra 5 dicembre 2009</p>
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		<title>Ishtar, la dea degli opposti</title>
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		<pubDate>Sun, 06 Dec 2009 15:00:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Simona Maggiorelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[ In Mesopotamia quattro millenni fa fiorì una civiltà senza “religione”. Una cultura che nell’epos e nel suo pantheon offriva una complessa rappresentazione del femminile. La racconta in un nuovo libro dall’assirologo Pietro Mander
di Simona Maggiorelli
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			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><em> In Mesopotamia quattro millenni fa fiorì una civiltà senza “religione”. Una cultura che nell’epos e nel suo pantheon offriva una complessa rappresentazione del femminile. La racconta in un nuovo libro dall’assirologo Pietro Mander</em></p>
<p>di Simona Maggiorelli</p>
<div id="attachment_2458" class="wp-caption alignleft" style="width: 181px"><a href="http://simonamaggiorelli.files.wordpress.com/2009/12/ishtar.jpg"><img class="size-medium wp-image-2458" title="Ishtar" src="http://simonamaggiorelli.files.wordpress.com/2009/12/ishtar.jpg?w=171&#038;h=300" alt="" width="171" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Ishtar</p></div>
<p>La decifrazione della scrittura cuneiforme fin dall Ottocento ha permesso l’accumulo di una grande quantità di informazioni sulle culture dell’antica Mesopotamia. Ma l’analisi filologica dei dati non ha coinciso sempre con la  comprensione del loro significato più profondo. «Per questo ho sentito l’esigenza di prendere un po’ di distanze dalla mia stessa disciplina per tentare un’interpretazione più complessiva del pensiero mesopotamico» racconta l’assirologo Pietro Mander, docente all’Orientale di Napoli ed ex collaboratore di Pettinato nelle ricerche sui testi sumerici arcaici e eblaiti. C</p>
<p>Così, dopo un importante lavoro dedicato ai<em> Canti sumerici di amore e morte</em> (Paideia) e <em>Sumeri</em> pubblicato da Carocci, per l’editore romano Mander ha scritto una densa ricognizione della cultura mesopotamica nelle sue principali varianti sumera, babilonese e assira, dal titolo La religione dell’antica Mesopotamia. Un libro in cui propone innovative scelte terminologiche e di metodo. «Per cominciare &#8211; spiega il professore -il concetto di Mesopotamia non appartiene al mondo dei suoi antichi abitanti. Nasce dai Greci e da loro è giunto fino a noi» Ed è noto che i macedoni che entrarono a Babilonia da conquistatori con Alessandro Magno nel 31 a.C. erano militari.E non erano uomini di cultura nemmeno i generali che si divisero le province dell’impero macedone dopo la morte di Alessandro nel 323 a.C.</p>
<p>Immaginando di mettersi dalla parte di Berosso, un adepto del dio Marduk che intorno al 280 a.C. scrisse un’opera in più volumi per mostrare agli ignoranti greci (che stigmatizzavano gli stranieri come barbari) la ricchezza dell’antica cultura mesopotamica, Mander invita il lettore a uscire da quegli schemi occidentali che non permettono di capire la civiltà che fra il Tigri e l’Eufrate fiorì più di quattro millenni fa come culla della scrittura e delle prime città stato. La prima categoria fuorviante, avverte Mander, è proprio quella che campeggia nel titolo del suo nuovo libro: «Nelle lingue antiche del Vicino Oriente- spiega- non esiste un termine che possa rendere il senso di religione». Così come la nostra parola magia non richiama l’articolazione di significati che connotava l’astrologia, le divinazioni e gli esorcismi (già nei primi testi narrativi nel XXVI secolo a.C. di Farah). Né ci aiuta a comprendere l’immaginifica epica dei re di Uruk (di cui ci sono rimasti cinque poemi in lingua sumerica) o l’epica di Gilgamesh in lingua accadica, «una tradizione- sottolinea Mander- di forte intensità poetica e coesione narrativa».</p>
<p>Il punto è, al fondo, che il politeismo mesopotamico non conosceva separazione fra realtà trascendente e mondo sensibile. «Questa dicotomia &#8211; spiega l’assirologo &#8211; è necessaria nella religione che l’Occidente ha mutuato dal mondo giudaico: il monoteismo, che è fondato proprio sulla negazione dell’alterità e sulla netta separazione del trascendente dall’immanente». La più antica affermazione del monoteismo nel Vicino Oriente, come è noto, risale al XVI secolo a.C. e si fa risalire a Amenophis IV che in Egitto impose dall’alto il culto del disco solare Aten. «Il dio unico &#8211; approfondisce Mander &#8211; nega e annulla tutti gli altri dei. Poi i latini diranno omnes dii gentium daemonia, gli dei pagani sono demoni. Il monoteismo ha creato una visione preconcetta delle culture che ha sottomesso». E una visione alterata della “religione” mesopotamica è arrivata fino a noi, tanto che Mander (con Assmann) preferisce parlare di “cosmoteismo”: perché le divinità, perlopiù, sono raffigurate in forma antropomorfica e rappresentano «le potenze reali che ci circondano nella vita di tutti i giorni». Sono le forze che muovono l’universo, le stelle, l’acqua, i temporali ma anche le emozioni, gli affetti e le pulsioni profonde che muovono la mente umana. In altre parole, dice Mander, «gli dei erano differenziazioni del cosmo che corrispondevano alle molteplici esperienze umane».</p>
<div id="attachment_2508" class="wp-caption alignright" style="width: 192px"><a href="http://simonamaggiorelli.files.wordpress.com/2009/12/0039-figurina-in-lutto.jpg"><img class="size-medium wp-image-2508" title="0039 Figurina in lutto" src="http://simonamaggiorelli.files.wordpress.com/2009/12/0039-figurina-in-lutto.jpg?w=182&#038;h=300" alt="" width="182" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">statuetta egizia preistorica</p></div>
<p>Con questo assunto, il pantheon mesopotamico, eminentemente sumerico, era già compiuto nella prima metà del III millennio a.C. e rimase pressoché immutato per i duemila anni successivi. Di fatto. un pantheon assai affollato di dei ma al tempo stesso curiosamente antropocentrico. «Ogni persona si pensava generata dai propri genitori e al contempo da un suo “dio” o “dea” &#8211; ci spiega Mander &#8211; e la presenza nell’essere umano di un elemento divino costituisce il motivo della centralità cosmica dell’uomo che è stato incaricato dagli dei di gestire il mondo secondo i principi celesti da essi stabiliti». I sumeri non si interessavano all’origine dell’universo né di questioni escatologiche. Ma volevano conoscere il funzionamento delle cose del mondo. Come dimostra il grande sviluppo che ebbero le “scienze” in Mesopotamia fin dall’antichità. Inoltre, come scriveva l’archeologo Paolo Brusasco ne La mesopotamia prima dell’Islam (Bruno Mondadori, vedi left n.7/2009), il loro era un universo pagano che non reprimeva la donna. Diversamente dai tre monoteismi. Ne è spia anche il fatto che nel loro pantheon, così come nell’epos, un posto di rilievo era riservato alle dee e a Ishtar (Inanna in lingua sumerica) in modo particolare, la dea che ha in sé Venere e Marte. E, per dirla con l’assirologo Bottéro, « la dea che ha creato il desiderio per la buona riuscita dell’amore». «Ishtar &#8211; commenta Mander &#8211; è il pianeta Venere che appare prima del sole e dopo il tramonto. Mantiene la luce nelle tenebre e anticipa l’alba. In questo senso unisce gli opposti. Per questo i sacerdoti della dea erano vestiti da donna e portavano strumenti femminili. Non perché fossero dei pervertiti ma per indicare l’unione dei due opposti». Al contempo per rappresentare il fatto che la dea aveva in sé anche un’immagine maschile, guerriera, in alcuni contesti veniva rappresentata con la barba. «Ishtar &#8211; aggiunge Mander &#8211; era la dea dell’ebbrezza alcolica e del furore guerriero come stati di conoscenza alterata. Ma il suo nome indica anche la fusione dell’elemento divino con quello corporeo, dove per elemento divino si intende quella forza vitale, intima, quel talento, quella tendenza che, per esempio, spinge un Mozart verso la musica». Dunque non pensava in termini di scissione fra fisico e psichico? «L’essere umano per gli abitanti della Mesopotamia aveva una componente divina: è l’unico che crea una società diversa dal branco. Non c’èra un conflitto fra razionalità o irrazionalità. O almeno noi non ne abbiamo traccia».</p>
<p>dal left- Avvenimenti 20 novembre 2009</p>
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		<title>Le maghe di Babilonia</title>
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		<pubDate>Sun, 06 Dec 2009 14:30:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Simona Maggiorelli</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><div id="attachment_642" class="wp-caption alignleft" style="width: 324px"><img class="size-full wp-image-642" title="foto-4" src="http://simonamaggiorelli.files.wordpress.com/2009/03/foto-4.jpg?w=314&#038;h=443" alt="foto-4" width="314" height="443" /><p class="wp-caption-text">Ishtar</p></div>
<p><strong>Alla scoperta dell&#8217;antica Mesopotamia dove la donna aveva una libertà che poi Cristianesimo e Islam le avrebbero negato. Una mostra al British Museum e nuove campagne di recupero delle rovine per ricostruire l&#8217;antico splendore della città di Hammurabi. «In Iraq c&#8217;è ancora la guerra civile. E&#8217; impossibile per gli archeologi occidentali andare a visitare i siti» racconta l&#8217;archeologo Paolo Brusasco <span style="color:#800000;"><em>di Simona Maggiorelli</em></span></strong></p>
<p>Babilonia “culla della civiltà” si studiava da piccolissimi. In questa area del mondo, si leggeva nei libri di scuola c&#8217;erano stati i primi grandi risultati nelle scienze umane, l&#8217;invenzione della scrittura cuneiforme, il primo codice di leggi di Hammurabi. Ma anche l&#8217;arte degli aruspici e degli interpreti di sogni. Un mondo favoloso, fino allo controriforma Moratti, sfuggito miracolosamente alle maglie della scuola gentiliana improntata sugli anatemi biblici contro la torre di Babele. Ma poi sul quel sogno  infantile di civiltà antica fatto di giardini pensili su inespugnabili ziqqurrat sono piombate d&#8217;un tratto  le agghiaccianti distruzioni della Guerra del Golfo. “Operazioni chirurgiche” come venivano raccontate dalla Cnn, dalla Bbc e dalla Rai nel 1991. A cui si sono sommate le missioni angloamericane contro le presunte armi atomiche del dittatore iracheno Saddam Hussein. Un&#8217;operazione pretestuosa, del tutto folle che “ha lascito  sul campo più di  4mila soldati occidentali uccisi. E un numero ancora incalcolabile di morti fra i civili iracheni”, come ricorda l&#8217;archeologo e docente dell&#8217;Università di Genova Paolo Brusasco ad incipit del suo libro La Mesopotamia prima dell&#8217;Islam (Bruno Mondadori).  Di pari passo, come è noto, sono stati distrutti centinaia di importanti siti archeologici, mentre dal museo di Bagdad sono andati dispersi- distrutti o trafugati -più di ventimila reperti importanti (che datano dal 7mila a. C al mille d. C) di arte  dei Sumeri, degli Assiri e dei Babilonesi. <strong><img class="alignleft size-full wp-image-650" title="an00404485_001-map-of-world-da-scont" src="http://simonamaggiorelli.files.wordpress.com/2009/03/an00404485_001-map-of-world-da-scont.jpg?w=206&#038;h=262" alt="an00404485_001-map-of-world-da-scont" width="206" height="262" /></strong>Come ricostruisce puntualmente l&#8217;archeologo  Friederick Mario Fales nella recente riedizione del suo Saccheggio in Mesopotamia  uscito nel 2003 per la casa editrice Forum di Udine. “Ancora oggi non abbiamo una stima esaustiva e definitiva, i danni potrebbero essere di molto superiori- rilancia Brusasco-. In Iraq è in corso una guerra civile ed è ancora impossibile per  la maggior parte di noi occidentali andare a visitare i siti archeologici”. A cominciare da quello dell&#8217;antichissima città di Babilonia, la capitale del regno di Hammurabi del II millennio a. C, insieme a Uruk ,una delle città simbolo della Mesopotamia.  Nonché una delle più segnate dalla presenza di soldati. “Del tutto incuranti delle raccomandazioni preventive dell&#8217;Unesco le truppe angloamericane &#8211; racconta a left Paolo Brusasco &#8211; hanno scavato trincee in siti archeologici di primaria importanza e buona parte dei danni causati, purtroppo, saranno purtroppo irrecuperabili”. Non solo è stata danneggiata la porta istoriata  di Ishtar,installando una base di elicotteri a ridosso delle antiche e friabili mura in terra cruda, ma sono andate in rovina anche le ricostruzioni anni 70 che Saddam Hussein aveva fatto fare in mattoni cotti. “Certamente restauri che non avevano nulla  di scientifico e confezionati a misura della propaganda di regime -sottolinea Brusasco – ma alcuni sostengono che almeno sommariamente  potessero dare l&#8217;idea dello splendore antico di Babilonia”. Così dopo aver raso al suolo centinai di siti, dopo aver trafugato e rivenduto su  internet  reperti preziosissimi di arte sumera, assira e babilonese, oggi l&#8217;occidente sembra voler cercare di correre ai ripari. Per  senso di colpa ma anche perché la ricostruzione  può essere un buon business .  Fatto è che da più parti. si annunciano campagne internazionali di scavo e di recupero dell&#8217;antica città della Mesopotamia. Una, dal titolo “Il futuro di Babilonia” e con la partecipazione economica di importanti organismi internazionali, secondo l&#8217;agenzia Reuters, partirà a giorni.<strong><img class="alignright size-full wp-image-648" title="oldest-lovers" src="http://simonamaggiorelli.files.wordpress.com/2009/03/oldest-lovers.jpg?w=320&#038;h=261" alt="oldest-lovers" width="320" height="261" /></strong></p>
<p><strong>Professore sarà davvero possibile un recupero delle rovine dell&#8217;antica Babilonia e in quanto tempo?</strong><br />
In realtà ancora siamo solo alle operazioni preventive di studio e di messa a punto organizzativa di possibili campagne. Il direttore del dipartimento del Vicino Oriente del British Museum, John Curtis, ha fatto  già una serie di ispezioni portando alla luce alcuni danni, purtroppo irreversibili. Una base militare anglo americana è stata costruita, per esempio, proprio sulle rovine attigue al palazzo di Nabucodonosor,  il sovrano della deportazione ebraica del 597 a. C. I soldati hanno coperto le rovine archeologiche di ghiaia e le hanno cosparse di spray chimico per non sollevare la polvere. S&#8217;immagini i danni che un esercito potrebbe fare se domani si installasi a Pompei. A Babilonia addirittura molti container sono stati riempiti di terra prelevando materiali da siti diversi, la stratigrafia è irreversibilmente danneggiata. Gesti che la popolazione irachena ha letto come una volontà di appropriarsi  in modo neocolonialista del passato e della storia di queste aree. Se un giorno si faranno nuovi scavi in queste zone sempre bisognerà sempre tener presente che esiste uno strato dell&#8217;invasione anglo-americana. Hanno creato un disastro inimmaginabile dal punto di vista della lettura del sito.<br />
<strong></strong></p>
<p><strong>La mostra londinese ora al British esplora il mito di Babilonia, quanto certo “orientalismo” ha oscurato il nostro sguardo occidentale? </strong>Babilonia è città delle prime leggi di Hammurabi, di questa città che poi fu governata Nabucodonosor ne hanno parlato in termini favolosi gli autori classici, ma soprattutto la Bibbia. Nell&#8217;immaginario occidentale è sempre stata una città simbolo di tirannia ma anche di meraviglia e di stupore. I racconti dei profeti ebrei che hanno scritto in cattività a Babilonia ce l&#8217;hanno sempre raffigurata in termini negativi e fino agli scavi del 1800 non si è mai conosciuta in Occidente la vera Babilonia.</p>
<p><strong>Babilonia la grande meretrice, Babilonia  che verrà distrutta  dal castigo di dio sono le immagini anche dantesche…</strong><br />
Una parte della mostra ora al British Museum di Londra si occupa appunto del mito di Babilonia e punta a metterne in luce gli aspetti fasulli, quelli su cui si è basata la visione distorta dell&#8217;occidente. Basta pensare al mito della torre di Babele, alla minaccia della confusione delle lingue. Alle leggende che dipingevano la città come regno del vizio.  In realtà la  famigerata torre non era che lo ziqqurrat del dio Marduk a cui si rifacevano più colture diverse. Babilonia era una città dove convivano in modo pacifico diverse etnie. L&#8217; interpretazione che ne ha dato l&#8217;Occidente non corrisponde in nulla ai reperti scavati.<img class="alignright size-full wp-image-654" title="terracotta" src="http://simonamaggiorelli.files.wordpress.com/2009/03/terracotta.jpg?w=259&#038;h=435" alt="terracotta" width="259" height="435" /></p>
<p><strong>Il fatto che lo sguardo deformante della tradizione biblica si sia accanito soprattutto su figure femminili ( basta pensare a Semiramide) farebbe pensare che le donne in Mesopotamia godessero di una certa libertà. E&#8217; così?</strong><br />
Io l&#8217;ho scritto, ma non sono il solo. In Mesopotamia la donna non aveva la posizione sociale che poi ritroviamo nella tradizione cristiana o nell&#8217;islam. Soprattutto nel terzo millennio, nel periodo sumerico, i codici di leggi trovati ci raccontano di tantissime regine, donne che avevano realmente potere. Poi nel codice di Hammurabi troviamo che la donna può intraprendere attività commerciali come imprenditrice e avere libero rapporto con l&#8217;esterno. C&#8217;era anche una specifica categoria di cosiddette sacerdotesse imprenditrici che avevano delle grandi proprietà fondiarie e le gestivano autonomamente. Ovviamente non c&#8217;era una vera parità fra uomo e donna, però  possiamo dire che in Mesopotamia, dal III al I millennio a C. non c&#8217;è prova che esistessero degli Harem. Solo intorno al 900 a. C. fra gli Assiri compaiono, in concomitanza con l&#8217;emergere della propaganda maschile legata alla guerra e che determinò una serie di leggi che per la prima volta relegavano la donna in aree specifiche della casa e del palazzo.</p>
<p><strong>La libertà sessuale della donna in Mesopotamia, lei scrive, “non è affatto associata a un&#8217;istintualità primitiva o animale”.</strong><br />
Sì la sessualità e la figura femminile non sono viste in accezione negativa. Il desiderio femminile non è represso ma è considerato un elemento di vita, un aspetto culturale. Per esempio nel mito di Gilgamesh, l&#8217;eroe di Uruk, che si narra sia vissuto intorno al 2675 a. C aveva un nemico, Enkidu, che viveva nella foresta ed detto un incivile. Prima di scontrarsi con Gilgamesh, però, Enkidu viene “civilizzato” da una prostituta. In Mesopotamia il fatto che le prostitute fossero immerse nella vita urbana ne faceva delle detentrici di cultura e conoscenza. Anche da altri testi antichi si comprende che la sessualità era un mezzo per conoscere i rapporti umani di cui la società viveva. Non si trova mai in questo contesto una caratterizzazione in negativo della donna come si trova nella Bibbia. E il desiderio  non è qualcosa di immediato da sfogare o da reprimere. La sessualità viene inserita in un ordine di idee urbano e civile non animale.</p>
<p><strong>Non c&#8217;è un senso del peccato come nella tradizione giudaico cristiana?</strong><br />
No in Mesopotamia non c&#8217;è qualcosa di simile.</p>
<p><strong><img class="size-medium wp-image-657 alignleft" title="VA Bab 4431" src="http://simonamaggiorelli.files.wordpress.com/2009/03/an00414533_001-dragon-relief.jpg?w=300&#038;h=210" alt="VA Bab 4431" width="300" height="210" /></strong><strong>In un modellino di un letto conservato al British Museum si coglie uno scambio di sguardi fortissimo fra un uomo e una donna. Una rappresentazione ben diversa dalle fredde anatomie di Pompei.</strong><br />
Nelle abitazioni in Mesopotamia si trovano placche sessuali come amuleti di fecondità. Si rifacevano a miti del matrimonio sacro fra due divinità. In Mesopotamia l&#8217;accoppiamento fra esseri umani e divinità era considerata all&#8217;origine del mondo. Anche per questo la sessualità veniva vista in modo positivo. Ma sessualità era anche  l&#8217;intimità fra uomo e donna è vista in senso sentimentale, romantico. Questo abbraccio, questo letto che rappresenta il simbolo della vita di coppia, soprattutto in epoca sumerica, nel periodo più antico è molto legato a situazioni  sentimentali più profonde.</p>
<p><strong>Nella cultura della Mesopotamia il Logos, inteso come ragione non arriva a schiacciare un mondo di immagini e di passioni come accade a un certo punto nella Grecia antica?</strong><br />
La ragione in Mesopotamia è secondaria rispetto a una concezione del mondo e anche della scienza sempre divinatoria. Per l&#8217;uomo della Mesopotamia  il rapporto con il mondo non è logico ma è in qualche modo illogico, talvolta legato ai presagi. Grande importanza aveva l&#8217;astronomia ma anche l&#8217;astrologia. La divinazione era considerata una scienza. C&#8217;erano indovini, esorcisti, scienziati, specializzati nella lettura dei pianeti e delle stelle, maghi, interpreti di sogni. C&#8217;è un approccio completamente diverso da quello della logica greca.</p>
<p><strong>Lei scrive anche che è un pregiudizio pensare che solo la lingua e la scrittura siano sistemi altamente simbolici. Anche l&#8217;arte in Mesopotamia tende ad essere rappresentazione simbolica, talvolta quasi astratta?</strong><br />
In Mesopotamia l&#8217;arte non è mai mimetica della realtà alla maniera greca. Parte da un altro presupposto. Non c&#8217;è l&#8217;umanesimo greco. L&#8217;arte mesopotamica è un&#8217;arte sempre simbolica, tanto che anche quanto raffigura la realtà, come nelle stele o nei rilievi assiri che pur narrando di guerre, le traspongono sempre con elementi astratti su un piano simbolico. Si parte da un fatto, da un azione singola, ma si arriva poi a trasporla su un piano universale. Sono scene che non tendono a una prospettiva precisa, ma puntano a a un&#8217;evidenza viva, alla drammaticità del racconto. All&#8217;arte mesopotamica non interessa  raffigurare la realtà per ciò che è.</p>
<p><span style="color:#800000;"><em><strong>da Left-Avvenimenti 7/2009 del 20 febbraio </strong></em></span></p>
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		<title>Editoria. La tentazione del cartello</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Dec 2009 14:35:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Simona Maggiorelli</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p>Dopo molti anni di crescita costante (anche se lenta) il mercato editoriale italiano nel 2009 segna una significativa battuta di arresto legata, in parte, alla congiuntura di crisi economica che il Paese sta attraversando. Ma a ben guardare, quel meno 4,2 per cento di libri venduti registrato dall’Associazione italiana editori (Aie) rispetto al 2008 potrebbe non essere poi così negativo.<br />
Non si arrabbino gli editori ma scoprire tra le recenti rilevazioni di Nielsen Bookscan che la diffusione della lettura, anche grazie alle iniziative di biblioteche e di nuovi circoli di lettura, è passata dal 44 per cento del 2008 al 45,1 per cento del 2009 risulta incoraggiante; anche in vista del lungo cammino che l’Italia deve percorrere per avvicinarsi, per esempio, a Paesi europei come Francia e Spagna dove la passione per la lettura di libri contagia, rispettivamente, il 60 e il 72 per cento della popolazione. Come sia potuto accadere che in Italia si legga di più nonostante si comprino meno libri è la prima domanda a cui l’ottava edizione di Più libri più liberi tenterà di rispondere. La fiera romana della piccola e media editoria, in programma dal 5 all’8 dicembre al Palazzo dei Congressi dell’Eur, dedica a questo tema un convegno in cui interverranno, tra gli altri, Miria Savioli di Istat e Renata Gorgani de Il Castoro, con l’obiettivo di indagare anche il processo che ha portato i “lettori forti” in un anno dal 13,2 per cento al 15,2 per cento e quelli occasionali (che leggono da uno a tre libri l’anno) dal 47,7 per cento al 44,9. L’analisi di ciò che sta accadendo in Italia a raffronto con il resto d’Europa, infine, viene affrontato il 5 dicembre, in una tavola rotonda organizzata dall’Aie e dall’Osservatorio permanente europeo sulla lettura diretto da Michele Rak dell’università di Siena.</p>
<p>Ma capire come stia cambiando il pubblico dei lettori pur essendo importante non basta per fotografare il momento che sta attraversando l’editoria italiana, segnata com’è da sempre più forti presenze monopolistiche. Anche perché pare già tramontata la fase in cui da una parte c’era il colosso Mondadori con tutta la sua potenza economica e dall’altra una miriade di piccole e medie case editrici indipendenti, forti delle proprie idee. Nel corso degli ultimi due anni il panorama dell’editoria italiana si è fatto assai più ingarbugliato e difficile da leggere. Quel che emerge a occhio nudo è che, stretti nella morsa delle grandi concentrazioni, alcuni marchi prestigiosi della piccola e media editoria hanno cominciato ad ammainare la bandiera dell’indipendenza decidendo di apparentarsi a holding di grandi dimensioni. E se il fatto che la casa editrice Carocci sia entrata nell’orbita de Il Mulino non ha fatto troppo scalpore, (dal momento che si tratta di due case editrici “omogenee” nella scelta di ambito scientifico e universitario) diverso è il caso di uno storico marchio come Bollati Boringhieri e ancor più quello di una casa editrice che fa tendenza come Fazi, entrambe entrate questo autunno nel gruppo Mauri-Spagnol (GeMS). Parliamo in questo caso di una holding che dal 2005 a oggi ha acquisito una lunga fila di marchi: Longanesi, Garzanti, Guanda, Corbaccio, Vallardi, Tea, Nord, oltreché Ponte alle Grazie e Salani che già erano per metà controllate dalla famiglia Spagnol. Ma GeMs vanta nella sua “scuderia” anche una casa editrice “corsara” e di controinformazione come Chiarelettere (di cui detiene il 49 per cento).</p>
<p>Così, incontrando l’editore Elido Fazi per fare il punto sullo stato di salute della piccola e media editoria in occasione della fiera romana, la domanda sorge inevitabile: che cosa spinge un editore che non ha il bilancio in rosso a cedere il 34 per cento della proprietà a una holding esterna? «Nel mio caso volevo liberarmi di alcune competenze tecniche per concentrarmi di più sulle strategie editoriali, sulla parte più creativa del mio lavoro » confessa Fazi, editore di saggi coraggiosi come Il libro nero della psicoanalisi e di letteratura alta (dal premio Pulitzer, Straut, a Pahor a Manseau), ma anche eclettico saggista (sta scrivendo un libro sul poeta Keats che uscirà in primavera).<br />
«Ma al di là delle mie esigenze personali  la decisione di entrare in GeMS- spiega Fazi &#8211; è dettata dal fatto che volevamo un’alleanza con un gruppo editoriale che ci permettesse di mantenere l’autonomia ma al tempo stesso ci fornisse il know how, le competenze necessarie per fare un ulteriore salto di qualità.  Insomma &#8211; chiosa l’editore &#8211; GeMS ci è sembrato la scelta migliore, è un gruppo estremamente vitale. Da parte nostra siamo cresciuti anche quest’anno. Siamo sani come un pesce». Tanto più allora: perché vendere? «Quando si è in buona salute una quota si vende meglio. è quando si è in difficoltà che si ottiene poco »abbozza l’editore romano che prima di mettersi a fare questo mestiere a quarant&#8217; anni aveva alle spalle anni di lavoro all’<em>Economist</em>. «L’obiettivo &#8211; ribadisce &#8211; è mantenere l’autonomia all’interno di un gruppo in cui entriamo come uno dei marchi di punta, acquisendo al contempo competenze che in un medio editore sono un po’ scarse».</p>
<p>In un mondo editoriale in cui giganteggiano “majors” che possono controllare tutta la filiera &#8211; dalla produzione alla distribuzione, alla vendita &#8211; anche per un medio editore può risultare difficile riuscire a raggiungere il proprio pubblico e far sopravvivere i propri titoli al feroce turn over della vetrina. Anche per questo Feltrinelli un anno fa ha deciso di acquistare Pde (Produzione distribuzione editoria). Avendo già dalla sua il valore aggiunto di molte librerie sparse per la penisola. «Io non so se nel tempo quella di Feltrinelli si rivelerà la scelta giusta. Anche la loro dimensione non è sufficiente oggi per operare in piena autonomia. E tanto meno riesce a farlo un editore medio piccolo. Da solo non può giocarsela alla pari con i grandi editori». La situazione italiana da questo punto di vista è ben nota, Mondadori possiede il 30 per cento del mercato. «E tutti &#8211; stigmatizza Elido Fazi &#8211; vogliono andare lì per i soldi. Gran parte della sinistra va sulle ali di Berlusconi: tranquilla, perché paga bene. Perfino gli antiberlusconiani più accaniti come Vauro, quando si tratta di pubblicare, lo fanno con il Cavaliere. è una cosa italiana: tengo famiglia, i soldi fanno comodo a tutti».<br />
Simona Maggiorelli</p>
<p>da Left-Avvenimentii del 4 dicembre 2009</p>
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