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Archivio per la categoria ‘Musica’

Una Marinella praticamente porno

Pubblicato da Simona Maggiorelli su Dicembre 1, 2009

Tutto Faber on the road concerto per concerto. In un nuovo libro curato da Elena Valdini per Chiarelettere

di Simona Maggiorelli

Tourbook Chiarelettere

«Da sei anni svuoto scatole, sacchetti e sacchettini e mentre svuoto, leggo fogli e foglietti con appunti di canzoni, pensieri sparsi, numeri di telefono…autografi dal tratto lindo della trascrizione in stampatello o nati dal cortocircuito delle idee, sicché ormai distinguo la grafia dell’elaborazione da quella dell’urgenza…E’ Dori a portarli direttamente qui in Fondazione da quando la famiglia ha accettato di creare all’Università di Siena il fondo De André. Così il mio lavoro è anche quello di preparare ogni foglio per il suo viaggio in Toscana… leggo e mi perdo; staziono, riemergo e riordino. Poi metto tutto in una bella busta e saluto…».

Comincia così il lungo percorso a tappe di Tourbook, Fabrizio De André 1975-1998 (Chiarelettere,470 pagine,59 euro), il volume in cui Elena Valdini ricostruisce punto per punto i concerti dal vivo del cantautore genovese lungo un arco di più di vent’anni, raccogliendo una messe incredibile di scritti autografi, biglietti,locandine,articoli di giornale. Un pazzesco lavoro d’archivio,il suo: meticoloso, attento, come può esserlo quello di una giovane laureata in storia contemporanea e innamorata della ricerca. Un lavoro dipanato in centinaia di pagine, scritte con piglio leggero, da cui riemergono dimenticati flash di storia ma anche fotogrammi di un De André intimo. In cui si racconta, per esempio, la facilità e il piacere che il cantautore aveva nell’improvvisare dal vivo, ma anche della sua inveterata paura del palco. Così se tante volte, anche all’ultimo, annullava i concerti lamentando fantomatici mal di gola, di fronte al pubblico borghese e modaiolo de La Bussola versiliese De André fu capace di improvvisare una cruda e durissima versione de “La canzone di Marinella”, tanto che un giornale titolò scandalizzato: “Una Marinella praticamente porno”. Aspetti privati, ma anche di storia italiana del costume che Elena Valdini ha usato come pezzi di un puzzle per costruire questo suo originale Tourbook, fatto di parole e immagini. La Fondazione Fabrizio De André onlus le ha aperto gli archivi e personalmente Dori Ghezzi le ha messo a disposizione i suoi ricordi perché,lei dice, «Fabrizio è di tutti». E’ nato così questo insolito viaggio in Italia in cui, capitolo dopo capitolo, Elena Valdini non solo rintraccia e racconta le performance del cantautore genovese collazionando le cronache del tempo ma soprattutto raccoglie dal vivo le testimonianze di musicisti e amici che con lui condivisero la vita on the road.

«La sera del 23 luglio 1998 una tonda luna avrebbe illuminato il palco dell’anfiteatro comunale di Nuoro su cui Fabrizio De André si stava esibendo – scrive Elena Valdini in Tourbook – al punto di catalizzare ancora oggi il racconto di quella serata…a parte questo non c’era modo di capirne altro. Una sintesi insolita perché chi me ne ha parlato non solo è uno spettatore attento, ma anche un abile narratore, di quelli che non si accontentano di usare la retorica del cielo e rifuggono dai facili sentimentalismi». L’anomala combinazione del racconto ha incuriosito Elena al punto da decidere di volare in Sardegna «per provare a capire il significato di quella luna tonda». Scopriremo poi che quei narratori speciali si chiamavano Pierangelo Bertoli e Tazenda, storico gruppo etnopop della Sardegna. Altrove nel libro troviamo la voce degli scrittori Stefano Benni e Diego De Silva, di Cesare B. Romana che per Sperling & Kupfer ha scritto la biografia Fabrizio De André l’amico fragile, ma anche quelle di Giorgio Gori, di Mario Ricci e di Bepi Morgia, che come l’autore de “La buona novella” veniva dalla Genova “bene” e poi, attraverso l’esperienza dell’anarchia, era approdato alla musica e allo spettacolo del vivo, a fianco prima di Baglioni e poi, con un bel salto culturale, di Fabrizio. E non solo. Uno spicchio di storia inedita viene anche da Eugenio Finardi che nel suo contributo al libro ricorda i lunghi viaggi silenziosi di un tour in cui lui faceva musicalmente da spalla. «In macchina perlopiù parlavamo dei nostri figli, quasi mai di musica. Eravamo entrambi molto timidi» ricorda l’autore di Musica ribelle. Un episodio apparentemente marginale ma che ci dà la misura di quale fosse il “modo” di De André che «non voleva essere ingabbiato nel personaggio né nella professione di cantante», ma ci dice anche di quanto fosse differente, vent’anni fa, il mondo della musica. «Allora i cantautori e i musicisti erano persone reali, raggiungibili» commenta Elena Valdini che Terra ha raggiunto telefonicamente in Fondazione De André.Ed è curioso sentire lei parlare di quella stagione culturale con tanta passione, lei che è nata nel 1981 e che le canzoni di De André le ha conosciute con le ninne nanne che le cantava sua madre. «In realtà – confessa – dopo aver dichiarato il mio amore in alcuni scritti che erano piaciuti a Dori Ghezzi come Volammo davvero uscito per Rizzoli e Il suono e l’inchiostro (Chiarelettere) è stata lei a spingermi a impegnarmi in questo lavoro: “proprio tu che non mai visto Fabrizio dal vivo, mi ha detto, prova a vederlo». Il punto era fare una ricostruzione di quei lunghi anni di concerti in una chiave nuova, fresca, che potesse parlare al pubblico giovane di oggi. «In tutte le sue iniziative del resto- nota Elena Valdini- la Fondazione De André non è mai andata nella direzione della costruzione di un monumento». E se Elena dice di aver sempre pensato Fabrizio De André come «uno dei più importanti intellettuali del Novecento»,dall’altra parte ammette che per lei, fin dall’adolescenza, è stato «un semplice compagno di viaggio per comprendere le cose del mondo, grazie a quella maniera che aveva di proporle senza saccenza, aiutandoti a sviluppare un tuo sguardo critico».

Ed è stata questa la molla che alla fine ha spinto Elena, armata di taccuino, a mettersi davvero in viaggio, percorrendo in lungo e in largo la penisola. Uno spirito e un fiuto da cronista che l’ha portata anche a cercare un personaggio del tutto estraneo al mondo della canzone come il leader Radicale Marco Pannella. «L’ho incontrato chiedendogli di aiutarmi a ricostruire la data precisa di un concerto che Fabrizio De André tenne in piazza Navona a Roma – ammette Elena -. E mai mi sarei mai aspettata che venisse fuori quello straordinario racconto che Pannella mi ha regalato di quel 3 giugno 1975 e che ho ripreso nel libro». Furono una giornata e una serata per molti versi davvero speciali quelle in cui Dori Ghezzi e Fabrizio De André si trovarono a parlare con Marco Pannella, Adele Faccio e «la neoarruolata» Emma Bonino. Il concerto era stato organizzato dal Partito Radicale e, come racconta lo stesso Pannella in Tourbook «Fabrizio cantò un bel po’in quella nostra serata di diritti civili». E poi rivolgendosi alla giovane intervistatrice aggiunge:«Vedi,la cosa meravigliosa è che lui cantava quello che noi cercavamo di far vivere…».

E se per il leader radicale le parole in comune con De André erano quelle della non violenza gandhiana, Elena che ha quasi cinquant’anni di meno aggiunge:«le parole che mi hanno sempre colpito di quegli anni sono partecipazione e autenticità. E poterle riscoprire attraverso questo viaggio mi ha molto emozionato. Non vorrei apparire nostalgica, ma andare a rivedere quei giorni tentandone un’analisi per noi che siamo nati negli anni Ottanta quando il clima culturale era tutt’altro significa anche poter realizzare che c’è stato un tempo in cui quelle parole, partecipazione e autenticità, significavano una cosa concreta e finalmente poterci dire oggi: allora si può fare».

Dal quotidianto Terra del 6 dicembre 2009

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Enrico Pieranunzi, eclettismo sulla pelle

Pubblicato da Simona Maggiorelli su Giugno 15, 2009

di Simona Maggiorelli

Klimt, Il bacio 1907

Klimt, Il bacio 1907

Tra originali “incursioni” nella musica classica, progetti di ricerca e di scrittura e un suo trio stabile, praticamente in ogni capitale del jazz, Enrico Pieranunzi ha trovato anche modo di tornare sulle strade del Nord Europa, per registrare Oslo un disco nato dalla collaborazione con il bassista norvegese Terje Gewelt. Un cd registrato nell’agosto 2008 negli studi dell’etichetta norvegese Resonant music che lo produce e che, con l’aggiunta della batteria di Anders Kjellberg, rinnova l’esperienza del primo incontro fra il maestro romano e l’allora trentenne Gewelt. «Tutto è cominciato nel 1990 quando andai per la prima volta in Norvegia- ricorda Pieranunzi -. Dopo alcuni passaggi in radio andai a suonare in un club per conoscere un po’ i musicisti locali. Gewelt racconta ancora di essere rimasto «scioccato» dal mio modo di suonare, così diverso dal loro. Quando ci siamo rivisti di recente è nato questo cd che è anche un curioso incontro fra Nord e Sud.
La sensazione, ascoltando il cd, è di una particolarissima sintonia fra voi.
Gewelt ha un bel suono ed è un basso da Trio con molta capacità di interagire con gli altri. Ma anche il  batterista è molto bravo.
I pezzi sono in parte suoi, in parte di Gewelt?
Lui ha scritto dei brani e ha chiesto anche a me di contribuire.  “Suspension Points” e “World of wonders” portano la mia firma.
Ma c’è anche una intensa suite, totalmente libera e improvvisata.
Amo l’improvvisazione integrale. E’ come creare in tre una breve pièce teatrale. Uno butta là una frase, un accordo, un motivo. Un altro lo riprende e lo sviluppa.  È liberatorio. Se suoni dei pezzi devi passare attraverso la mediazione dello spartito, che può essere frenante in situazioni così.  Nell’improvvisazione c’è un rapporto diretto fra il corpo e il sentire interno. Ti relazioni con la figurazione che l’altro lancia, la riprendi liberamente. Ti lasci andare all’altro,  con fantasia.
Dalla Norvegia ci aspetteremmo una musica un po’ cerebrale, molto fredda. Jazzisti come Jan Garbarek, invece, ce ne hanno fatto conoscere anche un lato  poetico.
Il jazz è una musica universale, ma all’interno ha molte differenze di colore e di calore. Vado spesso al festival di Copenhagen e i musicisti di là, ho notato, trovano me e altri musicisti italiani calorosissimi. Ma anche all’interno dei paesi scandinavi non tutto è  uguale. I norvegesi, per esempio, hanno una cifra più estatica. Hanno un rapporto speciale con la natura, con i boschi, con il mare, che è molto più duro del nostro. Il loro è una sorta di misticismo pagano.
Una cifra che si ritrova anche nella letteratura norvegese…
Sì, c’è una sensibilità forte, ma talora anche una certa deriva misticheggiante. Penso per esempio a un disco di Garbarek come Officium (Ecm). Anche se probabilmente fu il produttore Manfred Eicher a spingere in quella direzione. Lo ha fatto anche Keith Jarrett.
Come se il musicista dovesse avere un’ aura?
Come se, oltre che a un tono meditativo, il musicista in questi Paesi dovesse avere un ruolo da officiante. Una cosa che piace ai borghesi. Capita poi che qualche musicista ci creda davvero a questo ruolo. Allora per lui può essere anche un bel problema. Altri, invece, cercano di suonare attingendo al proprio sentire. Alla fine, però, per fortuna si suona. E quando si suona  si tace e l’unica cosa che conta è interagire con sensibilità.
L’importanza dell’«improvissar componendo» e del «comporre improvvisando» ci riporta al suo Pieranunzi plays Scarlatti (CAM jazz). Il 12 giugno lo ripropone in una cornice straordinaria: nella basilica dei Frari a Venezia, fra opere di Tiziano e di Bellini…
A Venezia porto nelle dita e nella mente quindici brani di Scarlatti, in scena poi decido su quali improvvisare.
Con questo progetto, che ha avuto grande successo, ha anche incontrato un pubblico nuovo?
Per fortuna ormai le divisioni nel pubblico sono molto sfumate, gli ascoltatori si sono fatti più recettivi verso generi diversi. Le stagioni classiche non includono più solo Brahms  o Beethoven, ma anche proposte più aperte al crossover. Che è sempre una bella sfida, anche se comporta qualche rischio. Quanto alle improvvisazioni su Scarlatti sono andate molto al di là delle mie aspettative. Forse perché per una parte del pubblico è stata una scoperta, essendo un autore purtroppo poco frequentato.
Il suo percorso nella classica continuerà?
Mi piace sperimentare filoni diversi, offrire sfaccettature nuove. Così con mio fratello Gabriele (primo violino del San Carlo di Napoli  e vincitore del premio Paganini ndr) e con un virtuoso di clarinetto come Alessandro Carbonari di S. Cecilia abbiamo formato un trio classico che suona musica dei maestri del ‘900, con alcuni elementi jazz e blues.
Dunque, ricapitolando, lei ha un trio classico e un trio jazz a Roma. Un trio in Francia e un altro, molto prestigioso negli Usa…
Eclettismo sulla pelle o se vogliamo assoluta poligamia. Mi piace cambiare, ogni musicista offre un colore, un tempo, un’intensità diversa. Ogni musicista si mette in rapporto diversamente con la mia musica.
Con un musicista come Paul Motian lei ha una lunga storia. Uscirà  un vostro nuovo lavoro?
L’anno prossimo uscirà un album che ho registrato lo scorso ottobre al Birdland.  Con Paul suoniamo insieme dal  1992 e volevo che nella registrazione dal vivo lui ci fosse, ha una forte identità  ma mi piace anche perché è un musicista scomodo: non fa mai quello che ti aspetti. Così, a tua volta,  sei costretto  a cercare il nuovo.
Il suo libro su Bill Evans ha avuto molte edizioni. Tornerà a sperimentare con la parola scritta?
A dire il vero ho un paio di progetti che mi piacerebbe sviluppare. Il primo riguarda ciò che accadde nel mondo dell’arte e della musica fra il 1890 e il 1910. Curiosamente sono accadute autentiche rivoluzioni in entrambi gli ambiti. Una piccola notazione: Debussy e Klimt sono nati e sono morti nello stesso anno. Una casualità. Ma è vero che fra loro ci sono molte assonanze. Sono due artisti che hanno cambiato il modo di fare musica e di dipingere.
Quella di Klimt in certo modo fu anche una rivoluzione antimoderna. Basta pensare che nel 1907 Picasso dipinge le Damoiselles e Klimt un quadro come il Bacio.
Indubbiamente la rivoluzione di Klimt fu meno drastica, meno rumorosa, di quella di Picasso, ma la sua ricerca segnò comunque un nuovo modo in pittura. Lo stesso si può dire di Debussy che non fu un’impressionista come si dice di solito. Semmai fu un simbolista. Ma soprattutto  cambiò la grammatica del comporre. Dopo di lui il discorso musicale non avrebbe più avuto quella certa prevedibilità razionale che aveva in Brahms. Debussy faceva una ricerca  in certo modo aperta all’irrazionale.
E il suo secondo progetto?
Mi piacerebbe saper raccontare in un libro le emozioni e il senso più profondo che hanno avuto per me certi incontri artistici, che poi non sono stati mai solo rapporti fra colleghi, ma anche umani in senso pieno.Solo per fare un esempio ricordo ancora fortemente quello con Chet Baker, la sua fantasia potente, spiazzante. Fin da giovanissimo avuto la fortuna di suonare accanto a dei giganti, – io  nato a Roma, che apparentemente nulla avevo a che vedere con il mondo afroamericano -, così vorrei poter restituire qualcosa di quelle esperienze, che mi hanno offerto spunti nuovi.
Incontri che qualche volta le hanno cambiato la vita?
Be’ sì, basta dire che io non sono nato compositore. Ero un musicista, la possibilità di comporre l’ho scoperta molto più avanti, dopo aver fatto incontri, scoperte.  Un’altra svolta c’è  stata  durante la lavorazione del film Il cielo della luna, nel rapporto creativo  con il regista mi sono aperto a un tipo di ricerca e a possibilità per me del tutto nuove.

da left Avvenimenti del 12 giugno 2009

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Parlami d’amore Marlene

Pubblicato da Simona Maggiorelli su Febbraio 29, 2008

Cristiano Godano, il leader dei Marlene Kuntz presenta il nuovo lavoro della band piemontese e il suo esordio da narratore

di Simona Maggiorelli

Marlene kunz

Marlene kunz

Un’orchestrazione allargata e arricchita dal violino. E la voce di Cristiano Godano in primo piano, più morbida, profonda, presente. Lontana dalle volute distorsioni di un tempo. Dopo sette album l’inquietudine dei Marlene Kuntz non si è placata. Ma in Uno (Emi) che la band di Cuneo presenta nei teatri (Il 1 marzo a Cesena, il 4 a Torino. E poi Firenze, Bologna, Roma) mostra una maturità nuova: sonorità più raffinate, una precisa ricerca poetica nei testi, commentati sul libretto del cd da Paolo Conte, Erri De Luca e altri scrittori. Una passione quella per la poesia e la letteratura che i Marlene hanno sempre cantato. Ma che ora il loro leader ha deciso di sperimentare in prima persona. «Per sette o otto anni – racconta Godano – mi sono imposto di non fare questo tentativo, consapevole delle difficoltà, poi è stato l’editore Rizzoli a sedurmi, a spingermi a provare. Ed è nato questo libro di racconti.

Scrivere canzoni è arte del levare. Com’è stato passare al racconto?

«Ho faticato un po’. Ma il divertimento è stato superiore alla fatica. Si trattava di rendere accattivanti, piacevoli, le cose che uno scrive per più persone. L’arte di scrivere riguarda anche il modo di organizzare le parole. Non solo cosa scrivere. Per me, un’arte nuova».

Le canzoni dei Marlene sono spesso un racconto per immagini, quasi una sceneggiatura. Una struttura che si ritrova anche nel libro.

«Temo sia la mia indole. È il mio modo di narrare, forse un po’ sui generis. Non so se avrò mai un vero romanzo da narrare in un arco di tempo più lungo che non quello dei racconti. Ne “I vivi” si sviluppano nell’arco di una giornata al massimo. Vedremo.

Li unisce questo precipitare nel mondo emotivo del personaggio: lo strumento è spesso quello del monologo interiore. Fino all’epifania finale. Un omaggio a Joyce?

«Con tutto il senso della distanza che c’è fra uno scrittore geniale come lui e un cantante della provincia di Cuneo, come me, direi ch queste epifanie, rivelazioni finali, non sono joyciane. Le sento più vicine a quello che Baudelaire chiamava “scioglimento”: che svela e dà quel brivido finale. Io credo di avere inseguito un po’ quest’idea. Ma è vero che un richiamo a Joyce c’è. Nell’ultimo racconto con quest’uomo e questa donna nella loro stanza di albergo mentre fuori nevica. E lei ha in testa una canzone in certo senso cruciale. Tutta una serie di simpatiche microcoincidenze mi hanno spinto a riprendere in mano The Dead. Mi sono accorto anche che io non volevo raccontare un mondo di morti, i miei personaggi erano vitali».

cristiano godano

cristiano godano

Da qui il titolo della raccolta I vivi?

«Sì, a quel punto ho preso il coraggio di fare questo esplicito omaggio».

Un filo rosso del tuo narrare è il rapporto con la donna, ogni volta diversa, sconosciuta.

«È sempre sostanzialmente un confronto a due. Mi rendo conto che per me è basilare. Mi riguarda molto come uomo. Tengo a stare lontano dai pericoli del solipsismo».

L’ultimo album, però, si chiama Uno?

«Però in quell’uno, che ho derivato da Nabokov, sono racchiuse due personalità e il rapporto fra un uomo e una donna».

Nabokov autore amatissimo?

«Sì, l’ho ropreso da poco. È un autore che devo leggere quando mi sento in forma. Sennò mi tende tranelli e trappole, mi fermo alla costruzione magnifica della frase e mi perdo i sottotesti più profondi. Sono un lettore lento. E durante i tour è difficile. Di recente però ho riscoperto La vera storia di Sebastian Knight. Avevo una vecchia traduzione anni 50 che mi aveva lasciato un retrogusto strano. Quando ne è uscita l’edizione Adelphi mi sono goduto appieno i gioci di parole, la trama di allusioni».

Il coraggio di cambiare è importante per un artista?

«Sì, se non vuole diventare ricco. A chi bada alla concretezza pop, invece, il cambiamento non conviene. Bisogna sempre fare in modo che i fan si ritrovino in quel che fai. Ma noi non ce la facciamo proprio. Mi rendo conto che disorientiamo il pubblico, ma la nostra non è una scelta provocatoria, è una necessità. Quando sento che ci stiamo ripetendo, sono dispiaciuto, un po’ infastidito».

Cercare la bellezza ovunque, senza utilità come recita una vostra canzone, è necessario?

«Io credo sia lo specifico dell’arte sia dal punto di vista di chi la fa, sia da chi la fruisce. Come ha suggerito un direttore d’orchestra, se tutti nel mondo ascoltassero la musica nel modo giusto, in modo creativo, ci sarebbero meno guerre… Se non altro ci sarebbe meno tempo per incazzarsi».

IL LIBRO

cop-godano-viviUna serie di piani sequenza sul mondo interiore dei personaggi. Un uomo e una donna, sconosciuti, in una stanza di albergo. Il muoversi leggero di una ragazza fra i quadri di una galleria e un uomo che cerca di scoprire il suo mondo interiore dal modo in cui lei si appassiona e racconta l’arte.È il sogno di un poeta che vorrebbe spiccare il volo nella potenza del verso. O forse di un incontro imprevisto. Sei storie diverse che si illuminano nelle pagine di Cristiano Godano come improvvise folgorazioni. La tensione del racconto che sale, poi la svolta di una soluzione imprevista, l’emergere di una realtà più profonda dei rapporti, dei vissuti dei protagonisti che ne sconvolge la trama. Al suo esordio letterario con la raccolta di racconti “I vivi”, il cantante dei Marlene Kuntz sceglie una forma narrativa che si avvicina a quella del frammento poetico, che affonda le sue radici nella forma canzone, allargandone il cerchio, assorbendone la musicalità, e l’impegno nella ricerca della parola più precisa e preziosa per descrivere il mutare delle passioni, dei sentimenti, del sentire in un rapporto.Fra la inquieta sensualità di Nabokov e la disperata bellezza di Updike, scrittore anch’esso amatissimo da Godano, citato spesso nei suoi testi e che il musicista di Cuneo ha fatto conoscere al collega Nick Cave.

da Left-Avvenimenti (29 febbraio 08)

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